26 lug 2017

don milani, un prete pop


Storie. Ci sono voluti i cinquant’anni dalla morte per il suo ritorno da protagonista. Incentrato sulla figura del pievano di Barbiana va in scena a San Miniato «Vangelo secondo Lorenzo». Uno spettacolo di grande respiro, scritto da Leo Muscato assieme a Laura Perini


Ci sono voluti 50 anni dalla sua morte, per questo ritorno da protagonista della figura di don Lorenzo Milani, ma bisogna dire che nonostante le molte sbracature (e qualche professione tardiva e improbabile di ammirazione sopra le righe), perfino negli spettacoli che ne ripercorrono e ripropongono ora la storia, la figura del sacerdote toscano esce limpida e fortissima, come era apparsa del resto già allora a qualche intellettuale: da La Pira a qualche giornalista cattolico di sinistra» inguattato e isolato magari nei culturali della Rai, o a persone anch’esse notevoli come il maestro di Piadena Mario Lodi, o il grande Giorgio Pecorini (sull’Europeo e poi sull’Espresso, ma che poi anche i nostri lettori hanno avuto modo di apprezzare).

Ma era soprattutto alla «base» che le parole di don Milani parlavano: a giovani e giovanissimi, magari appena adolescenti, che sentivano le potenzialità elettriche del Concilio Vaticano II e anche la pachidermica mummificazione del sistema sovietico, ma poi trovavano poche rispondenze, o assai limitate o d’élite, nella vita quotidiana che si trovavano a intraprendere. Il ’68 era ancora di là da venire, ma sicuramente, quando arrivò, aveva nelle tasche di molti L’obbedienza non è più una virtù [il testo] [la risposta ai cappellani]: bellissimo motto, ma che conteneva oltre alla lucidità di padre Ernesto Balducci, la tragedia vera del «caso Fabbrini», primo obbiettore di coscienza in Italia, ripetutamente processato per «diserzione» con la benedizione dei santi «cappellani militari», che solo oggi rischiano finalmente di perdere quella qualifica medievale! Ma soprattutto, baedeker fondamentale di ogni contestazione, tutti conoscevano Lettera a una professoressa. Un libro bianco e austero, che conteneva in quelle pagine semplicissime e di immediata comprensibilità, una analisi abissale della scuola italiana, una istituzione che il boom appena trascorso aveva voluto «rinnovare» e modernizzare, con lo storico passaggio alla scuola media unificata varata solo un pugno d’anni prima che il libro nascesse a Barbiana. Un libro quella Lettera impietosa, che la scuola riformata faceva a pezzi, scoprendone la funzione di classe innegabile, con la selezione impietosa che andava a compiere, attraverso immagini tanto semplici e suggestive che sono andate a costituire il dna di quella generazione: come l’ingiustizia fintamente egualitaria di dare strumenti e possibilità in misura «uguale» a tutti i ragazzi, che uguali però non erano affatto, per famiglia, censo e cultura. E conteneva anche, la Lettera di don Milani e dei suoi scolari di Barbiana, cose meno facili da capire e accettare, a proposito di egualitarismo radicale. Come l’approvazione di certe regole maoiste che contemplavano in Cina davanti a reati sociali gravi, pene ancor più gravi e mutilazioni definitive. Una moralità senza mediazioni, difficile da accettare in una cultura borghese, ma che si fondava, e quindi legittimava, nella vita miserrima di un gruppo di ragazzi in quello spigolo di Mugello dove Barbiana diventò scuola del mondo.

Nella sua pratica quotidiana, era una vera utopia che prendeva corpo, e che avrebbe dato linfa, talvolta inconsapevole, a tante coscienze, dopo. Non fu amato quel prete di campagna, nato da famiglia intellettuale e borghese, e poi convertito a quella povertà assoluta che lo rendeva libero e inattaccabile. Soprattutto dall’ordine costituito delle tremende gerarchie ecclesiastiche che in ogni modo cercarono di ostacolarlo. E solo una malattia terribile riuscì a portarsi via. Fanno sorridere oggi (ma neanche tanto) gli eredi di quelle stesse gerarchie, in prima fila ora nel riconoscerne la virtù (la disobbedienza?), profondendosi in complimenti e apprezzamenti. Certo costretti dall’indomabile papa Francesco, che un mese fa, proprio nel cinquantenario della morte, è andato a Barbiana a pregare per don Milani. «Da papa» ha sottolineato a proposito di una propria frase. Ma Bergoglio si sa, è un’eccezione, anche in Vaticano dove continua a vivere, quasi da estraneo, nella foresteria per gli ospiti. E che prima di occuparsi di Barbiana aveva identificato un altro precedente scandaloso cui votarsi.

Anzi si prepara a dichiarare addirittura «santo» monsignor Romero, l’arcivescovo del Salvador fucilato sull’altare dagli squadroni della morte di qualche organismo panamericano. Nello stesso tempo però, il cinquantenario ha spinto anche Mondadori a raccogliere in due meridiani tutti gli scritti di don Milani. A questo punto, il pievano di Barbiana ha cominciato a prendere corpo anche su qualche palcoscenico. E l’impegno maggiore è quello cui coraggiosamente si è votato quest’anno l’Istituto del dramma popolare di San Miniato, che ha rotto gli indugi di altre occasioni, e presenta in questi giorni Vangelo secondo Lorenzo (una replica ancora stasera alle 21.15 nella chiesa di san Francesco, e poi in tournée toscana la primavera prossima, e nell’autunno 2018 in tournée nazionale).

È uno spettacolo di grande respiro, scritto (a quattro mani assieme a Laura Perini) da Leo Muscato che ne è anche regista. Del testo originale, solo la metà va in scena, con gli episodi che riguardano la parrocchia di Calenzano e quella di Barbiana: l’insieme potrebbe essere destinato a una narrazione televisiva. E non c’è da scandalizzarsi: anche questa anticipazione da palcoscenico è dichiaratamente pop, nel senso originale di «popolare», perché vuol far conoscere al più ampio pubblico un padre semisconosciuto e per tanto tempo osteggiato della nostra cultura. Un contenitore austero (canonica, chiesa, casa del popolo) che cambia a vista, mentre il bravissimo Alex Cendron, nei panni sempre talari del protagonista, affronta le tante stazioni di questa umanissima quanto rigorosa via crucis. Attorno a lui, partecipazioni molto sensate: quelle dell’Arca Azzura di Ugo Chiti (coproduttori assieme a Elsinor e al Metastasio), da sempre fautori di un teatro che da paesano afferma verità universali, e altri attori di provenienza diversa come Alessandro Baldinotti o Andrea Mascagni. Ma soprattutto una scatenata banda di ragazzi, gli allievi primari di Barbiana, che hanno divertito e commosso anche chi allora quella condizione l’ha vissuta davvero.

Gianfranco Capitta, il manifesto, 26 luglio 2017

13 lug 2017

un piano straordinario di governo per combattere la dispersione scolastica e l’abbandono

Per contrastare efficacemente la dispersione scolastica e l’abbandono, l’associazione NonUnodiMeno mette a disposizione di tutte le forze sociali e politiche della sinistra un piano straordinario per affrontare globalmente questa vera e propria “piaga sociale”, considerato che un ragazzo su tre non raggiunge il diploma della scuola secondaria superiore.
Se le cause della dispersione sono prevalentemente di tipo socio-culturale, una strategia corretta che vuole puntare al cambiamento radicale dovrebbe mettere a disposizione forti investimenti pubblici di tipo perequativo – cioè in controtendenza con i forti tagli degli ultimi governi ed in direzione contraria alle donazioni dei privati.
Queste risorse pubbliche dovrebbero servire proprio per sostenere quelle scuole a più alto rischio di dispersione – le scuole di serie B, le scuole delle periferie, gli istituti tecnici e professionali.
La nostra proposta non è puramente teorica ma fa riferimento al modello delle ZEP francesi istituite nel 1981 dal Governo della gauche di Jospin – le zones d’education prioritaires – con l’obiettivo di fornire un sostegno aggiuntivo alle aree del paese scolasticamente più disagiate. E insieme si potrebbe fornire incentivazione professionale proprio a quegli insegnanti impegnati nelle situazioni più problematiche, oppure sostegno all’elaborazione di progetti di innovazione didattica e di incoraggiamento a pratiche di autovalutazione di istituto per contrastare la dispersione.
Non è un caso che più di 100 scuole in Francia si siano mobilitate per opporsi alla decisione del Governo Hollande di tagliare queste Zone Speciali.
Il secondo terreno su cui intervenire è quello dell’organizzazione strutturale del sistema scolastico: se la zona maggiore di dispersione è quella del biennio delle superiori, è qui che dobbiamo produrre lo sforzo maggiore di cambiamento.
Stiamo parlando di ragazze/i di 15/16 anni che si scontrano con un sistema di istruzione ingiustamente selettivo proprio in una fase dello sviluppo evolutivo particolarmente delicata dove l’insuccesso viene vissuto come un fallimento personale – e non come un grave problema sociale – producendo uno stato di delusione, di rassegnazione, di caduta dell’autostima e di sfiducia verso le istituzioni difficilmente recuperabile.
In questo contesto, andrebbe reso concreto e reale l’obbligo scolastico a 16 anni che è qualcosa di più e di diverso dal generico obbligo di istruzione introdotto con la Legge 296 del 2006 che è ambiguo perché consente un doppio canale, con una scelta precoce e antipedagogica che già a 13 anni divide tra chi continuerà gli studi e chi invece sceglierà la formazione professionale. Ambiguo perché – cosa ancora più grave – consente di assolvere all’obbligo di istruzione anche attraverso l’apprendistato.
Il cambiamento che auspichiamo può essere possibile solo se andiamo verso un superamento netto dell’impianto Gentiliano del 1923 che è fondato su norme e modelli rigidi e separati tra loro con 4 macro-ordinamenti: i licei, gli istituti tecnici e professionali, la formazione professionale gestita dalle Regioni.
Anche in questo caso il nostro non vuole essere un ragionamento puramente teorico perché nella nostra storia ci sono già state esperienze che hanno superato quelle rigidità e che hanno indicato/sollecitato un sistema unitario capace di allargare le opportunità di apprendimento dello studente. Queste esperienze si chiamavano Itsos – Istituti Sperimentali – che avrebbero dovuto anticipare la riforma della secondaria superiore.
Come sempre le migliori esperienze di quegli anni, ’70 e ’80, sono state poi tagliate, ma di quel periodo di grandi speranze è rimasto un punto qualificante che è quello del biennio unitario e orientativo in grado di garantire una solida cultura generale di base ed un assaggio delle materie professionalizzanti. Il biennio della scuola secondaria superiore è dunque a nostro parere lo snodo strategico per tutto il sistema di istruzione.
Il terzo punto riguarda le metodologie didattiche, che devono essere profondamente innovate se vogliamo contrastare la dispersione. Il cambiamento deve essere radicale perché se vengono riproposte nella tradizionale impostazione frontale e cattedratica o nel semplice “riciclo di argomenti triti e ritriti” le metodologie generano quel distacco e quella anoressia intellettuale dei giovani che ben conosciamo.
L’ora di lezione dovrebbe essere “l’incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento” (Recalcati). Il sapere dovrebbe essere come un risveglio che apre nuovi mondi.
Se la scuola diventa invece una sorta di computerizzazione delle conoscenze nella quale, come in un’azienda, si tratta di schiacciare nella testa dei ragazzi una serie di nozioni, allora viene meno quel sapere inteso come una scoperta che apre nuovi interessi. L’innovazione delle metodologie didattiche è un passaggio necessario perché c’è grande bisogno di ri-motivare i ragazzi e di ri-orientarli rispetto a scelta spesso sbagliate.
Allora realizziamo l’apprendimento cooperativo (cooperative learning) nel quale “il noi” prevalga “sull’io”, dove prevalga l’aiuto reciproco e la solidarietà al posto della concorrenza meritocratica. Realizziamo corsi continuativi (non una tantum) di recupero e di ri-motivazione sostenuti da risorse adeguate, realizziamo la peer education così che gli studenti degli ultimi anni possono aiutare i loro compagni di prima e seconda superiore utilizzando con opportune Convenzioni l'Alternanza  Scuola e Lavoro come già abbiamo messo in pratica in alcune scuole milanesi. Invece che mandare i ragazzi a fare fotocopie o a vendere patatine ai fast food di Mac Donald diamo loro la possibilità di mettere in pratica come Peer Tutor ciò che hanno imparato negli anni di scuola.     Realizziamo poi una scuola che unisca il sapere con il saper fare attraverso una didattica laboratoriale. E soprattutto rilanciamo con forza quella scuola della Costituzione che è il fondamento di una società che vuole garantire pari dignità sociale e l’eguaglianza dei cittadini.

16 giu 2017

futuro e istruzione, chi l’ha detto che ai rom non piace la scuola? (di stefano pasta)

Riccardo ha 14 anni e tra pochi giorni inizierà l’esame di terza media, come è normale per i suoi coetanei. Lui è giustamente emozionato. Il traguardo vale almeno il doppio: in questi otto anni di scuola a Milano, quando le lezioni finivano, Riccardo andava a vedere se la sua baracca era stata abbattuta. Un anno, addirittura, accadde 19 volte in 11 mesi. È un rom romeno, uno zingaro si dice dispregiativamente.
Eppure la scuola è stato un luogo di riscatto: i compagni e insegnanti hanno cambiato gli occhi con cui guardare “i rom”. Non sempre è stato tutto facile: «Tra le colleghe – ricorda una maestra di Riccardo – la prima battuta fu “attenzione ai portafogli”. Poi i bambini vennero invitati alle feste di compleanno: i muri iniziavano a cadere». Decisivo è stato l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. «Sono la parte italiana della nostra famiglia», dice la mamma. Con lui, l’anno prossimo, saranno ventidue i ragazzi e le ragazze rom a frequentare le superiori milanesi (e 150 dai nidi alle medie).
D’estate molti saranno animatori negli oratori estivi e volontari nelle attività della Comunità con i bambini, gli anziani e i profughi: Rom volontari, al di là di ogni pregiudizio. A Milano, Roma e Napoli, il programma “Diritto alla Scuola, Diritto a Futuro” di Sant’Egidio sostiene con borse di studio la scolarizzazione dei minori rom. In Italia sono un “popolo di bambini”: il 45-50% ha meno di 16 anni, la vita media di un milanese è di oltre 80 anni, per un rom è meno di 50. Occorrerebbe investire sulla scuola, perchè l’istruzione per i bambini rom, come per tutti i minori, è un diritto non negoziabile.

di Stefano Pasta
Corriere della sera, Corriere Sociale, 14 giugno 2017

Fonti:
www.ilpaesedellaera.it
www.santegidio.org

15 giu 2017

manchester e la "maschera di rabbia" (di ermanno battaglini)

All'indomani dell'attentato a Manchester, entrato in classe (seconda media), alcune alunne mi chiedono di poter parlare di questo attacco suicida ad un concerto per teenager. Recepisco, ma svolgo la normale lezione.
Il giorno dopo dico agli alunni di osservare un'immagine alla Lim e, passato qualche minuto di silenzio, di alzare la mano per un commento. Alla Lim è comparsa la vignetta di Biani: sfondo rosso scuro, in basso la silhouette nera di un uomo, col volto coperto, che punta un fucile contro un palloncino rosa in alto - perché tu voli e io no?
Cominciano i commenti: "La persona nera simbolo di odio, il palloncino rosa simbolo di amore ... il rosa sembra la gente che scappa da ogni cosa brutta e cerca di liberarsi, di sentirsi leggera, ma c'è sempre qualcuno che ti tira giù ... il disegno si riferisce all'attentato di Manchester, molti credevano che erano stati i palloncini a scoppiare ...".
Alza la mano Sharon, un'alunna dislessica che non interviene mai: "La persona con il fucile vestito di nero per me rappresenta una maschera di rabbia ed anche lui secondo me aveva un po' di paura perché la sua parte cattiva ha vinto nella sua parte buona".
Dico agli alunni di chiudere gli occhi. Quando li riaprono parte il video di prisencolinensinainciusol: il professor Celentano spiega, ad un'alunna, che non è vero che lui ha scritto una canzone con parole che non dicono niente ma che ha sviluppato il tema dell'incomunicabilità, mettendo al centro la parola prisencolinensinainciusol che significa amore universale.
Siamo tutti in piedi e ci dimeniamo cercando di imitare il molleggiato. Qualche giorno dopo ho fatto vedere alla Lim un elenco di libri, poi li ho mostrati estraendoli dalla borsa. Più di uno si è fatto avanti e ha scelto il proprio libro per l'estate. Sharon ha voluto "Il pianeta di Standish", di Sally Gardner. Sharon mi ha rincorso per il corridoio. "Professore ti devo parlare". "Dimmi". "Il protagonista del libro che ho scelto è dislessico".
 

Ermanno Battaglini, Oria (Br)
Lettera pubblicato dal quotidiano "il manifesto" il 15/05/2017

09 giu 2017

tempo pieno, ramadan e laicità della scuola pubblica

Come conciliare i ritmi della scuola a tempo pieno con i bambini che vogliono seguire il digiuno del Ramadan? E come rispettare i precetti religiosi e la laicità dell'istituzione scolastica? A cura del comitato genitori "Casa del Sole".

Da alcuni anni gli insegnanti hanno notato un abbassamento dell'età in cui i bambini iniziano a seguire la pratica del Ramadan. Si è posto così il problema di aprire un dialogo con le famiglie, soprattutto con le mamme di questi bambini.
Nel parco in cui ha sede la scuola è attivo un progetto decennale dell'associazione “Amici del Parco Trotter” denominato Paroleingioco, all'interno del quale è presente uno Spazio di Socialità, co-progettato con le mamme italiane e non italiane. Un luogo protetto, inclusivo e rispettoso. Qui le donne hanno avuto modo, con una certa emozione, di raccontare cos'è per loro il Ramadan e come lo vivono nei loro Paesi di origine e di scambiare le loro esperienze con gli insegnanti.
Di fatto, la scuola italiana non è ancora attrezzata per conoscere e gestire la presenza di altre fedi, nonostante le Linee Guida per l'accoglienza e l'integrazione degli alunni stranieri del MIUR del 2014 e fermo restando il principio della laicità della scuola.
Anche tra i genitori italiani c'è chi ha idee differenti: qualcuno pensa che la scuola debba essere laica e non ci sia spazio per richieste di questo tipo; altri pensano che vadano rispettate le tradizioni di tutte le religioni; altri ancora che in realtà la scuola non sia laica visto che si propone l'insegnamento della religione cattolica.

Tempo pieno e digiuno

Nel caso del Ramadan, ci sono poi una serie di problemi pratici. Gli insegnanti sono preoccupati dal fatto di avere i bambini digiuni per ore a scuola, di dover separare i bambini a digiuno dagli altri nel tempo mensa, che è comunque un momento educativo collettivo di grande importanza. Si chiedono se sia preferibile la scelta di riportare i bambini a casa per due ore, per poi tornare a scuola, come hanno proposto alcune mamme musulmane.
Il dibattito è aperto, anche perché nei prossimi anni il mese di digiuno sarà sempre più compreso dentro il calendario scolastico e la scuola dovrà trovare delle proprie linee di condotta, che riescano a coniugare il rispetto per una religione con i propri principi pedagogici.

Bambini e Ramadan

Oltretutto ogni famiglia musulmana vive il Ramadan in maniera molto diversa: alcune fanno interrompere il digiuno a bambini e ragazzi se ci sono esami a scuola, oppure quando i centri estivi prevedono molte pratiche sportive e all'aperto: Altre invece preferiscono rinunciare a certe attività, se non sostenibili con la pratica del digiuno.
Questo argomento è stato ripreso anche dalle più alte cariche musulmane con le “Indicazioni dell'associazione degli Imam e delle guide religiose in Italia in merito al digiuno dei bambini nel mese del Ramadan”, molto aperte rispetto all'adempimento al digiuno da parte dei bambini. Gli Imam, citando i riferimenti coranici, invitano i genitori ad abituare i figli al digiuno gradualmente, a non metterli in difficoltà e a valutare di poter sospendere il digiuno, anche per motivi scolastici, recuperando i giorni durante l'anno. Questo sia in età di obbligo religioso sia prima.

L'inizio di un percorso

Con il confronto avvenuto in questi giorni è stato posto il seme di un percorso innovativo di scambio tra genitori, che continuerà nel quotidiano laboratorio di cittadinanza della nostra scuola anche con strategie nuove e condivise. Nel frattempo, tutte insieme, le donne hanno festeggiato l'avvento del Ramadan, prima dell'inizio del digiuno, ritrovandosi al centro multiculturale per un pranzo condiviso.

da Sesamo Didattica Interculturale

07 giu 2017

non avrai altro braccialetto all’infuori di me

Da quest'anno, al tradizionale abbigliamento delle ragazzine e dei ragazzini che frequentano le iniziative estive degli oratori, si aggiunge un nuovo accessorio: il braccialetto elettronico. Alcuni oratori hanno introdotto questa novità mutualdola dal mondo delle carceri. E' l'ossessione della sicurezza, ma non solo. Il dispositivo, oltre a consentire la registrazione della presenza dei bambini, permette ad esempio di caricare e utilizzare i buoni pasto per il pranzo o di pagare le caramelle al baretto. 
Dal sito di una società specializzata nella realizzazione di software personalizzati per le aziende che riporta nel logo commerciale alla sigla con cui vengono identificati i gruppi estivi, ovvero i campi estivi o campi scuola organizzati dagli oratori, sono ben illustrati i possibili utilizzi del braccialetto: 

<< Tramite questo supporto è possibile, per ogni iscritto: visualizzare o modificare la scheda anagrafica, controllare la presenza sui pullman, gestire ingressi/uscite, i pasti.
Il “portafoglio virtuale ricaricabile” può essere usato per scalare automaticamente il costo della mensa e delle gite. Grazie all’apposita interfaccia ottimizzata per il Bar, può anche essere utilizzato per i piccoli acquisti dei bambini senza dover utilizzare denaro contante. E i genitori possono controllare le spese dal proprio smartphone in tempo reale!
Nel caso si sia smarrito in gita, invece, il bambino può farsi aiutare a ritrovare il proprio gruppo grazie alla funzione "Ti sei perso?” >>

Il braccialetto può essere composto da un mix di nylon e fibre di cotone, ma ne esistono versioni in tessuto non tessuto. L'aggeggio  può essere personalizzato con loghi e colori. Come sistema di riconoscimento viene utilizzato un supporto di plastica con stampato un codice a barre.
Insomma, come si legge nello stesso sito, "la sicurezza prima di tutto". 
Che dire? Un grande business, ancora più grande quando la paura viene alimentata ad arte.
Ma, garantisce un don milanese, "il nostro oratorio non si trasformerà nel Grande Fratello di orwelliana memoria. Continuerà ad essere quel luogo sereno che è sempre stato".

Rassegna stampa:
- Corriere della Sera (4/6/2017) Milano cronaca
- Corriere della Sera (4/6/2017) Opinioni
- Il Giorno (7/6/2017)



27 mag 2017

inside out project, tutto il mondo in una scuola, a milano in via scialoia

"Tutto il mondo in una scuola" è il progetto di arte pubblica del Collettivo Collirio, action group milanese dell’Inside Out project dell'artista JR, uno dei graffitisti più noti del panorama internazionale. L'iniziativa è stata presentata sabato 27 maggio 2017 presso l'Istituto Comprensivo di via Scialoia, a Milano, durante la festa di fine anno.
Sulle pareti esterne della palestra della scuola media campeggiano ben 269 enormi fotografie degli studenti dell'Istituto Comprensivo, oltre che di alcuni insegnanti e della Preside.
La scuola di via Scialoia ha circa il 70% di ragazzi di origine straniera [clicca qui]. Gli artisti del Collettivo e i docenti hanno voluto, attraverso lo strumento del ritratto, raccontare la realtà multicolore della scuola. Le immagini della scuola sono quelle di una generazione composta da ragazzi e bambini di tante nazionalità, che vivono, studiano e giocano insieme, imparando a condividere le loro origini. L'intenzione di questa installazione artistica è quella di mostrare agli abitanti del quartiere e alla città di Milano la loro bellezza senza confini.
Il progetto è stato realizzato con il sostegno economico dello stesso artista francese che, contattato, ha finanziato i costi per la stampa delle fotografie. Inoltre il patronicio del Municipio 9 del Comune di Milano ha consentito alla scuola di coprire le spese per l'esposizione delle foto sulle facciate dell'edificio scolastico. 
Facciamo nostre le parole del Presidente del Municipio 9, presente all'inaugurazione con l'Assessora all'Educazione e Istruzione, che nel suo intervento ha ben spiegato il significato di quest'opera: "non muri, non barriere". Non possiamo che essere d'accordo e augurarci che queste parole si traducano quotidianamente nella municipalità in atti e fatti concreti.

Le nostre foto dell'installazione artistica: [clicca qui]
Il comunicato stampa dell'IC Scialoia Milano: [clicca qui]
Sarà possibile visitare l'opera fino al 31 luglio 2017, negli orari indicati sulla locandina [clicca qui].
 JR è un artista francese, o come si definisce un "photograffeur", un misto tra fotografo e artista dei graffiti. Tutti lo chiamano il “Banksy parigino”, il famoso street artist del Regno Unito.
Conosciuto per i suoi giganteschi ritratti di gente comune, fotografie pensate per scuotere le coscienze e incollate nelle città di mezzo mondo, agli esordi in modo illegale, poi con il consenso delle autorità, JR raggiunge la celebrità nel 2011 quando lancia il progetto “Inside Out”: l’artista invita le persone a fotografare se stessi, le città e i paesi in cui vivono, e a caricare un’immagine sul sito del progetto.
Nel 2012 JR ha accettato di attivare INSIDE OUT in Italia a sostegno della campagna per i diritti dei cittadini di origine straniera "L'Italia sono anch'io" [clicca qui], in collaborazione con i comuni e le comunità che la promuovevano. Ben 1
500 cittadini hanno accettato di farsi fotografare e comparire sui poster affissi nello spazio pubblico in otto città italiane per testimoniare la propria partecipazione alla campagna sui diritti.

24 mag 2017

franco lorenzoni: la scuola per don milani

Per rendere sovrani i ragazzi, anche i più poveri bisogna fare un lavoro durissimo: consapevole di questo don Milani faceva una scuola a tempo strapieno. Franco Lorenzoni ricostruisce per Rai Cultura Letteratura l'impegno di don Lorenzo Milani nei confronti dei figli di contadini sfociato in Lettera a una professoressa. Perché ci sia democrazia, prima deve esserci la scuola; la sua idea della scuola era molto politica. Lorenzoni parla poi del rapporto tra don Milani e Mario Lodi, che s'incontrarono nel '63 e si scrissero alcune lettere molto significative, che mostrano il fecondo intreccio tra le loro pratiche didattiche, in particolare riguardo alla scrittura collettiva.


Franco Lorenzoni è nato a Roma nel 1953. È maestro elementare dal 1978. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha fondato e dirige ad Amelia, dal 1980, la Casa-laboratorio di Cenci, un centro di ricerca e sperimentazione educativa ed artistica, particolarmente impegnato su temi ecologici e interculturali. Ha pubblicato diversi libri tra cui  I Bambini pensano grande, cronaca di una avventura pedagogica e L'ospite bambino sull'educazione interculturale. Collabora alle riviste "Gli Asini", "La vita scolastica" e "Cooperazione educativa" e ha una rubrica nel supplemento culturale domenicale del "Sole 24 ore".

Il video: [clicca qui] oppure [clicca qui]

20 mag 2017

a ricordo della signora luciana cella guffanti

Lo scorso anno, poco giorni dopo la festa dei 40 anni del Parco delle Favole che si era tenta il 28 maggio 2016, ci ha lasciato Luciana Cella Guffanti. 
Quello che ha rappresentato la signora Luciana per la tutela del Parco delle Favole, caposaldo nella lotta contro la Gronda, è sotto gli occhi di tutti. Il Parco ha resistito ai progetti folli delle varie Amministrazioni comunali di Milano che volevano farlo attraversare dalla Strada Interquartiere ed è più rigoglioso che mai.
Grazie a Luciana ed ad altri componenti del Coordinamento dei Comitati contro la Gronda Nord, il progetto è stato definitivamente stralciato dal PGT. 

Dopo la sua scomparsa, da più persone è stata auspicata l'intitolazione del Parco delle Favole a Luciana. Ma non sarà possibile iniziare l’iter burocratico prima dei dieci anni dalla scomparsa.
Del resto, pensandoci, forse a Luciana sarebbe dispiaciuto che il Parco non si chiamasse più come lo aveva battezzato, su suggerimento degli studenti dell'Istituto Comprensivo di Via Fabriano.
Si sta pertanto tentando la strada di far almeno apporre sulle due targhe in marmo presenti,  la scritta “A ricordo di Luciana Cella Guffanti”
sotto la dicitura “Parco delle Favole”.
La bellissima notizia è che finalmente nei mesi scorsi è stata piantata una bellissima quercia rossa, dedicata proprio alla signora Luciana.
Sabato 20 maggio 2017 è stata organizzata, insieme alla Preside della Scuola di Via Scialoia, una cerimonia, a ricordo della signora. Ricordiamo che in occasione del 40° compleanno del Parco delle favole, la signora Guffanti aveva affidato la cura del Parco alle studentesse e agli studenti dell'istituto Comprensivo di via Scialoia. 

Durante l'incontro è stata apposta una targhetta commemorativa sulla quercia dedicata alla signora Luciana. 


  • Le foto della commemorazione di sabato 20 maggio 2017: [clicca qui]
  • La Preside dell'IC di via Scialoia legge una lettera della signora Guffanti [clicca qui
  • Il nostro post del 24/5/2016 in occasione del 40° compleanno del Parco delle Favole [clicca qui]
  • Le foto del 40° compleanno del Parco delle Favole - 28 maggio 2016: [clicca qui]

17 mag 2017

ischia, la scuola che intitola 23 gradini colorati alle vittime delle mafie

Ventitré gradini per altrettante vittime delle mafie. Con l'obiettivo di rinnovarne la memoria e riflettere. Istituto professionale di stato “Vincenzo Telese” di Ischia: qui si formano futuri direttori d’albergo e chef, barman e agricoltori. Ma soprattutto cittadini. Ed è in questa ottica che, in collaborazione con “Libera”, martedì 16 maggio è stata inaugurata la scala della legalità. Docenti e allievi hanno accolto – tra gli altri - il rappresentante regionale di Libera contro le mafie. don Tonino Palmese, e il responsabile provinciale di Libera, Antonio D’Amore. Dalla viva voce di alcuni dei familiari delle vittime innocenti della camorra gli studenti hanno ascoltato le storie di chi ha pagato con la vita il proprio impegno nella quotidiana lotta alle organizzazioni criminali.   “Mia mamma è morta a 35 anni: la mafia uccide, ma uccide anche il silenzio. Non abbiamo bisogno di eroi, ma ognuno di noi può decidere da che parte stare”, ha raccontato Emanuela Sannino, orfana di Paola Scamardella, che ha presenziato all’evento insieme a Luciana Di Mauro, vedova di Gaetano Montanino, e Francesco Clemente, figlio di Silvia Ruotolo.
Sui gradini colorati, inaugurati con il taglio del nastro e realizzati nell’ambito del progetto “Scuole abitate”, con finanziamento dei fondi Port Campania - i nomi di Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Boris Giuliano, Orlando Legname, Carmelo Ianni, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Bruno Caccia, Antonio (Ninni) Cassarà, Mauro Rostagno, Rosario Livatino, Antonino Scoppeliti, Libero Grassi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rita Atria, Pino Puglisi, Peppe Diana, Luigi Coluccio, Lea Garofalo, Angelo Vassallo e Roberto Mancini. “I loro nomi - ha sottolineato il professor Mario Sironi, dirigente dell'istituto - saranno un monito per i nostri ragazzi perché allontanino da loro ogni forma di illegalità, ma anche un invito quotidiano a non abbassare mai la testa di fronte alle ingiustizie”.


http://napoli.repubblica.it, 17 maggio 2017

10 mag 2017

10 maggio 1933, il giorno in cui il nazismo mise al rogo la cultura

La notte del 10 Maggio 1933, cinque mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere, Berlino fu illuminata dal rogo dei libri. Più di 20.000 volumi furono gettati dentro un unico falò

MILANO – Migliaia di libri persi per sempre. Il rogo di libri nella Berlino del 1933 non fu organizzato dal governo, bensì dagli studenti tedeschi stessi, infervorati dalla propaganda nazista che stigmatizzava gli intellettuali in genere, e in particolar modo quelli ebrei o di sinistra. Gli studenti dell’Università di Berlino passarono settimane a compilare liste di scrittori e libri ‘non tedeschi’, perlustrarono poi biblioteche pubbliche e private alla ricerca dei volumi incriminati.
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GLI AUTORI DELLE OPERE BRUCIATE – Il 10 maggio gli studenti trasportarono i libri con camion e carri in una piazza della capitale, su cui si affacciavano l’Università di Berlino e il Teatro dell’Opera di Stato. Là diedero fuoco ai cosiddetti ‘libri decadenti’. Il governo approvò entusiasticamente il rogo e nelle settimane seguenti, i roghi dei libri apparvero in centinaia di altre città tedesche. Tra i libri distrutti vi furono le opere di alcuni dei maggiori pensatori, scrittori ed intellettuali del tempo: Karl Marx, Bertolt Brecht, Thomas Mann, Joseph Roth, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Edith Stein, Max Weber, Erich Fromm, l’architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i registi Fritz Lang e Franz Murnau.
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IL DISCORSO DI GOEBBELS – Durante il rogo, Joseph Goebbels, politico e scrittore tedesco, tenne un violento discorso contro la cosiddetta “cultura degenerata”: “Studenti, uomini e donne tedesche, l’era dell’esagerato intellettualismo ebraico è giunto alla fine. Il trionfo della rivoluzione tedesca ha chiarito quale sia la strada della Germania e il futuro uomo tedesco non sarà un uomo di libri, ma piuttosto un uomo di carattere ed è in tale prospettiva e con tale scopo che vogliamo educarvi. Vogliamo educare i giovani ad avere il coraggio di guardare direttamente gli occhi impietosi della vita. Vogliamo educare i giovani a ripudiare la paura della morte allo scopo di condurli a rispettare la morte. Questa è la missione del giovane e pertanto fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato. È un’impresa forte, grande e simbolica, un’impresa che proverà al mondo intero che le basi intellettuali della repubblica di Novembre si sono sgretolate, ma anche che dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito”.
 
dal sito Libreriamo.it 
pubblicato il 10 maggio 2017

19 apr 2017

l'istituto comprensivo di via scialoia, la scuola di milano con il 70 per cento di alunni stranieri

Riportiamo  del quotidiano on-line La Repubblica ila terza puntata di una serie dedicata alle scuole italiane. Il video è stato realizzato presso l'Istituto comprensivo di via Scialoia, a Milano, nel Municipio 9.



Storie di insegnanti che lottano tutti i giorni per fare il loro lavoro. In zone periferiche e abbandonate. Con studenti "difficili". Che devono scontrarsi con alunni e genitori. Che vengono aggrediti e sono vittime di bullismo. Ma che vanno avanti comunque, con passione, nonostante tutto. E che, qualche ragazzo, a volte, riescono a salvarlo. 

A Milano c’è una scuola in cui 7 ragazzini su 10 sono immigrati. È l’istituto comprensivo Scialoia: materna, elementari e medie. È frequentato da stranieri di prima e seconda generazione. Sono soprattutto cinesi, arabi, sudamericani. Fare lezione diventa diffcile quando bisogna affrontare i primi mesi con i cosiddetti NAI (neo arrivati in Italia). Che spesso si ricongiungono nel nostro paese ai loro familiari, che però non vedono da anni. Non parlano una sola parola di italiano e si sentono completamente disorientati. Ma anche di fronte a questo disagio gli insegnanti non si perdono d’animo. “Entriamo la mattina alla otto e la sera siamo noi a chiudere i cancelli della scuola”, raccontano. E i risultati ci sono. Tanto che molti alunni riescono a superare la scuola dell’obbligo.

di Valeria Teodonio
regia Sonny Anzellotti
montaggio Maria Grazia Morrone
video Maurizio Tafuro



http://video.repubblica.it/dossier/prof-in-trincea-viaggio-nelle-scuole-di-frontiera/italiani-in-minoranza-milano-la-scuola-con-il-70-per-cento-di-alunni-stranieri-terza-puntata/273497/274032

https://youtu.be/_XDbT1G1V2Y