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11 nov 2015

i frutti marci dell'autonomia scolastica (di marina boscaino)

Proviamo per un attimo ad immaginare cosa direbbe ad esempio Piero Calamandrei se sapesse che l’orientamento per i ragazzi delle scuole medie che devono iscriversi alla scuola secondaria di secondo grado si svolge in un centro commerciale. Siamo a Roma, quartiere Eur.
Parlo di Calamandrei perché fu proprio il padre costituente a formulare, in un indimenticabile discorso del 1950, questa imponente definizione: “La scuola, come la vedo io, è un organo 'costituzionale'. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue”.
Ecco: i frutti marci dell’autonomia scolastica hanno portato proprio a questo; la vendita all’incanto – nell’Eden del consumo – di un bene – strumento dell’interesse generale - ridotto a vera e propria merce: l’istruzione. Quella che dovrebbe emancipare, includere, rendere cittadini consapevoli e non consumatori acritici, come il tetro scenario sembrerebbe invece suggerire.
La scelta di svolgere in uno dei centri commerciali più mastodontici di Roma il cosiddetto “open day” – testimonianza, a partire dalla dizione esterofila, di imbarazzante subalternità culturale – è essa stessa funzionale al mercato e metamercantile: il centro commerciale in questione è il massimo polo aggregativo – ahimé – della gioventù locale, delle famiglie in compulsiva ansia da shopping e garantisce un’affluenza quotidiana di centinaia e centinaia di persone.
Scegliere la scuola, ovvero orientarsi su un’opzione di identità culturale e di progetto esistenziale, lo si fa nello stesso luogo dove vengono spasmodicamente cercate le scarpe all’ultima moda, a contatto con l’ipermercato e il suo banco delle offerte, tra i suoni martellanti delle jeanserie e il rumore di sottofondo di una folla famelica di consumo.
Dai licei classici agli istituti professionali in una falsa democrazia di opportunità e prospettive ammantata dalla luce patinata delle vetrine. Ha senso tutto questo?
Va detto per chiarezza che l’iniziativa si colloca in ideale ottemperanza e piena coerenza con il progetto della (sedicente) Buona Scuola e con la sua idea di autonomia scolastica, tanto lodata dal nume tutelare della stessa, il non rimpianto ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, cui dobbiamo senza dubbio la prima enorme picconata alla scuola della Repubblica. Siamo infatti di fronte all'offerta del prodotto al miglior offerente nel clima scintillante del tempio del consumo.
Questo modo di procedere richiama molti altri tristi esempi: le scuole sponsorizzate dal grande supermercato, o il tempo prolungato finanziato in una scuola media bolognese (scuola dell’obbligo!) dall’Unione Industriale locale, con un progetto mai sottoposto agli organi collegiali preposti all’approvazione.
Molti anni fa, nel 2004, quando scrivevo sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affondato definitivamente dal Pd, il fenomeno era già pienamente evidente, ma suscitava ancora una qualche forma di indignazione.
Oggi l’asservimento ad una virata neoliberista che sbrana la scuola della Repubblica, insieme al sapere disinteressato ed emancipante e ai diritti garantiti per tutti, è purtroppo parte del DNA culturale e professionale anche di bravi docenti, che volontariamente, e spesso lietamente, partecipano alle festose kermesse senza porsi problemi di sorta.
L’idea è: una ricca opportunità per la “mia” scuola, guai a farsela scappare. In nome del profitto – in questo caso di quel particolare profitto che si misura in numero di iscrizioni a bilancio – vengono seppelliti principi e partono accuse di disfattismo, quando non di ostruzionismo, per chi non plauda all’allegra celebrazione. Anzi, se ne indigni.
Uno dei pochi intellettuali che in questi anni abbiano saputo pronunciare parole di dissenso inequivocabili nei confronti della distruzione della scuola della Repubblica messa in atto dagli ultimi governi, Luciano Canfora, In uno dei tanti suoi lucidissimi interventi, afferma che, in assenza di democrazia pluripartitica e di coscienza di classe, ai cui esiti estremi stiamo assistendo: “La sola battaglia possibile in questa situazione è di carattere culturale, il più possibile di massa. Descrivere scientificamente il “capitale” del XXI secolo e smascherare la cosiddetta “democrazia occidentale”; diffondere la consapevolezza della sua vera natura. I luoghi di intervento non sono molti. La grande stampa funziona sulla base di una costante censura del pensiero critico nei confronti dell’Occidente. Ma c’è un grande terreno di lotta culturale, che è la scuola. E’ lì che si può indirizzare una lotta tenace in favore del pensiero critico”.
Si tratta di un’intuizione suggestiva e straordinaria, dalla quale ripartire per rifondare convintamente. Non senza la consapevolezza, però, che il danno compiuto da anni di neoliberismo selvaggio e dall’incuria più o meno consapevole per i principi per cui tanti hanno rinunciato alla vita e pochi scritto quell’esemplare di ipotesi di società che è la Carta, hanno violentemente intaccato la schiera di quanti in quei principi riconosco ancora l’A e la Z della propria identità professionale, civica e politica.
La scuola democratica, infatti, è oggi – dopo il climax dello sciopero del 5 maggio – rappresentata da un’avanguardia meno numerosa, ma forse più agguerrita. Perché contestare tutti insieme una legge che non si vuole è molto più facile che ostacolare in pochi il pervasivo e incontenibile arretramento della vigilanza nei confronti del terrificante “nuovo che avanza”. 
Marina Boscaino 
(11 novembre 2015, MicroMega 7/2015)
 

6 ott 2015

le scuole e l'elemosina della grande distribuzione

Non importa che la Buona Scuola non sia in grado di soddisfare le esigenze della scuola italiana. Non importa, perché tutto ciò che le occorre, dai computer ai tablet alle lavagne elettroniche, a tutti gli annessi e connessi li fornisce la grande distribuzione.

Il meccanismo è semplice. Da alcune settimane le cassiere del super ci consegnano un buono ricordandoci di consegnarlo alla segreteria della nostra scuola. “Per i nostri figli”, veniamo ammoniti. La Scuola li raccoglie e a scadenza richiede, in base ai punti raccolti, la consegna dei beni. Ovviamente più si spende, più punti si raccolgono. E ovviamente più punti, più “regali”.

La grande distribuzione sa cogliere perfettamente le esigenze dei consumatori e ha ben compreso che la Scuola, al di là della retorica e dei proclami ministeriali, ha necessità di beni e servizi che l’amministrazione non sembra in grado di fornire ed erogare. Anche, soprattutto, quelli essenziali. E per questo si è attrezzata in grande stile.

Non si tratta più dell’iniziativa spontanea di sparuti genitori che si prodigano nella raccolta e offrono alla scuola il frutto di tanto impegno. Oggi sono le stesse scuole, i Dirigenti, che invitano i genitori a fare la spesa in alcuni supermercati e a consegnare i bollini e i buoni ai referenti di plesso o ad inserirli nei contenitori predisposti all’ingresso delle scuole. Con o senza l’approvazione del Consiglio di Istituto. L’invito lo abbiamo trovato nei diari dei nostri figli, lo ritroviamo sui siti istituzionali di numerosissimi istituti (alla data odierna Esselunga segnala che sono 6643 le scuole che hanno aderito all’iniziativa). Quegli stessi Dirigenti che negli ultimi dieci anni non hanno osato proferire parola quando venivano sottratti alle scuola sette miliardi di euro, che hanno assistito passivamente alla distruzione del tempo pieno, che non hanno osato indignarsi, leali impiegati ministeriali, quando il Ministero non erogava le necessarie ore di sostegno, quegli stessi Dirigenti ora invocano impegno e devozione delle famiglie nella raccolta dei bollini. Ci chiedono di abbandonare il mercato di zona, la panetteria sotto casa, il salumiere della via accanto e di recarci a fare la spesa alla Coop, all’Esselunga, al Conad. Con i loro bollini la scuola potrà finalmente dotarsi di quegli strumenti che l’Amministrazione lesina, impegnata ad applicare, nel diffuso silenzio ed disinteresse di una parte non trascurabile del mondo della Scuola, delle famiglie, della politica, i tagli previsti dalla spending review.

Le famiglie degli studenti diventano oggetto di campagne pubblicitarie e di fidelizzazione. Il diritto costituzionalmente garantito all’istruzione diventa il veicolo per la trasformazione delle famiglie in fedeli consumatrici. Il ricatto del contributo “volontario” non è più sufficiente per soddisfare le esigenze primarie.

E in effetti i cataloghi delle due catene sono ricchissimi. Non manca nulla, dalla “confezione di forbicine creative” alla “chitarra acustica base per principianti”, dalla “Tv a led a 48 pollici” alla “multifunzione a colori che permette di stampare, fotocopiare, fare scansioni ed inviare fax”, dal “set di cuffie con microfono” allo “scheletro umano su piedistallo con ruote”.

Insomma, tutto quello che occorre per allestire un’aula informatica, per dotare di cancelleria la scuola, per attrezzare l’aula “intrattenimento”, di scienze, di lingue straniere.

Ma quanti bollini servono per richiedere un bene in catalogo? Quanta spesa occorre fare per elemosinare un computer per la nostra Scuola? Abbiamo fatto una veloce verifica confrontando due cataloghi.

All’Esselunga la cassiera consegna un buono ogni 25 euro di spesa. Per ricevere un “DELL - NOTEBOOK 15" INTEL I3 Modello Vostro 15 3558” occorrono 1200 buoni che si ottengono con 30.000 euro di spesa. Sul sito Dell Outlet questa macchina è acquistabile a 295 sterline (pari a circa 400 euro) iva esclusa.

Alla Coop Lombardia la cassiera consegna un bollino ogni 10 euro di spesa. Per ricevere un “ACER-Travelmate P256 i3” occorrono 4800 bollini che si ottengono con 48.000 eur di spesa. Sul web questa macchina è acquistabile a circa 400 euro iva inclusa (non riusciamo ad essere più precisi poiché il catalogo non precisa il modello).
Basta un semplice calcolo per verificare che il rapporto tra il valore del prodotto e l'importo della spesa necessario per ottenere il premio è mediamente dell'1%. 

A coloro che mantengono dubbi e perplessità su questo genere di iniziative, ai disfattisti, ai vetero-moralisti, a coloro che ancora credono che la Scuola debba essere territorio franco dagli attacchi della pubblicità e, oseremmo dire, del mercato, chiediamo di non consegnare alle scuole i bollini e di conferirli nella differenziata, di verificare se l’iniziativa è stata approvata dal Consiglio di Istituto, di richiedere ai Dirigenti di rimuovere il materiale pubblicitario dagli ambienti scolastici, di denunciare la volgarità dell’iniziativa. Di cambiare supermercato.
A coloro che invece credono nel valore dell’elemosina, vogliamo essere d’aiuto. Consultando i cataloghi ci siamo accorti della mancanza di un bene essenziale, di prima necessità, che in moltissime scuole sembra introvabile: la carta igienica. Ci piacerebbe che a partire dalla prossima campagna Coop, Esselunga, Conad (ma non vorremmo fare torto a nessuno, ci scusiamo con chi non abbiamo citato) aggiungano il raro bene al proprio catalogo. Ai Dirigenti, agli insegnati, ai genitori che credono nella buona Scuola e che tanto si stanno impegnando nella raccolta dei bollini chiediamo di fare massa critica e di battersi per l’integrazione di questo bene essenziale nei cataloghi del supermercato di fiducia. 

Rassegna stampa
- Dai pastelli al computer: se le scuole vanno avanti con i punti della spesa (la Repubblica, di Tiziana De Giorgio, 2 ottobre 2015) [clicca qui]
- Il supermercato entra a scuola: chi ci guadagna? (Vita, di Stefano Arduini, 7 ottobre 2015) [clicca qui]
- Supermercati per le scuole: come uccidere il fundraising facendo una bella figura. Grazie al Miur (blogfundraising.it, di Massimo Coen Cagli, 9 ottobre 2015) [clicca qui]

14 set 2015

la nuova scuola al centro (commerciale) (di g. mosconi)

Un noto centro commerciale dell’Eur, a Roma, organizza per novembre "Openweek-Incontra le scuole a Euroma2": per cinque giorni, per 9 ore al giorno, le scuole superiori di zona pubblicizzeranno la propria ‘offerta didattica’ nei sontuosi boulevards di Euroma2 (Shopping experience), contendendosi iscrizioni a suon di dépliants colorati e video promozionali (si chiama ‘orientamento’). Nei pomeriggi si rivolgeranno ai clienti della struttura, fra cui i genitori in cerca della futura scuola dei figli; la mattina, il docile gregge degli alunni delle terze medie sarà direttamente portato al centro commerciale e visiterà, fra una jeanseria e un fast food, gli stand delle scuole superiori. Tutto perfetto, dunque?
In realtà quel che offre il centro commerciale (“stand” e “servizio di trasporto da scuola a Euroma2 e ritorno”) è ben ripagato dall’afflusso di mille, duemila tredicenni, seguiti dai loro genitori: incassi extra e pubblicità gratis. È la sacrosanta logica di una azienda. Ma può essere la logica delle scuole pubbliche? No: anche perché da molti anni ci sono già incontri di orientamento, mattutini e pomeridiani, nelle scuole medie come nelle superiori. Se istituti scolastici pubblici si prestano a questo gioco (che costa, ad ognuno, oltre un migliaio di euro per gli straordinari), è solo perché la scuola dell’autonomia è alla disperata ricerca di iscrizioni: quando un solo concorrente si fa avanti, tutti gli altri concorrenti si sentono in obbligo di rimanere al passo. In tutto ciò, ovviamente, la qualità effettiva dell’insegnamento va sullo sfondo. Anzi, illudendosi di offrire un servizio in più all’utenza, le scuole si fanno strumento di una attività commerciale; peggio ancora, abdicano alla propria funzione educativa e conducono i propri alunni, in orario scolastico, non a conoscere il mondo, ma in un centro commerciale. È una nuova materia: educazione alla shopping experience. Non serve dir altro.
Gianfranco Mosconi
13/09/2015 - 16:58
 

9 mar 2015

un detersivo per la "buona" scuola

Mercoledì 11 Marzo 2015 viene presentato a Milano il progetto “Dixan per la scuola”. Si tratta di un’iniziativa della Henkel, multinazionale che opera in tre settori: detergenza, cosmetica, adesivi e tecnologie. Il progetto risale al 2000 e si avvale come mascotte del professore Dix, un personaggio che viene fatto entrare nelle scuole “con un obiettivo ambizioso: sensibilizzare le nuove generazioni su temi di grande rilevanza sociale attraverso percorsi didattici multidisciplinari”.
Nel passato ci siamo più volte occupati delle aziende che entrano nelle scuole per pubblicizzare i loro prodotti: il mondo della scuola costituisce un ambito molto appetitoso per il mercato [clicca qui].
Pur non avendo mai rinunciato alla “resistenza”, avevamo ultimamente smesso di segnalare gli ormai innumerevoli casi con cui, spesso sotto il paravento dell’impegno sociale, si cerca di trasformare le nostre scuole in suk, con l’aperta complicità di dirigenti, insegnanti e genitori.  
Stavolta siamo però rimasti colpiti dell’enfasi con cui il progetto viene presentato a Milano. Addirittura a Palazzo Marino, alla presenza di Francesco Cappelli [clicca qui], Assessore all’Educazione e all’Istruzione del Comune di Milano. Abbiamo pertanto deciso di informarci.
Il progetto della Henkel coinvolgerà 100 istituti scolastici in venti città italiane con l'obiettivo dichiarato di raccogliere indumenti a favore di AI.BI. - Amici dei bambini - un’associazione attiva in tutto il mondo per combattere l'abbandono minorile con l'adozione internazionale, l'affido, il sostegno a distanza.
Funziona così: nelle scuole italiane toccate dal tour arriva un furgoncino da cui scende il professor Dix. I ragazzi partecipano ad una lezione per  “familiarizzare con temi importanti come la solidarietà, la sostenibilità, il risparmio delle risorse, i consumi responsabili, il riuso”. Agli studenti e alle loro famiglie viene quindi chiesto di partecipare alla raccolta di indumenti. Presso la scuola verrà collocato un grande contenitore che sarà ritirato dopo qualche settimana. Il ricavato della raccolta andrà all'associazione Amici dei bambini.
Gli studenti e le famiglie riceveranno un sacchetto in cui riporre gli indumenti, un campione di Dixan [!!] e una copia del libro "Il professor Dix e un calzino sul piede di guerra. La vera storia degli abiti dimenticati", appositamente scritto e illustrato per il progetto da due autori per bambini: la scrittrice Annalisa Strada e l'illustratore Libero Gozzini.
A Milano le scuole coinvolte saranno 30. E quella che raccoglierà il maggior numero di vestiti, riceverà i biglietti per postare “tutti i suoi bambini ad EXPO 2015”.
La Henkel, tramite il suo marchio Dixan, si fa dunque tramite tra la scuola e AI.BI. per raccogliere indumenti usati. In cambio offre un campione di detersivo e un libro. Ed una lezione su solidarietà e consumo consapevole. 
Detersivi, plastica, impegno sociale, Expo, il Comune di Milano promotore dell’iniziativa milanese. E i bambini meccanismo fondamentale di questo ingranaggio.
Viene da chiedersi quale modello pedagogico possa mai valutare positivamente l'ingresso nelle scuole di una forma di propaganda commerciale particolarmente subdola perché mascherata da iniziativa educativa e a carattere sociale. Quale serio pedagogista possa rallegrarsi del fatto che i bambini siano spinti a collegare temi importanti come "sostenibilità", "risparmio delle risorse" o "solidarietà" con il marchio di un'azienda multinazionale. Quale educatore giudicherà opportuno che una lezione su temi di etica e di cultura ambientale e civile venga tenuta da un "professor Dix" che regala fustini di detersivo, nella migliore tradizione della pubblicità televisiva, da Carosello in poi. Se pedagogisti del genere ci sono, si facciano avanti, per favore, e provino a illustrarci le loro ragioni. Siamo tutt'orecchi. 
E Francesco Cappelli che ne pensa? Che racconterà mercoledì a Palazzo Marino? Potrebbe leggere un brano del libro distribuito ai ragazzi, insieme al flacone di detersivo, ad esempio i consigli del professore Dix al termine del secondo capitolo: " [...] E attenzione alla quantità di detersivo. Le dosi consigliate sono indicate sulle confezioni e metterne troppo sarebbe uno spreco: le aziende attente alla sostenibilità come Henkel producono detersivi a base di sostanze lavanti biodegradabili ed efficaci con minime dosi [...]". 

18 mag 2013

tutti al super ad elemosinare punti per la scuola, la lettera di un genitore

Un anno fa abbiamo dato notizia dell'adesione (con un solo voto contrario) da parte del Consiglio di Istituto dell'IC Don Orione (seduta dello 31 maggio 2012) all'iniziativa "Insieme per la scuola" promossa da una catena di supermercati in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, dell’Università e della Ricerca [clicca qui per leggere il nostro post del 1. giugno 2012].
Il 4 aprile 2013, Conad ha annunciato il via della seconda edizione dell'iniziativa. Pubblichiamo la lettera di Lorenza Stendardi, un genitore, inviata a diversi quotidiani, pubblicata da altraeconomia.it che esprime perplessità ed indignazione per questa iniziativa.


"Ciò che più mi indigna - scrive Lorenza - in tutta questa storia è che si sta facendo pubblicità ad un gruppo privato sfruttando i bambini, i quali naturalmente ed ingenuamente entusiasti vorrebbero contribuire al bene della propria scuola. E questo proprio da parte dell’istituzione che più li dovrebbe tutelare e mettere in guardia contro gli attacchi continui della pubblicità e del mercato nei loro confronti". 

Il testo completo della lettera: [CLICCA QUI].

4 apr 2013

la scuola terreno di marketing

Come in nome della "spending review" si fa dell'infanzia e della scuola un terreno di marketing e mercificazione trasformando la comunicazione educativa in veicolo commerciale:
·  sponsorizzazioni
· cessione di spazi promozionali nelle scuole
· raccolte punti per acquistare materiale didattico
· contratti di fornitura ad hoc per le scuole
· kit didattici che nascondono messaggi promozionali
·  ...
Di fronte ai drastici tagli dei finanziamenti pubblici il mercato si fa avanti e scopre nella scuola nuove occasioni per fare affari.
Mentre la pubblica istruzione è sempre più dipinta come inutile costo sociale, il libero mercato propone offerte commerciali che hanno lo scopo di 'tappare i buchi', ossia, siccome non si dà niente per niente, di speculare sul malato.
Così facendo, con l'avvallo del Ministero dell'Istruzione, si trasforma, con agile mossa, una spesa in una fonte di guadagno (altrui).
Il tutto sulla pelle dei più piccoli, di quelli che dovrebbero essere aiutati a crescere o quantomeno lasciati in pace e che invece vengono trasformati in merce produttrice di merce.
Cosa ne pensiamo? Se ne discute sabato 6 aprile ore 17.00 all'Archivio Primo Moroni in via Conchetta 18.
Nell'occasione sarà presentato il librino "Il marketing sui bambini" [clicca qui].
A cura del gruppo promotore del "Free Festival dei bambini e delle bambine" e del Coordinamento dei comitati delle scuole della Zona 5.
La locandina [clicca qui]

7 ott 2012

la pubblicità nei libri di scuola

Di pubblicità a scuola ci siamo già occupati [clicca qui], oggi parliamo di libri di testo e di pubblicità. Vi ricordate i film italiano degli anni settanta e la pubblicità indiretta ed occulta di sigarette e alcolici [clicca qui]? Proviamo a sostituire ai film i libri scolastici e vediamo l’effetto che fa.
Riceviamo da un genitore un paio di interessanti commenti su un testo di tecnologia utilizzato per le scuole medie: "Tecno idea. Materiali Settori produttivi Energia" della casa editrice Atlas [la copertina].
Sfogliando il libro, ci si imbatte in alcune illustrazioni che lo fanno assomigliare più ad un catalogo commerciale che ad un testo scolastico: [clicca qui].
Ma se questo non basta e abbiamo ancora qualche dubbio ecco un paio di frasi da pag. 177 dove campeggia il logo e le foto [clicca qui] di una nota catena di fast-food: “Alimentarsi al fast-food non sempre e non necessariamente significa assumere calorie e grassi in esubero (…) con un minimo di accortezza, possiamo, anche al fast-food, assumere una razione alimentare corretta (…)”.
Si tratta o no di pubblicità? Che ne dicono gli insegnanti che hanno adottato il testo?
Riportiamo, dal sito dell'Associazione Italiana Editori, un estratto del “Codice di Autoregolamentazione del Settore Editoriale Educativo” [clicca qui]:
"IX) Pubblicità commerciale
42. L'editore si impegna a non inserire messaggi pubblicitari, né espliciti né redazionali, nei libri e negli altri strumenti didattici di adozione.
43. Sono tuttavia ammessi i messaggi relativi a campagne di pubblica utilità, a libri o ausili didattici multimediali complementari al testo o a libri parascolastici.
44. Nei casi in cui l'esemplificazione di messaggi pubblicitari sia necessaria a fini didattici (per esempio nei capitoli sul linguaggio della pubblicità nei testi di italiano e sulla grafica pubblicitaria nei testi di disegno e istruzione artistica) l'editore si impegna a scegliere esempi di pubblicità adatti all'età dello studente e comunque che non stimolino consumi giovanili.
"

Sull’argomento segnaliamo i seguenti commenti che condividiamo pienamente a cui rimandiamo:

- La pubblicità nei libri di scuola e l'editoria digitale scolastica, di Andrea Losi [clicca qui]
- Assalto alla scuola: pubblicità McDonald’s nel libro delle medie, di Adriano Aiello [clicca qui]. In coda all’articolo oltre 100 commenti di lettori

1 giu 2012

puffiamo la scuola, tutti al super

Il Consiglio di istituto dell'IC Don Orione ha approvato (con un solo voto contrario) nella seduta dello scorso 31 maggio l'adesione all'iniziativa "Insieme per la scuola" promossa da una catena di supermercati in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Il progetto "Insieme per la scuola" è rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado e si propone di fornire attrezzature informatiche e materiali didattici alle scuole che si iscrivono al programma.
Il meccanismo è semplice: dal 16 aprile al 9 giugno 2012 ai clienti che fanno la spesa nei punti di vendita dei supermercato viene consegnata una bustina di carte ogni 10 euro di spesa. Nella bustina i bambini trovano, oltre alle carte collezionabili dei Puffi, un buono che devono consegnare alla loro scuola.
L'istituto, raggiunto il numero di buoni necessari, potrà richiedere da un catalogo un premio scelto tra attrezzature informatiche e supporti multimediali (stampanti, lavagne luminose, proiettori, webcam, mini hi-fi, cartucce di inchiostro, ...).
Sono 600 i buoni necessari per avere "gratuitamente" diritto al premio "minore": due tastiere e due mouse (pari dunque ad una spesa di 6.000 euro). Se invece si punta al massimo (lavagna multimedia e proiettore) occorrono 19.800 buoni (198.000 euro di spesa). Ma con soli 1.700 buoni (17.000 euro di spesa) la scuola si assicura una stampante Laser a colori.
Dunque per garantirsi del materiale didattico la scuola non ha di meglio che invitare i genitori a recarsi al supermercato.
Ma la cosa ben più grave ed inaccettabile è il coinvolgimento dei bambini. Sono infatti proprio i piccoli (con le figurine dei Puffi) lo strumento che deve garantire il successo dell'iniziativa.
Che dire?  Possibile che non ci renda conto della gravità in cui versa la scuola italiana, ridotta ormai ad elemosinare, a partecipare a iniziative di pessimo gusto, addirittura a strumentalizzare i propri piccoli studenti per raccattare materiale che di solito giace invenduto nei magazzini delle aziende?
Ai Dirigenti e ai Consigli di Istituto che hanno aderito all'iniziativa non rmane che organizzare le gite scolastiche al supermercato più vicino. Altro che musei, fattorie, teatri, città d'arte. Tutti al super, in fila per due, a fare incetta di figurine dei Puffi. Che magari ci scappano un paio di tastiere.

21 gen 2011

sponsor a scuola, la sentenza del tar puglia

Ce ne siamo occupati lo scorso mese di ottobre: [leggi qui] e [qui].
Su iniziativa dell’Assessore all’Istruzione, la Provincia di Barletta-Andria-Trani (Bat) ha pubblicato un bando con cui si invitano i privati ad acquistare gli arredi scolastici delle scuole superiori. In cambio, l'amministrazione ha offerto la possibilità di avere un logo ben visibile sugli arredi scolastici.
Visto che dal Ministero arrivano solo tagli ed ancora tagli la provincia ha visto bene di affidarsi ai privati venendo meno, dunque, ad uno dei compiti dell’ente pubblico: assicurare beni essenziali come gli arredi per il funzionamento della scuola pubblica.
La Flc-Cgil Puglia insieme alla Rete degli studenti medi della Bat e al Coordinamento Genitori Democratici della Puglia hanno presentato ricorso al Tar Puglia, chiedendo la sospensiva e l’annullamento del bando già pubblicato e in scadenza il 30 novembre 2010. Secondo i ricorrenti, i banchi con lo sponsor - e relativa pubblicità - rischiano di provocare la «lesione di un corretto percorso formativo che la scuola è prioritariamente tenuta a garantire». Anche perché la scuola è il «luogo preposto alla formazione e alla educazione di liberi cittadini e non di acritici consumatori».
Il Tar ha ritenuto inammissibile il ricorso ''per carenza originaria di interesse e di legittimazione'' da parte delle associazioni ricorrenti che sarebbero “prive di un interesse concreto ed attuale a muovere le censure”. Le associazioni dunque, non avrebbero avuto, secondo il Tar, titolo a proporre il ricorso.
Si sancisce in questo modo il fallimento del pubblico. L’attuale governo, ed i precedenti almeno da dieci anni a questa parte, hanno messo in tale difficoltà la Scuola da costringerla a chiedere soccorso ai privati, anche per l’acquisto di quattro banchi.
L’istruzione è un diritto. Dovere dello Stato è quello di assicurare e garantire la possibilità di frequentare le lezioni. Sembra ormai che l’amministrazione scolastica non sia più in grado di far fronte neanche alle esigenze basilari.
Con grande soddisfazione dei privati che hanno fiutato l’affare e che sono pronti ad entrare nella Scuola. Meno soddisfatti i cittadini che pagano le tasse e che vedono ingenti montagne di soldi pubblici spesi, ad esempio, nell'acquisto di cacciabombardieri e strumenti di morte [leggi].
La sentenza del Tar Puglia del 28 dicembre 2010 n. 4312: [testo]

27 ott 2010

pentole a scuola

Qualche settimana fa [leggi] ci siamo occupati di pubblicità a scuola. L'occasione era stata fornita da una delibera della provincia di Bat (Barletta, Adria, Trani): alle aziende che acquisteranno banchi scolastici, l'amministrazione offrirà la possibilità di avere un logo ben visibile sugli arredi scolastici. La notizia ha avuto vasta eco sulla stampa. Oltre a quello di pugliese (e tralasciamo il caso della scuola di Adro), sono stati segnalati numerosi casi in tutta Italia di Dirigenti scolastici che si sono rivolti a sponsor di ogni genere per elemosinare gli spiccioli necessari a coprire esigenze primarie (arredi, carta, cancelleria, ...).
Sul tema
è illuminante la lettura del cap. 4 del libro di Naomi Klein, No Logo. Economia globale e nuova contestazione, dal titolo "Il branding dell'istruzione. Pubblicità nelle scuole e nelle università". L'autrice descrive le fasi del processo di inserimento delle aziende nel mercato scolastico e le conseguenze che esso produce sul piano della didattica e della ricerca.

Segnaliamo in proposito una riflessione (pubblicata alcuni fa su un quotidiano nazionale) di Marina Boscaino: [leggi l'articolo].
Concediamoci sull'argomento un paio di minuti di svago con un video dalla trasmissione "Crozza Italia Live": [guarda il video: clicca qui].


7 ott 2010

a scuola con la pubblicità

Mancano i banchi? Facciamoli comprare ai privati. In cambio garantiamo all'azienda benefattrice un logo ben visibile sugli arredi scolastici. Un'ottima idea della neo costituita provincia di Bat (Barletta-Adria-Trani). Un modo semplice per tirar su qualche euro visto che dal Ministero arrivano solo tagli ed ancora tagli.

Non sono venute in mente anche a voi le panche delle chiese con incisi i cognomi delle famiglie devote ma soprattutto generose?

rassegna stampa: repubblica del 5 ott 2010 / newnotizie.it del 6 ott 2010 / quotidiano di puglia.it

Ma perché limitarsi ad una placca sul banchetto dei nostri bambini? Perché non utilizzare le pareti dei corridoi e delle aule per applicare dei giganteschi manifesti che pubblicizzano patatine, merendine, biscottini e cagate varie? Perché non appenderli dalle finestre delle scuole? Perché non chiedere all'azienda della zona gli spiccioli necessari a finanziare l'ennesimo progetto in cambio di striscioni sulle cancellate? O di volantini nei diari?

Ma pensate quanti soldi si potrebbero tirar su se presidi, docenti, personale scolastico vario si impegnassero ad indossare durante le ore di lezione, o in presenza di genitori,magari durante i consigli di classe e i colloqui, cartelloni pubblicitari o a travestirsi da sandwich ...

L'iniziativa della Provincia di Barletta Andria Trani fa proseliti anche in Sicilia: “Il fine giustifica i mezzi”, afferma Giuseppe Adernò, preside dell’istituto comprensivo Parini di Catania. E aggiunge: “L’autonomia scolastica sollecita i dirigenti anche a darsi da fare per ottenere risorse”.

I tempi sono maturi perché la professoressa di lettere classiche apra l’ora di lezione pressappoco così: “Questa versione di Latino è offerta dal detersivo per lavastoviglie Pulish. Ditelo alle vostre mamme”.