3 mar 2018

vera jarach, i 90 anni di una «partigiana della memoria» (di marco tognonato)

Vera Jarach Vigevani, ebrea italiana costretta e emigrare in Argentina per sfuggire alle leggi razziali del fascismo, tra qualche giorno  compirà 90 anni. Ci dice di avere nella sua storia due genocidi: il nonno materno, Ettore Camerino è stato deportato ad Aushwitz, sua figlia Franca si presume sia stata gettata in mare nei voli della morte durante la dittatura (1976-1983) ed è ancora desaparecida. Madre di Plaza de Mayo, come è consuetudine è tornata recentemente in Italia per promuovere lo scambio tra studenti italiani e argentini. Sua figlia era una liceale di soli 18 anni quando venne rapita dai militari.

Ora vorrebbero ridurre le pene a chi non lo merita. Questo colpisce chi di fronte alle atrocità subite dai desaparecidos ha atteso pazientemente di avere giustizia. E nessuno se l’è fatta con le proprie mani
Vera è nata a Milano, ma a soli 11 anni è costretta ad emigrare in Argentina con i suoi genitori per fuggire alle leggi razziali del fascismo. Il resto della famiglia rimasta in Italia è scomparsa e come Franca non ha una tomba. Nel 2014, per la giornata della memoria, è stato realizzato il documentario I rumori della memoria, diretto da Marco Bechis in cui Vera ripercorre i luoghi della sua storia, da Buenos Aires ad Auschwitz.
Di passaggio a Roma, l’abbiamo incontrata poco prima del suo rientro in Argentina.
Anche quest’anno sei tornata in Italia per non far dimenticare la storia.
Vengo in Italia in questo periodo dell’anno perché il 27 gennaio è la giornata della memoria, vengo a parlare in varie città e promuovo lo scambio tra il liceo Nacional de Buenos Aires, dove ha studiato mia figlia, e altri licei italiani. Questa volta però, c’è stato un evento particolare perché l’Università statale di Milano, che è la mia città di nascita, mi ha conferito la laurea honoris causa. Ma questa è stata una delle mie attività. È più di un mese che giro l’Italia.
Sono passati oramai 80 anni dalle leggi razziali.
Sì, sono 80 anni e l’anno prossimo saranno pure 80 anni dalla piccola emigrazione degli ebrei italiani in Argentina. L’Istituto Italiano di cultura e varie università argentine, tra cui l’università di Tucumán, ricorderanno questa migrazione perché tra questi ci sono molti intellettuali e docenti di altissimo livello.
Puoi ricordare qualche nome di questi intellettuali?
Certamente, posso fare il nome dei fratelli Terracini, Benvenuto e Alessandro, che insegnavano a Milano, uno era linguista, l’altro matematico, poi c’era Renato Treves che insegnava filosofia del diritto e sociologia a Urbino, Rodolfo Mondolfo che aveva la cattedra di storia della filosofia a Bologna, Eugenia Saerdoti Lustig, cugina di Rita Levi Montalcini e anche lei medico. Ci sono tanti altri come Mario Pugliese, Marcello Finzi, Leone Lattes, Renato Segre, solo per fare qualche nome di intellettuali che sono emigrati in Argentina. Un gruppo importante è arrivato a collaborare con l’università di Tucumán ritrovandosi con i repubblicani spagnoli, che erano anche emigrati per ragioni politiche.
La tua storia di vita raccoglie in una biografia due genocidi, si può dire che la memoria è per te è una ragione di vita?
In Argentina dico sempre che sono militante della memoria, ma quando sono in Italia sostituisco la parola «militante», preferisco definirmi «una partigiana della memoria». Anni fa glielo dissi a Liliana Segre, e gli chiesi: cosa mi sarebbe capitato se io non fosse emigrata in Argentina? Lei mi disse che con ogni probabilità mi sarebbe successo quello che è capitato a lei, cioè Aushwitz. Non lo so, forse non sarei finita lì, magari sarei stata una partigiana per davvero, anche se in realtà allora ero solo una bambina.
Di cosa hai parlato nel tuo viaggio della memoria quest’anno?
Parlo di cose diverse a seconda degli interlocutori: genocidi, persecuzioni ecc. ma questa volta ho parlato molto dell’attualità argentina che è molto preoccupante. In realtà è preoccupante tutta la situazione del mondo. Ci sono paesi dove la democrazia ha attraversato un lungo percorso e sembra che tutto proceda bene, ma in realtà non è così. È evidente che i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi, mentre il potere si concentra sempre più in poche mani. I diversi contesti mondiali sembrano tutti molto simili. Negli ultimi due anni in Argentina questo modello economico e sociale ha provocato tanti licenziamenti e un numero considerevole di piccole e medie aziende hanno chiuso. Aziende che si sono trovate a dover concorrere con grandi multinazionali che producono i loro stessi prodotti.
Sembra un ritorno al passato, all’ultimo default del 2001 si era arrivati dopo l’abbassamento delle tariffe doganali e l’apertura indiscriminata alle importazioni di ogni bene.
Certo, questa storia io l’ho già vissuta: prima durante la dittatura militare e poi con il governo di Carlos Menem (1989-1999), purtroppo abbiamo già subito questo modello. La storia si ripete perché ci sono interessi molto potenti che generano poi tragedie, come durante la dittatura, interessi coperti dal silenzio, per paura, connivenza oppure per complicità. Ovviamente non c’è la paura che si respirava durante la dittatura, ma sono molti i silenzi complici.
Perché complicità o paura? Prendiamo il caso di Milagro Sala, la dirigente indigena da oltre due anni in carcere o agli arresti domiciliari senza che ci siano prove concrete contro di lei: quando è stata assolta in uno dei processi, sottovoce le è stato detto: «Non farti delle aspettative, ora sei stata assolta, ma abbiamo altre 50 cause che apriremo una dietro l’altra. Resterai per sempre in prigione».
È una situazione terribile. È come se ci fosse una ostinazione verso ogni forma di opposizione, verso tutte le persone che hanno partecipato nell’ultimo decennio ai governi Kirchner. Un atteggiamento persecutorio, di odio, con Milagro Sala sicuramente, ma ci sono altri casi, per esempio l’inchiesta su Cristina Kirchner e Héctor Timerman, accusati di alto tradimento per i loro rapporti con l’Iran dopo l’attentato all’Amia (Associazione Mutuale Israelita, ndr), quando in realtà loro, in quanto presidente e ministro degli esteri volevano solo fare luce, avere notizie per capire il livello di coinvolgimento di quel paese nell’attentato che nel 1994 aveva fatto saltare un intero palazzo provocando centinaia di vittime. Sono accuse assurde, ma trovano ampia eco nella stampa e diventano notizia. Bisogna dire che in Argentina i media sono concentrati in poche mani con interessi molti vicini al governo di Mauricio Macri.
Sembrerebbe che nella regione non siano più necessari i colpi di Stato. Oggi si possono ottenere gli stessi risultati attraverso la magistratura, la stampa, il golpe economico, ecc.
Quello che stai dicendo è molto grave e lo penso anch’io. Oggi ci sono altre «armi», ci sono altri mezzi per «disciplinare» un paese. In Argentina usano questo termine, «disciplinare», sono le nuove forme per imporre un ordine dall’alto, in modo meno evidente e sembra anche con buoni risultati. Manca sempre di più la possibilità di fare una vera opposizione perché i potenti cercano continuamente di generare disunione, di frammentare ogni forma di opposizione. Penso che accada anche qui in Italia, vincono le divergenze e quindi prevalgono i gruppi di potere.
In materia di diritti umani come procede il governo Macri?
Noi vediamo che l’intenzione sarebbe quella di finire con i processi, di ridurre le pene ai condannati, di concedere il beneficio degli arresti domiciliari a soggetti che non lo meritano, con vari ergastoli e nuovi processi in corso. Tutto questo colpisce le nostre organizzazioni di diritti umani perché noi abbiamo pazientato molto per avere giustizia, negli anni, di fronte alle atrocità che hanno subito i desaparecidos. Nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani.
Pensate che questo sia un primo passo verso un’amnistia generalizzata?
Questo già lo dicono loro, ma in un’altra maniera: «Perché non perdonate, perché non vi riconciliate» ecc. ecc. Innanzitutto non possiamo assolutamente perdonare chi non ha chiesto mai perdono e in ogni modo prima ci deve essere giustizia vera, ma ancora ci sono molti processi in atto. Quello che mi tocca più da vicino è quello della Esma, un mega processo diviso in tre parti: le prime due sono arrivate a sentenza, manca la terza. La Eema è stato il principale campo di concentramento della dittatura da cui partivano i voli della morte, il governi precedenti lo hanno trasformato in Museo della Memoria. Oggi stiamo lavorando affinché questi edifici siano dichiarati dall’Unesco «patrimonio dell’umanità», c’è troppa sofferenza tra quelle mura perché vadano perse. Comunque io vedo con sempre più frequenza che le piazze tornano a riempirsi di persone che non vogliono perdere tutto ciò che avevano ottenuto. È difficile fare previsioni, ma io sono partigiana della memoria e sono ottimista.
Marco Tognonato
il manifesto, 3 marzo 2018

14 feb 2018

alunni senza residenza: che fare? consigli per genitori e scuole

Ecco un utile e pratico manuale con importanti consigli per genitori e staff scolastico che risponde a quesiti e aiuta a gestire situazioni riguardanti gli alunni e le alunne senza residenza.
L'obiettivo del documento è di migliorare la conoscenza di scuole e genitori su questo tema, poiché l'assenza del requisito della residenza, combinata a una scorretta informazione, rischia di privare i minori di alcuni benefici indispensabili per la loro crescita.
Occorre tenere sempre presente che la scuola non è tenuta a conoscere le condizioni giuridiche dei propri alunni e delle loro famiglie. Infatti tra i documenti per l’iscrizione non è richiesto il permesso di soggiorno. Per i bambini e i ragazzi i termini clandestino o illegale sono banditi dalla Carta di Roma.
L'opuscolo è stato predisposto dal Polo StarT1 - Strutture Territoriali di Accoglienza in Rete per l'integrazione, frutto di un accordo interistituzionale tra amministrazione scolastica e comunale - di cui l'ICS Giacosa di Milano è scuola capofila.
Opuscolo ALUNNI SENZA RESIDENZA: CHE FARE? CONSIGLI PER GENITORI E SCUOLE : [clicca qui]




5 feb 2018

le linee guida nazionali per una didattica della shoah a scuola

Nel 2018 ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione, in Italia, delle “leggi antiebraiche” del 1938. Con quelle leggi è iniziato, di fatto, un processo che dalla discriminazione e negazione dei diritti ha portato alla deportazione e allo sterminio. 
Tale anniversario, insieme alla concomitanza che, proprio nel 2018, il nostro Paese avrà la responsabilità di presiedere l’IHRA – l’International Holocaust Remembrance Alliance –, offrirà certamente molte occasioni, anche a livello istituzionale, per interrogarsi sull’impatto che quelle leggi ebbero non solo sulla popolazione ebraica, che con l’Unità d’Italia e l’apertura degli ultimi ghetti aveva considerato ormai definitivamente acquisito il suo processo di “emancipazione”, ma sull’intera società italiana. 
In concomitanza con le celebrazioni del Giorno della Memoria 2018, il Miur ha inviato alle scuole di ogni ordine e grado le “Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola”. 

Per chi opera nella scuola, però, l’amara ricorrenza non solo rappresenta un motivo in più per significativi approfondimenti storico-culturali – che non potranno mancare –, ma è, fin da ora, un’ulteriore occasione per riflettere sulla valenza formativa dello studio di quegli anni tragici e per considerare se l’attenzione e lo spazio che solitamente sono dedicati ad un tema così complesso risultino rispondenti ed adeguati. L’anniversario porta a chiedersi che cosa significhi studiare e insegnare la Shoah oggi, perché́, in una realtà mondiale sconvolta ancora da tanti mali e troppi conflitti, da atrocità̀ di massa, atti di terrorismo, pericolose e dolorose migrazioni, sia necessario dedicare tempo e spazio ad un evento accaduto quasi ottant’anni fa. Interrogarsi sul “perché́” insegnare la Shoah, individuarne le molteplici motivazioni è il primo passo per ragionare su “cosa” insegnare e “come” farlo, per scegliere da quale prospettiva muoversi per affrontarne la complessità, per selezionare, nella bibliografia a disposizione, testi di riferimento e approcci metodologici adeguati nello sviluppo dell’attività didattica, che è sempre, nel contatto con gli studenti, una vera e propria continua “ricerca- azione”.

“Perché”, “cosa”, “come” insegnare: sono questi gli interrogativi che si pongono generalmente i docenti; sono queste le questioni più rilevanti affrontate in studi, ricerche e pubblicazioni, anche livello internazionale, nell’ambito della didattica della Shoah. Le risposte sono molteplici e in continuo divenire.

Nella prospettiva di un ulteriore approfondimento di queste tematiche si collocano le riflessioni che oggi proponiamo. Senza alcuna pretesa di esaustività, assumono la forma delle “Linee Guida”, l’ormai consueto canale di comunicazione, che, in altre occasioni e per altri argomenti, si è rivelato utile per focalizzare importanti esigenze educative.
Queste “Linee Guida”, pertanto, intendono proporre considerazioni e fornire informazioni e suggerimenti operativi per trattare un argomento che si è rivelato centrale per comprendere il nostro recente passato e il tempo in cui viviamo, ed è risultato estremamente significativo per favorire l’educazione al rispetto, alla convivenza civile e alla cittadinanza attiva.


Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola [clicca qui]

Il discorso che
il 25 gennaio 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rivolto alle studentesse e agli studenti presenti alla cerimonia di celebrazione del Giorno della Memoria [clicca qui].

La lettera della Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Valeria Fedeli alle studentesse e agli studenti, ai docenti e ai dirigenti [clicca qui].

22 nov 2017

le fake news sul liceo virgilio di roma

Una serie di false notizie circola da giorni intorno al liceo Virgilio di Roma, sulla scia delle dichiarazioni avventate della preside Carla Alfano. Il polverone è montato tanto che la scuola è presidiata oggi da reparti cinofili antidroga e se ne ipotizza addirittura la chiusura.
La professoressa Alfano aveva appena assunto quest’anno la reggenza a mezzo tempo del liceo, già difficile da gestire a tempo pieno, quando è crollata una parte del tetto. Le proteste che ne sono conseguite hanno spostato l’attenzione dalle carenze dell’edilizia scolastica alle proteste degli studenti. La preside non ha esitato allora a confezionare una notizia da rotocalco, fatta di sesso, droga e bombe, fino a denunciare un clima «mafioso» all’interno della scuola.
L’aggettivo è rimbalzato sui media, com’è avvenuto spesso per le cronache romane recenti. Di mafia capitale si è parlato a proposito della cricca di Buzzi e Carminati. A loro i giudici hanno comminato condanne pesanti ma il carattere della loro violenza organizzata non è stato ritenuto mafioso.
Al Virgilio è bastato molto meno perché la dirigente evocasse quel termine e l’audience mediatica ha premiato la scelta. Il problema è che se tutto è mafia, dalle estorsioni miliardarie fino alle occupazioni nei licei, alla fine nulla è mafia: l’inflazione sottrae valore alle parole come alla moneta. Chi è incaricato di trasmettere le «competenze chiave di cittadinanza» dovrebbe pesarle attentamente in un paese in cui la mafia esiste davvero.
La settimana scorsa il Virgilio si era segnalato per un’altra ragione: la ricerca Eduscopio l’ha premiato come migliore liceo scientifico di Roma sulla base dei successi universitari dei diplomati. Ha ragione la Fondazione Agnelli, secondo cui si tratta di una delle migliori scuole d’Italia, o la preside che ne parla come di un mandamento?
Probabilmente sbagliano entrambe.
Le classifiche sono usate mediaticamente da chi vorrebbe i licei in concorrenza tra loro a contendersi i «clienti» migliori ma dicono poco del lavoro buono o cattivo di docenti e alunni.
Analogo l’errore della dirigente Alfano che, davanti a problemi innegabili e che riguardano un’intera generazione, invece di avviare un dialogo con la sua comunità ha preferito rivolgersi ai professionisti della paura e agli editorialisti da salotto. Preside, è il momento di tornare a scuola.
Paolo Laureti, genitore di un’alunna del Liceo Virgilio di Roma

pubblicato da "il manifesto" del 22 novembre 2017 e dal sito
http://liceovirgilioroma.eu/riceviamo-e-pubblichiamo/le-fake-news-sul-liceo-virgilio-di-roma/

7 nov 2017

festa dei diritti dell'infanzia 2017 al trotter

Come ormai tradizione, anche quest'anno, l’associazione Amici del parco Trotter, l’IC di via Giacosa (Casa del Sole, Russo Pimentel, Rinaldi) e i Comitato Genitori Casa del Sole, organizzano la Festa dei diritti dei bambini, per celebrare Convenzione dei diritti dell’infanzia approvata in sede ONU nel 1989.
Quest’anno la festa si svolge sabato 18 novembre 2017. 
Come negli anni precedenti la Festa avrà il suo momento centrale nella Marcia dei bambini  che, al mattino, partirà dal piazzale  del parco Trotter per attraversare le strade della zona (via Padova, viale Monza) e fare ritorno al parco.
Il programma, dopo la marcia,  prevede: inaugurazione di un murale realizzato su un muro del parco Trotter sul tema "nella mia scuola nessun bambino è straniero", a seguire in chiesetta mostra dei lavori dei bambini e incontro con Francesco Cappelli e Benedetta Tobagi. La festa si concluderà mangiando tutti insieme in fattoria.
Quest’anno il tema della Festa sarà l’articolo 2 della Convenzione: "Gli stati si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo..., senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori..., dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza". 
Per i contenuti della festa [clicca qui]. 
Vi chiediamo di aderire all'iniziativa che vorremmo riuscisse a coinvolgere sempre di più le persone che vivono la nostra zona.
Vi invitiamo ad allargare ulteriormente a genitori e associazioni che pensi possano essere interessati.

Le adesioni vanno inviate ai seguenti indirizzi:

5 nov 2017

la scuola ai tempi del colera (di antonella loconsolo)

La storia che vi raccontiamo oggi è una di quelle che non si vorrebbe mai raccontare. C'è una scuola media, la Verga dell'IC Sandro Pertini, dell'estrema periferia nord milanese, una di quelle scuole che tiene alta la propria qualità con grandi sforzi e l'impegno di tutti, docenti, genitori, ragazzi. Una scuola che unisce sotto lo stesso tetto figli di famiglie agiate e con un buon livello di scolarità e ragazzi di famiglie molto disagiate, italiani e stranieri, in un equilibrio che richiede sempre un grosso lavoro sul piano educativo. Una di quelle scuole che raccoglie bollini dei supermercati per dotarsi di tutto ciò che serve, che si arrabatta per venire incontro alle povertà e al disagio, ma che non cede un millimetro alla qualità dell'offerta formativa. A questo, come sempre, contribuiscono insegnanti che lavorano ben oltre il loro stretto dovere, e si impegnano a creare progetti che allargano le opportunità e offrono ai ragazzi e alle ragazze occasioni di crescita.
In questa scuola si tiene, non da oggi, un progetto che prevede incontri dei ragazzi con scrittori, su temi quali, tra l'altro, la prevenzione del bullismo nei confronti dei disabili, degli omosessuali, degli stranieri, il valore dell'inclusione, la solidarietà. I genitori vengono informati, danno il loro consenso, se contrari possono chiedere che i propri figli non partecipino al progetto. In questa situazione si arriva al 2017, anno in cui, improvvisamente, e proprio per queste attività formative, la scuola finisce sulle testate di destra, come una scuola dove "i gay tengono lezione di sesso e il pd fa propaganda elettorale".
Cosa è successo? Pare che un assessore leghista, Andrea Pellegrini, che si dice sia anche un genitore della scuola, non abbia gradito questo progetto e abbia deciso di "sbattere il mostro in prima pagina", in questo caso l'IC Pertini, accompagnato in questo dalla assessora del municipio con delega alla scuola.
Deborah Giovanati, in quota "Milano Popolare Parisi Sindaco", arriva ad affermare a mezzo stampa: "Sono determinata ad agire con ogni mezzo a disposizione per sospendere questo e simili corsi".
Affermazioni di una gravità inaudita, non solo considerato il fatto che l'Italia ha ancora un articolo costituzionale che garantisce la libertà di insegnamento e che la legge dell'autonomia scolastica ancora non è stata abrogata. E' grave anche e soprattutto perchè arriva da una persona che ricopre un ruolo che non le dà alcuna competenza in materia di didattica. Il Municipio infatti si deve occupare di edilizia scolastica, e ultimamente lo fa poco e male, se si pensa al comportamento tenuto nei confronti della scuola media Pavoni e all'incapacità dimostrata dall'attuale maggioranza del Municipio 9 di affrontare il tema della necessaria bonifica dell'edificio, di cui dimostrano di non conoscere nemmeno le caratteristiche costruttive. Le altre competenze del Municipio riguardano i servizi comunali, come pre-scuola, doposcuola, refezione e giochi serali. Ma per quanto riguarda la didattica zero.
Che l'attacco alla scuola Verga sia del tutto strumentale è dimostrato da molte cose. Sostenere che l'Arcigay non è competente a parlare di prevenzione del bullismo omofobico è ridicolo, considerato che l'associazione interviene in numerosissime scuole e tiene anche corsi di aggiornamento per gli insegnanti su questa materia. Affermare che non si può far entrare a scuola un politico del pd come Sumaya Abdel Qader è doppiamente ridicolo, primo perchè la signora, che per i soggetti in questione è solo una "islamica" come se la religione di appartenenza fosse una etichetta e bastasse a farne un pericolo, è una indipendente nelle liste del Pd, non ha la tessera di alcun partito, secondo perchè è una scrittrice.
Ma dove si vede che la vicenda è ridicola e ha il retrogusto inconfondibile dello sciacallaggio preelettorale? Beh, è molto semplice: numerose scuole del territorio del Municipio 9 partecipano da 10 anni ad un progetto che si chiamava "Consiglio di Zona dei ragazzi e delle ragazze" nato proprio in zona 9 e ora esteso a tutto il territorio cittadino con il nome di "Consigliami". I ragazzi delle medie, ma anche, orrore!, i bambini delle elementari, diventano Consiglieri di Municipio in erba e hanno incontrato, nel corso degli anni,  i Presidenti del Municipio 9, di opposti schieramenti politici, gli assessori, anche quelli da cui parte la strumentale protesta, il Sindaco Pisapia, assessori cittadini quali Granelli e altri, e sono stati ricevuti anche a Palazzo Marino.
Nota positiva, i genitori si sono schierati senza se e senza ma al fianco degli insegnanti [clicca qui] e vogliono assolutamente che il progetto, momentaneamente sospeso, venga concluso anche con l'appuntamento con la scrittice e consigliera comunale, cittadina italiana di origini giordane, Sumaya Abdel Qader, autrice del libro "Porto il velo, adoro i Queen". Anche l'opposizione in Municipio 9 ha fatto sentire il proprio sconcerto [clicca qui]. La reazione è stata così forte che l'assessore leghista si è visto costretto a cancellare alcuni post relativi alla vicenda dal suo profilo facebook.
Ma alla fine non può non restare l'amaro in bocca a tutti. Tanti gli interrogativi: alla vigilia delle iscrizioni la scuola avrà ricevuto un danno tutto questo can can? Il prossimo anno i docenti saranno disposti a rischiare di nuovo la gogna mediatica per offrire ai ragazzi di terza media delle occasioni di riflessione e di crescita?
Sono domande alle quali per il momento non c'è risposta.
Quando penso a questa vicenda mi viene sempre in mente che l'Istituto Comprensivo si chiama Sandro Pertini. Cerco di figurarmi cosa avrebbe detto in merito il Presidente Partigiano. Forse, come in una vignetta celebre, è su in Paradiso, con un bastone nodoso in mano, e supplica il Padreterno di mandarlo giù, non fosse altro che per due minuti soli.
Antonella Loconsolo

- Sullo stesso argomento leggi il nostro intervento pubblicato il 2 nov 2017: [clicca qui]

2 nov 2017

"noi: storie di libri parlanti": i genitori della scuola media verga di milano difendono il progetto

Più volte in questo blog ci siamo occupati della furore ideologico "anti gender" che da qualche anno impazza nelle nostre scuole [clicca qui]. 
Qualcuno sembra allarmato dal fatto che gli studenti possano essere sottoposti in ambito scolastico all'idea di un'indifferenziazione tra i generi allo scopo di screditare la "famiglia tradizionale" e di promuovere la diffusione dell'omosessualità.
Si tratta di solito di politici o sedicenti tali che incapaci di affrontare con competenza il proprio ruolo cercano facile visibilità nel promuovere la difesa dei non meglio definiti valori tradizionali. Peraltro si avvicina il periodo natalizio, ci attendiamo l'ennesima polemica stagionale su presepi e cori natalizi. 
Nei giorni scorsi il primitivismo culturale ha contagiato anche il 9 Municipio di Milano. Complice una stampa cittadina sempre pronta a strumentalizzare politicamente iniziative scolastiche, è stato messo all'indice il progetto "Noi: storie di libri parlanti" dell'IC Sandro Pertini di Milano, destinato agli alunni delle terze medie con l'obiettivo di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione e di educare alle differenze, riflettere sulle stereotipie, i pregiudizi e le discriminazioni di ogni forma (leggi dal PTOF della scuola a pagina 138 di 173). 
Quattro incontri che prevedevano gli interventi di tre scrittori, Angela Gambirasio, Pap Khouma e  Sumaya Abdel Qader, e del Gruppo Scuola CIG-Arcigay Onlus Milano. 
Apriti cielo ... i gay a scuola ... Ma stavolta non si tratta solo di (omo)sessualità. Insopportabile per taluni che sia stata invitata una scrittrice che assomma parecchi torti: innanzitutto essere donna, poi musulmana, per giunta colta (tre lauree), che indossa il velo ed infine consigliera comunale (senza tessera) di un partito non gradito ... pane per i denti per scatenare le truppe cammellate a difesa dell'ortodossia.
Ci sono insomma tutti gli ingredienti per scatenare i malumori più beceri ... omosessualità, islam .. eppoi, aggiungiamo noi, la disabilità a scuola non turba forse i nostri ragazzi? e un negro che sa parlare e ha qualcosa da raccontare non rompe lo stereotipo a cui siamo abituati? Insopportabile tutto insieme ...
Insomma, tanto è il clamore - scatenata la stampa, due assessori del Municipio 9 si mettono in mostra ("fuori la politica dalle scuole" e "sospenderemo questo e simili corsi con ogni mezzo") - che la Dirigente Scolastico decide di annullare l'incontro con la scrittrice Sumaya Abdel Quader [clicca qui] (la data della circolare è antecedente agli articoli di stampa).

Ma i genitori che ne pensano? Ecco il comunicato del Comitato Genitori della Scuola Media Verga [i link ipertestuali sono a cura della redazione]:

Carissimi genitori della scuola media Verga,
Il comitato genitori Vi informa che anche questo anno la scuola ha proposto ai nostri ragazzi di terza il progetto Noi: storie di libri parlanti, nell'ottica di promuovere e garantire la cultura dell'inclusione e il valore universale del rispetto. Una scuola realmente inclusiva è uno spazio di convivenza nella democrazia, nel quale il valore dell'uguaglianza puo’ essere ribadito e ristabilito come rispetto delle differenze. Contrastare i pregiudizi e le stereotipie, prevenire discriminazioni di ogni forma, trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti, sono tutti obiettivi che concorrono allo sviluppo e al raggiungimento di competenze chiave di Cittadinanza, non solo nazionale, ma anche europea e internazionale. Il progetto si colloca nell’ottica di promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione prevenendo le diverse forme di bullismo (etnico-religioso, omofobico, legato all'handicap e all'aspetto fisico) e il forte disagio che ne deriva. Il progetto prevede l’intervento di quattro scrittori:
1. Angela Gambirasio: laureata in psicologia, addetta al Centro per l'Orientamento allo Studio e alle Professioni (COSP) dell'Università Statale di Milano, curatrice del blog Ironicamente Diversi e autrice del libro Mi girano le ruote: una storia che non sta in piedi. Attraverso una breve intervista la scrittrice presenterà il suo libro, un'autobiografia ironica che racconta e prende in giro stereotipi e pregiudizi abituali legati alla disabilità.
2. Pap Khouma: giornalista, direttore della rivista on-line di letteratura della migrazione El Ghibli, con svariate esperienze nell'ambito letterario ed editoriale, in contesti scolastici ed accademici e scrittore di Io, venditore di elefanti, giunto oggi all'ottava edizione e i cui brani sono inseriti in diverse antologie scolastiche. Attraverso il racconto del suo libro, l'autore farà riflettere sui temi dell'immigrazione e dell'intercultura.
3. Gruppo Scuola CIG-Arcigay Onlus Milano: gruppo composto da volontari accuratamente formati e che tiene incontri nelle scuole medie e superiori di Milano e provincia dal 1994. In un clima informale, attraverso una lezione fatta anche di racconti esperenziali dei volontari e attività laboratoriali in gruppo, si perseguiranno i seguenti obiettivi: riflettere sui meccanismi di integrazione/esclusione, chiarire le parole adeguate a descrivere l'orientamento sessuale e l'identità di genere oltre il condizionamento degli stereotipi culturali, riflettere sul tema della varietà degli individui e del diritto alla propria individualità, prendere coscienza delle dinamiche del bullismo cominciando a comprenderne gli aspetti pericolosi e lesivi per i singoli e per il gruppo, ragionare sulle difficoltà, create soprattutto dall'esterno, che una persona LGBT potrebbe vivere, ma anche sulle possibilità di condurre una vita serena e felice.
4. Sumaya Abdel Qader: nata a Perugia il 16/06/1978, da genitori giordani, dal 1999 si occupa di immigrazione, nuovi italiani, interculturalità-multiculturalità, processi culturali, culture, contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere, giovani, religioni, Medioriente. Lavora molto coi ragazzi, nelle scuole e nelle università, ed è consigliere comunale a Milano, dove segue commissioni come quella sulle Pari Opportunità e Diritti Civili e quella relativa a Educazione - Istruzione - Università e Ricerca. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo libro dal titolo Porto il velo, adoro i Queen, [dal quale è stato ricavato un docu-film, NdR] un testo in cui affronta con ironia, dall'interno, temi come il ruolo della donna nell'islam e come vivere la propria appartenenza religiosa nel rispetto degli altri in una società moderna e pluralista.
L’intervento dell’ultima scrittrice non ci sara’, cosi’ ci informa una circolare firmata dalla DS. Le ragioni non sono state chiarite ma intanto i quotidiani Libero [clicca qui] e il Giornale [clicca qui e qui] escono con articoli con titoli politici: ”I gay fanno lezione di sesso e l’islamica pd di religione” suggeriti da un consigliere di zona leghista con altri suoi amici e con l’intenzione di portare il caso in consiglio di zona. Cosi’ capiamo che il volere di una persona, la quale non ha affatto capito il significato del progetto e che sta usando i nostri ragazzi per fare campagna elettorale ha deciso per l’intera scuola. IL PROGETTO E’ STATO SOSPESO E FORSE NON SARA’ PIU” PROPOSTO IN FUTURO.
I ragazzi hanno fortemente apprezzato tutti gli incontri dei diversi scrittori, per loro e’ stata una possibilita’ di confronto, di conoscenza e di liberazione da dubbi e frustrazioni e questi incontri potrebbero aiutare loro e gli insegnanti a contrastare il bullismo, fenomeno esistente nella nostra e nelle scuole di Milano.
Stiamo attenti a non lasciare che alcune persone generino nella nostra scuola e nel quartiere sentimenti di odio, e di razzismo meschino e che intacchino l’autonomia scolastica.
Diciamo NO a chi non vuole dialogare con tutti i genitori della scuola e usa mezzi propri per imporre idee e decisioni.
Vi prego di divulgare la notizia.
Il comitato genitori scuola media Verga [scarica il comunicato]

- Sullo stesso argomento leggi l'intervento di Antonella Loconsolo pubblicato il 5 nov 2017: [clicca qui]

27 set 2017

"punti di vista", un cortometraggio sullo sfruttamento dei docenti da parte delle scuole paritarie

Il 28 settembre 2017 a Palermo è stato presentato in anteprima nazionale il cortometraggio inedito di Francesca La Mantia "Punti di vista" in occasione della manifestazione "Istruzione e Mezzogiorno: la giusta direzione per lo sviluppo del paese" a cura di Cgil Sicilia, FLC CGIL Sicilia, #Unipa2017. 
Alla proiezione del corto, alla presenza della regista ed autrice, è intervenuta la Segretaria Generale CGIL Susanna Camusso.  
"Punti di vista", un cortometraggio girato in Sicilia nel 2014 e prodotto dalla Flc-Cgil Palermo, denuncia in modo ironico, sarcastico e innovativo una realtà che da almeno 60 anni colpisce il sistema scolastico del Sud. 
Tra Palermo e Roma sono state accertate infatti più di 500 scuole paritarie che non pagano i docenti, dando loro buste paga vuote e assicurando il punteggio. I docenti, a loro volta, pur non prendendo uno stipendio, devono pagare le tasse su un compenso mai percepito. 
Il cortometaggio, basandosi su inchieste realmente accertate, rende tutto amaramente onirico e restituisce a tutta la nazione lo specchio di un problema preciso.

Il cortometraggio "Punti di vista":  [CLICCA QUI]

La pagina FB di "Punti di vista": https://www.facebook.com/pg/puntidivistafilm/photos/

Sullo sfruttamento dei docenti da parte delle scuole paritarie riproponiamo un nostro post del dicembre 2014: "Il libro nero della scuola italiana". 

17 set 2017

insegnanti per la cittadinanza

Franco Lorenzoni, maestro elementare e ideatore del Laboratorio Casa Cenci, promuove un appello per lo ius soli e lo ius culturae tra gli insegnanti. Vi proponiamo l’appello nella sua versione integrale, potete anche firmarlo al link indicato.

Care amiche e amici,
vi chiedo di diffondere il più possibile e il più velocemente possibile questo appello per organizzare per tempo la mobilitazione del 3 ottobre 2017

Grazie, Franco Lorenzoni


 
INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA
Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.
Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.
Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti.
Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.
Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.
Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.
Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento.
Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all’appello collegandosi ad Appello degli insegnanti per lo ius soli e lo ius culturae, cliccando qui: https://goo.gl/forms/1AC6g081ttGQC9Ag2 . 

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”, esclusivamente per raccogliere proposte, esperienze e suggerimenti da condividere, per preparare le iniziative che si realizzeranno il 3 ottobre 2017 e nel mese successivo. Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole. Per entrare nel gruppo facebook clicca qui
Dichiaro di essere informato, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 13 del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, che i dati personali raccolti saranno trattati, anche con strumenti informatici, esclusivamente nell’ambito del procedimento per il quale la presente dichiarazione viene resa. 

primi firmatari
Franco Lorenzoni maestro elementare Eraldo Affinati insegnante e scrittore, fondatore della scuola Penny Wirton Giancarlo Cavinato segretario del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa Giuseppe Bagni presidente del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti Clotilde Pontecorvo presidente della FITCEMEA Gianfranco Staccioli segretario della FITCEMEA Roberta Passoni coordinatrice della Casa-laboratorio di Cenci Paola Piva coordinatrice scuole migranti Alessandra Smerilli scuola per stranieri ASINITAS Sara Honegger scuola per stranieri ASNADA Fiorella Pirola rete scuolesenzapermesso

15 set 2017

basta compiti a casa? ahi! ahi! ahi! (di giuseppe caliceti)

Continua il dibattito sui compiti a casa. Dopo la lettera del Preside Maurizio Parodi alla Ministra Fedeli, [clicca qui], un intervento di Giuseppe Caliceti.


Uno degli sport nazionali preferiti di questi ultimi anni, praticato in primis da giornalisti e politici, è quello di dare addosso ai docenti italiani. Ogni volta in modo diverso.
Quest’anno, per esempio, su alcuni giornali nazionali, la scorsa settimana, c’è chi è arrivato a sostenere che se le famiglie italiane si sfasciano, o i genitori non hanno più un buon rapporto con i loro figli, la colpa di chi è? Dei docenti della scuola pubblica. Perchè? Perchè sono sadici. Giuro. Perchè danno troppi compiti agli studenti. Insomma, sarebbero i compiti che creano tutti questi danni. Se invece smettessero improvvisamente di dar compiti nelle scuole di ogni ordine e grado, le famiglie italiane e l’Italia intera sarebbero un Paese meraviglioso. Non ci si crede, lo so. Ma è proprio così. C’è chi ha paragonato la scuola pubblica italiana ad un gulag. E c’è anche un dirigente scolastico che, invece di promuovere un buon rapporto tra docenti e genitori degli studenti – rafforzando cioè quel patto educativo sempre più incrinato che è alla base di ogni serio e riuscito processo educativo, – ha pensato bene di fomentarne lo scontro. Creando in rete la petizione “Basta compiti”, titolo di un suo libro, che ha già raggiunto un discreto numero di seguaci. Perchè bisognerebbe abolire i compiti?
Ecco alcune motivazioni: perchè sarebbero inutili; dannosi perchè procurano disagi; perchè sarebbero discriminanti perchè avvantaggerebbero gli studenti avvantaggiati; prevaricanti perchè non lascerebbero il «diritto al riposo e allo svago», sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo e riconosciuto a tutti i lavoratori; perchè sarebbero impropri perchè costringerebbero i genitori a sostituire i docenti senza averne le competenze professionali; limitanti e stressanti, perchè causerebbero, appunto, molti, troppi conflitti famigliari. Sembra una barzelletta, ma non lo è.
Dalle pagine del Corriere della Sera, il maestro Franco Lorenzoni aveva provato sommessamente a spiegare a un papà che scriveva una lettera pubblica contro i compiti, che per imparare a suonare la chiatarra, ci vuole un po’ di impegno e di esercizio. E, pazientemente, lo esortava: «Si fidi della scuola e delle sue scelte, si fidi degli insegnanti e del loro metodo. Sono bravi, mi creda».
Ciò che colpisce in questa polemica che quest’anno non sembra mai sopirsi, è come, ormai, a forza di aver avuto governi che parlano di scuole aziende e di diritto costituzionale gratuito come quello dell’istruzione dei minori non più, appunto, come un diritto, ma come di servizio, tra l’altro sempre più privato, la famiglia-cliente sia sempre più esigente. Ma non nel senso che pretenda una formazione del figlio sempre più alta; ammettiamolo, la qualità della scuola pubblica italiana, dal 2008 a oggi, con i tagli giganteschi a personale e fondi, ha tagliato anche la sua qualità. Ma, piuttosto, pretendendo una scuola sempre meno «invandente» nella vita adulta dei genitori. Come se i figli fossero auto e le scuole posteggi. O club di animazione turistica. È vero, nel tempo pieno, è bene che i bambini dopo otto ore a scuola non abbiano carichi eccessivi neppure nei week-end. E’ vero, in alcuni paesi scandinavi non vengono dati compiti, ma l’organizzazione e il calendario scolastico è assolutamente diverso dal nostro e lì si investe nell’istruzione moltissimo, mentre da noi pochissimo: là sono i primi in investimento in Europa e nel mondo, qui da noi gli ultimi; e questo, qualcosa, dovrà pur voler dire. Resta il fatto che tale polemica sui compiti promossa dai media italiani sembra minare ancora di più il fragile patto educativo tra docenti e genitori degli studenti che c’è oggi.
Personalmente sono a favore dei compiti. Perchè responsabilizzano gli studenti (e, a questo punto, mi viene da dire, anche, alcuni genitori). Perchè aiutano ad avere più autonomia (cioè ad imparare a fare da soli). Perchè l’apprendimento, ma anche la buona educazione, mi viene da dire, nessuno te li regala ed hanno a che fare anche con impegno, disciplina, organizzazione del proprio tempo, fatica. Tutte parole che oggi sembrano cadute nel dimenticatoio. Sarà un caso?
Giuseppe Caliceti, il manifesto, 15/9/2017

tra i banchi di una pedagogia neoliberista (di roberto ciccarelli)

La «Buona Scuola» di Renzi ha trasformato la scuola in un’agenzia del customer care, la cura dei clienti. La definizione è di Christian Raimo, scrittore e insegnante militante, nel suo ultimo libro Tutti i banchi sono uguali. La scuola è l’uguaglianza che non c’è (Einaudi, pp. 142, 16 euro). L’alternanza obbligatoria tra scuola e lavoro, a regime da quest’anno per gli studenti delle superiori, porta a compimento un progetto della pedagogia neoliberista: trasformare lo studente in una forza lavoro capace di praticare il problem solving e le soft skills.
QUESTE PAROLETTE sono state prelevate dai manuali di management delle risorse umane e sono state adattate alle circolari scolastiche dal ministero dell’Istruzione. È ormai noto il loro significato: trasformare la conoscenza in capacità di risolvere problemi affinché il soggetto impari a esercitare competenze molli e trasversali sul lavoro e nella vita. La scuola, oggi, insegna a diventare forza lavoro adattabile al mercato, non una soggettività che afferma il proprio diritto a esistere nella società e sul mercato. A questo fine è utile fare un tirocinio da 200 o 400 ore per friggere patatine, servire un gelato da Mc Donald’s o aiutare un cliente che cerca un vestito last-minute da Zara. Questo progetto di professionalizzazione dell’istruzione ha ricevuto una spinta dal renzismo: educare gli adolescenti alla morale dell’imprenditore di se stesso – imparare a gestirsi come un’impresa – in una società dove la regola è il lavoro gratuito, estenuante è la ricerca di una visibilità funzionale alla conquista di un «lavoretto».
IN UN PAMPHLET agile, nutrito da inchieste sul mercato nero delle lezioni a pagamento, sensibile rispetto all’ampia discussione sulla trasformazione in atto, Raimo delinea la trasformazione dalla scuola disciplinare del comando alla scuola del governo della forza lavoro con i contratti a breve e brevissimo termine. Questa istituzione sente comunque la necessità di continuare a fare la morale. A quanto pare il Bene per gli studenti consiste nell’essere disponibili alle necessità di chi comanda in un negozietto, un salone di bellezza o una fabbrichetta di bulloni. Scuola significa essere pronti al lavoro, non importa quale.
È lo stesso messaggio che passa ogni volta che si celebrano i dati del presunto «successo» del Jobs Act. L’occupazione «cresce», non importa che sia quella precaria e degli over 50. L’importante è che sia «lavoro». Un lavoro qualsiasi per tenersi occupati. Questa legge è fondamentalmente classista: vale per chi non ha altre risorse che quelle di vendere la propria forza lavoro, non tanto per chi può contare su un capitale sociale e familiare per aggirare qualche ostacolo.
«IL PROBLEMA del lavoro per questi adolescenti – scrive Raimo, citando Gioventù assurda di Paul Goodman – non potrebbe essere sanato che attraverso una rivoluzione sociale». Un’aspirazione prosciugata all’epoca della disillusione compulsiva, ma che potrebbe stimolare i ragazzi in fiore che vogliono conoscere il mondo oltre i «McJobs» – i lavori-spazzatura – a cui sono condannati a vita.
Roberto Ciccarelli, il manifesto, 15/09/2017

8 set 2017

lettera aperta alla ministra fedeli: «basta compiti a casa, ottima idea, estendiamola»

Gentile Ministra,

ho letto, con grande interesse, della sperimentazione sui «compiti a scuola» avviata in alcune scuole italiane. Da tempo, sostengo la necessità di abolire i compiti nella scuola cosiddetta dell’obbligo (la petizione: «Basta compiti!», su change.org, ha superato le 24 mila adesioni) [oggi 8/9/2017 sono 24.900, ndr] perciò considero benemerita qualsiasi iniziativa in tal senso.

Mi limito a segnalare la follia pedagogica dei compiti quotidiani e «per le vacanze», assegnati persino ai bambini che frequentano classi a tempo pieno (dopo 8 ore di immobilità forzata), rispetto alla quale ritengo necessario un intervento urgente da parte del Suo Ministero, pur nel rispetto delle prerogative costituzionali dei singoli docenti e dell’autonomia degli istituti, e del Ministero della Salute, giacché si tratta dell’igiene fisica e mentale degli studenti – oltreché di una patente violazione del «diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età…» sancito dall’art.31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dallo Stato italiano il 27 maggio 1991, con legge n.176.

Trovo però pedagogicamente insostenibile la separazione (prospettata in alcuni articoli giornalistici di commento all’iniziativa), tra teoria e pratica, l’una la mattina l’altra il pomeriggio: in una didattica sensata devono procedere di pari passo, anzi la teoria dovrebbe scaturire dalla riflessione sulla pratica che perciò la precede.

Voglio, altresì, ricordare che in Italia operano più di 500 docenti di ogni ordine e grado, ignorati dal Ministero da lei diretto («segnalati» in più occasioni), che questa «sperimentazione» attuano da anni e senza avere necessità di estendere l’orario scolastico, e senza avere chiesto o ricevuto supporti e riconoscimenti; sono gli insegnanti iscritti al gruppo Facebook: «Docenti e Dirigenti a Compiti Zero», l’impegno dei quali dimostra che una scuola senza compiti è possibile in qualsiasi situazione e senza bisogno di aumentare il tempo scuola.

Dovendo fare uno studio sulla «fattibilità» di una didattica «senza compiti» sarebbe stato opportuno, utile, forse anche doveroso, interpellarli, acquisire le loro testimonianze, monitorarne le esperienze (alcune riportate nell’ebook: «I compiti fanno male»).

Un’occasione mancata, sempre che il Ministero non decida di avvalersi del contributo di quei docenti che sono già oltre la sperimentazione annunciata.



Dixi et salvavi animam meam.



Maurizio Parodi

Dirigente Scolastico



Lettera al quotidiano “il manifesto” pubblicata l’8 settembre 2017