La
contro-riforma Gelmini ha dimezzato le ore di lavoro degli insegnanti
di sostegno ai bambini diversamente abili. Una grave lesione del
diritto. Ma ora le mamme di questi bambini protestano, si organizzano su
Facebook (un migliaio in pochi giorni) e chiedono di essere ascoltate.
Un
giorno, durante una mensa scolastica, una mia alunna di 9 anni mi ha
detto una frase che non scorderò mai. Parole testuali: «Sai, maestro,
prima di essere in questa classe con Matteo - un compagno disabile
seguito per 24 ore su 40 certificate dall'Asl - a me, quei bambini come
lui, facevano un po' paura. E anche un po' schifo. Perché non li
conoscevo. Invece adesso ho capito che sono bambini come noi e
capiscono, si emozionano, ci puoi parlare... Non mi fanno più schifo, ma
tenerezza. Non mi fanno più paura».
Basterebbero queste parole per
giustificare, se mai ce ne fosse bisogno, la presenza dei bambini
diversamente abili nelle classi dei nostri figli. Un valore aggiunto non
solo per loro, ma per i nostri figli. Ma si potrebbe anche parlare
della loro inclusione come una delle qualità maggiori della nostra
scuola pubblica che, fino al 2008, era studiata in tutto il mondo:
perché rappresentava non solo una conquista di civiltà, ma anche,
nell'ampio periodo, un risparmio economico. Oppure basterebbe ascoltare
le parole di un esperto internazionale del problema come il professor
Canevaro, fino al 2008 consulente del ministero all'Istruzione, che in
quell'anno, per protesta, diede le sue dimissioni motivandole in modo
ineccepibile senza che nessun media ne parlasse. Peccato che dal 2008,
con i tagli fortissimi ai docenti di sostegno, oggi a scuola si rischi
di promuovere il razzismo tra i genitori. Invece della solidarietà a chi
ha più difficoltà e meno opportunità iniziali. Perché questi alunni
spesso ricadono sui docenti di classe già tartassati. Perché in tanti
dicono che con loro in classe si rallenta il famoso programma. Perché
nessun docente, purtroppo, possiede ancora il donno dell'ubiquità. E
così i bambini diversamente abili smettono di essere bambini e,
improvvisamente, diventano solo un problema.
Ci sono
genitori-utenti/clienti della scuola-azienda che chiedono o pretendono,
nella scuola pubblica, che nella classe dei loro figli «quelli lì» non
siano presenti. Per quanto riguarda le scuole private il problema non si
pone: non sono quasi mai ammessi. Farebbero crollare il bilancio.
Perché costano circa venti/trenta volte un bambino «normale». Lo
stipendio di un docente di sostegno equivale a quello di un insegnante
unico che gestisce 25/28 alunni «normali». Si arriva così, quasi senza
accorgersene, all'istigazione alla discriminazione. E' una delle
conseguenze più aberranti e incivili della controriforma scolastica
Gelmini. E' una vergogna nazionale di cui tutti tacciono. Adesso le
mamme di questi bambini protestano. Si attiva una rivolta. Si
organizzano insieme. Su Facebook. Sono diventate un migliaio in pochi
giorni. Hanno figli in età scolastica, ma a scuola non ricevono l'aiuto
che dovrebbe avere. Almeno stando all'articolo 3 della Costituzione. Si
sono rivolte a un giudice.
Per intentare una causa al tribunale
civile. Collettiva. Per discriminazione. Nonostante il governo Letta,
alcuni giorni fa, abbia annunciato l'immissione in ruolo di oltre 26mila
insegnanti di sostegno in tre anni. Troppo pochi. Non bastano. Non
vogliono le briciole, per i loro figli. Non vogliono risolvere la
soluzione solo per il proprio figlio, ma per i figli di tutte. Negli
ultimi 8 anni, secondo la Fish, la più grande associazione in difesa dei
disabili, ci sono state almeno 20mila cause intentate da genitori con
figli disabili a cui i Tar (i Tribunali amministrativi regionali) hanno
dato ragione e torto al ministero dell'Istruzione. Senza docenti di
ruolo non è che in classe l'insegnante di sostegno non c'è: ma si deve
ricorrere ai supplenti, e si perde la continuità didattica che
soprattutto per gli handicap psichici è molto pesante. E la presenza
degli alunni con disabilità è in crescita. Sono circa 204mila nella
scuola italiana, il 4% del totale, secondo i dati della Fish. Seimila
alunni l'anno in più nell'ultimo decennio, ha calcolato l'Istat. Più
della metà, 81mila, frequentano la scuola primaria, altri 63 mila
studiano nelle scuole medie. Il ritardo mentale, i disturbi del
linguaggio, quelli dell'apprendimento e dell'attenzione sono i problemi
più frequenti. Uno su 5 (il 19,8%) ha un handicap abbastanza grave e ha
bisogno di essere aiutato nel mangiare, o per spostarsi e andare in
bagno. Il 7,8% non riesce a fare nessuna di queste tre cose. Alunni che
richiedono un'assistenza costante. E la scuola sfigurata dai tagli al
bilancio non riesce più e a darla. Con il taglio della spesa pubblica si
è ridotto il numero delle ore di sostegno e dalle 22 settimanali
previste se si arriva a 11 è già tanto. E quando non c'è il docente di
sostegno il bambino viene lasciato in solitudine nella classe. Perso.
Seguito a fatica dagli insegnanti di «posto comune» che non hanno una
preparazione specifica. E gli insegnanti di sostegno, con gli spezzoni
di ore sono spesso costretti a dividersi in scuole diverse. Così corrono
da una parte all'altra. Ma non è solo questione di insegnanti. Le
amministrazioni locali faticano sempre più a sostenere la spesa. Si
affidano a educatori di cooperative sociali senza preparazione e spesso
sottopagati a 6 euro l'ora, meno di una babysitter. Ripetiamo: senza
esperienze e senza una preparazione specifica. In alcuni casi anche i
bidelli, anche loro sempre meno, finiscono per trovarsi ad aiutare nella
gestione dei disabili, anche se è una pratica fuorilegge. Così capita
spesso che i genitori devono riportare a casa il figlio disabile prima
della fine delle lezioni per non lasciarli soli, visto che non è
garantito loro il diritto allo studio e neppure un'assistenza adeguata.
(Giuseppe Caliceti, il manifesto, 13 settembre 2013)