Rieccoli! Chi? I test Invalsi. Cosa sono? A cosa servono? Nella
scuola primaria si sono svolti il 6 e 7 maggio. Ma pochi sono
i genitori di studenti e alunni che li conoscono, che sanno di cosa
si tratta. Anche se abitano insieme ai loro figli, nella stessa scuola
dei propri figli, da più di dieci anni.
Chi invece li conosce bene sono le case editrici scolastiche che di
fronte a ogni novità o pseudo novità, anche se nociva per i ragazzi,
cercano soprattutto il business. I docenti della scuola Iqbal Masih
di Roma e il blog genitoreattivo.wordpress.com stanno provando
a far conoscere di più ai genitori dei loro studenti la natura e il
funzionamento di questi test. Con una convinzione: se li conosci,
li eviti. Di più: se li conosci, li combatti. Perché fanno male alla
scuola e ai ragazzi.
La cosa aberrante? La tipologia tutta a quiz delle prove. La loro
assurdità ed estraneità a qualsiasi percorso di conoscenza. E le
modalità della «somministrazione» ai ragazzi: può esistere,
all’interno dell’istituzione scolastica, parola peggiore di questa:
somministrazione? Si prenda per esempio un dato: il tempo concesso
agli studenti per lo svolgerimento, leggere i testi e mettere le
crocette, perché di poco di più si tratta.
Come sanno tutti i bambini che hanno svolto le prove, come sanno gli
insegnanti che le hanno «somministrate», il tempo per scrivere
tutte le risposte nelle prove di italiano è di 45 minuti. Un lavoro
decisamente al di sopra delle possibilità della media di un
bambino che sta finendo la seconda elementare. E’ evidente che le
prove nel loro insieme non sono solo l’esito di una pur colpevole
improvvisazione, o di sciatteria, ma una manifestazione di
scarsa conoscenza dei processi di apprendimento o di voluta
dimenticanza di ciò che ne costituisce l’aspetto complesso,
difficilmente valutabile.
Le competenze non sono una sequenza di fatti misurabili, ma
processi che, come dimostrano gli attuali ripensamenti degli esperti
di oltreoceano sul testing, abbisognano ancora di molta ricerca sul
campo per essere analizzati e valutati. Ricerca che dovrebbe tornare
nell’alveo del lavoro universitario e che, sicuramente, l’Invalsi
non sta svolgendo.
I genitori degli studenti difenderanno i loro figli da chi sta
facendo loro del male? La risposta è tristemente nota: no. Perché
sono impegnati e distratti in cose che sembrano oggi molto più
importanti dell’attenzione alla salute mentale dei propri figli e del
loro benessere scolastico. Perché dalla scuola-azienda sono stati
ridotti al ruolo di semplici clienti-consumatori. Perché quasi sempre
i genitori dei minori sono peggio dei loro genitori. Perché
i docenti e la scuola pubblica italiana, da tempo, si è persa
i genitori dei propri studenti. E senza il recupero di un patto
forte con loro i docenti italiani, spolpati in questi anni dei loro
diritti e delle loro libertà ed educati a una diffidenza
programmatica nei confronti della propria “utenza”, non hanno
alcuna speranza di migliorare la situazione.
(Giuseppe Caliceti, il manifesto, 12 maggio 2014)
servono azioni forti in difesa della scuola pubblica [gianni gandola]
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13 mag 2014
7 mag 2014
quanto costano le prove invalsi? (di marco barone)
Il Piano Triennale di Attività
dell'Invalsi definisce i programmi e le attività, i loro
obiettivi, la loro pianificazione temporale e costituisce la base per
la predisposizione del bilancio preventivo e del piano del fabbisogno
del personale per il triennio costituito dagli anni 2013, 2014,
2015. Il funzionamento annuo a regime dell’INVALSI richiede
l’assegnazione, nell’ambito del riparto del «Fondo ordinario
per gli enti e le istituzioni di ricerca» di un finanziamento pari
a € 14.000.000, derivante dalla somma tra il fabbisogno relativo
al finanziamento dei progetti di ricerca ed il costo complessivo
della struttura intesa come somma tra costo del personale come da
dotazione organica e costo della struttura. Anche per l'anno 2014
parte di tali costi saranno coperti da risorse rivenenti da progetti
già approvati ed avviati nell’ambito della programmazione dei
Fondi Strutturali Europei 2007-2013 – Programmi Operativi
Nazionali “Competenze per lo sviluppo”.
Andando a vedere le voci nello specifico ecco cosa si desume:
Obiettivo 1 – Rilevazioni nazionali universali € 4.200.000
Obiettivo 2 – Rilevazioni nazionali campionarie € 950.000
Obiettivo 3 – Rilevazioni internazionali € 2.100.000
Obiettivo 3 – Collegamento tra le rilevazioni internazionali e nazionali € 410.000
Obiettivo 4 – Somministrazione automatica delle prove € 150.000
Obiettivo 5 – Rafforzamento del sistema di restituzione dei risultati delle rilevazioni € 50.000
Obiettivo 6 e 8 – Supporto all’autovalutazione esterna delle istituzioni scolastiche € 1.400.000
Obiettivo 7 – Identificazione delle aree critiche del sistema educativo e delle istituzioni scolastiche in condizioni di maggiori difficoltà € 50.000
Obiettivo 9 – Supporto alle sperimentazioni didattiche e organizzative € 50.000
Obiettivo 10 – Rafforzamento tecnologico dell’istituto € 250.000
Spese Correnti (Organi, Personale, Acquisto Beni e Servizi) € 4.290.000
Spese in Conto Capitale € 100.000
TOTALE GENERALE: € 14.000.000
Andando a vedere le voci nello specifico ecco cosa si desume:
Obiettivo 1 – Rilevazioni nazionali universali € 4.200.000
Obiettivo 2 – Rilevazioni nazionali campionarie € 950.000
Obiettivo 3 – Rilevazioni internazionali € 2.100.000
Obiettivo 3 – Collegamento tra le rilevazioni internazionali e nazionali € 410.000
Obiettivo 4 – Somministrazione automatica delle prove € 150.000
Obiettivo 5 – Rafforzamento del sistema di restituzione dei risultati delle rilevazioni € 50.000
Obiettivo 6 e 8 – Supporto all’autovalutazione esterna delle istituzioni scolastiche € 1.400.000
Obiettivo 7 – Identificazione delle aree critiche del sistema educativo e delle istituzioni scolastiche in condizioni di maggiori difficoltà € 50.000
Obiettivo 9 – Supporto alle sperimentazioni didattiche e organizzative € 50.000
Obiettivo 10 – Rafforzamento tecnologico dell’istituto € 250.000
Spese Correnti (Organi, Personale, Acquisto Beni e Servizi) € 4.290.000
Spese in Conto Capitale € 100.000
TOTALE GENERALE: € 14.000.000
Mentre il costo specifico delle rilevazioni nazionali censitarie che riguardano la misurazione dei livelli di apprendimento di Italiano (comprensione della lettura e grammatica) e Matematica saranno i seguenti: Costo costruzione strumenti cognitivi: € 400.000 (costo medio per strumento: € 13.793) comprensivo di: Costo esperti , Autori, Pre-testing (stampa, consegna, somministrazione).
Costo annuo realizzazione rilevazioni censitarie (comprensivo IVA): Servizio nazionale di valutazione- Stampa, consegna, acquisizione elettronica dei dati (come PN 2012) € 360.000 per livello: COSTO TOTALE € 1.800.000.
Osservatori di primo e secondo livello: € 420.000 per livello - COSTO TOTALE (comprensivo oneri amministrativi) € 1.700.000.
Prova nazionale: Stampa, consegna, acquisizione elettronica dei dati: COSTO TOTALE € 300.000, per un totale di (escluso costo personale interno): € 4.200.000 che rientrano all'interno dei noti 14 milioni di euro come citati in premessa, mentre quelle campionarie hanno un costo di quasi un milione di euro.
Marco Barone, 27 febbraio 2014
test invalsi? no, grazie (di benedetto vertecchi)
In
questo periodo dell’anno la scuola è dominata dalle operazioni per le
rilevazioni periodiche sui livelli di apprendimento (i «test Invalsi»).
Si tratta di un’operazione che richiede rilevante impegno organizzativo,
perché gli allievi coinvolti sono alcuni milioni. Si tratta anche di un’operazione molto costosa [clicca qui], che prevede una fase preliminare di messa a punto delle prove, la
loro distribuzione sul territorio, lo svolgimento da parte degli
allievi, la rilevazione dei dati e il loro trattamento, la diffusione
dei risultati.
Tali risultati dovrebbero poi costituire il punto di partenza per interventi rivolti a migliorare la qualità dell’educazione scolastica:
invece di intervenire in modo generico, sulla scorta d’impressioni più o
meno condivise, si assumerebbero decisioni fondate sulla costatazione
delle esigenze riscontrate.
Gli
argomenti a favore delle pratiche valutative che investono il sistema
scolastico hanno una loro suggestione, derivante dalla semplicità
dell’impianto interpretativo. È una semplicità che contrasta col
carattere di «sistema» che si afferma di voler conferire alla
valutazione. Un sistema rappresenta, infatti, una realtà complessa, a
determinare la quale concorre un gran numero di variabili. Tali
variabili assumono valori in un lungo periodo di tempo e con riferimento
ai singoli contesti in cui l’educazione è praticata.
Ne
deriva che in un momento determinato sono molte le variabili che nel
complesso orientano le caratteristiche del sistema e che esse
costituiscono un reticolo che non consente di porle in successione.
La
valutazione che si sta praticando nelle nostre scuole suppone invece
che ci si possa limitare a prendere atto di un certo numero di variabili
indipendenti (alle quali si riconosce un significato causale) che
identificano il profilo dei singoli allievi, di altre variabili
collegabili ad alcune condizioni di processo (per esempio, le competenze
degli insegnanti) e delle variabili dipendenti che danno conto dei
risultati conseguiti dagli allievi.
Chiunque
abbia una qualche consuetudine con la ricerca educativa (non con
l’assunzione di interpretazioni prese a prestito da altri settori della
vita sociale, per esempio la gestione aziendale) sa bene che la conoscenza dei processi nei quali sono coinvolti bambini e ragazzi non tollera semplificazioni.
Se poi dal piano sincronico (rilevazioni che si riferiscono a un breve
periodo di tempo) passiamo a quello diacronico (guardando i mutamenti
che interessano il succedersi delle generazioni), lo schematismo delle
interpretazioni ora alla moda, e ossessivamente ripetute da moltitudini
di sedicenti esperti, appare ancora meno consistente.
Nessuna
delle grandi trasformazioni culturali che si sono succedute dalla metà
del millennio trascorso è interpretabile secondo gli schemi che oggi si
vogliono applicare alla valutazione del sistema scolastico. Le
trasformazioni educative di maggior rilievo sono quelle che hanno
accompagnato le riforme religiose (a cominciare da quella di Lutero), le
trasformazioni economiche (si pensi agli effetti della rivoluzione
industriale), il manifestarsi di una nuova consapevolezza collettiva (le
basi della nostra sensibilità nei confronti dell’educazione sono state
definite nell’ambito della rivoluzione francese), gli eventi
rivoluzionari (è il caso delle grandi rivoluzioni del ventesimo secolo,
da quella di Ottobre alla rivoluzione cinese al rovesciamento del regime
di Batista).
Le
considerazioni che precedono assumono significato se le rilevazioni
valutative di «sistema» presentano, almeno, il requisito della
correttezza metodologica. Non mi riferisco tanto alle elaborazioni
statistiche, che ormai non rappresentano più un problema perché quasi
del tutto automatizzate, quanto alla consapevolezza delle implicazioni
della valutazione sullo svolgimento dell’attività quotidiana delle
scuole.
Un segno evidente della trascuratezza
con la quale si è intrapreso il percorso valutativo è che di fronte al
dilagare di comportamenti di rifiuto, variamente espressi, non si sia
trovato di meglio che invocare a scusante la propensione delle scuole al
cheating, ovvero, in italiano corrente, all’imbroglio. Al
fenomeno si è cercato di porre un argine ricorrendo a espedienti
statistici, senza chiedersi se non fosse prima di tutto necessario
capire la ragione che negli anni passati (e nessuno può escludere che
qualcosa del genere continui ad accadere) ha spinto un numero
consistente di scuole ad assumere comportamenti che avevano come
conseguenza l’alterazione dei dati.
Eppure,
non è difficile immaginare che il ricorso all’imbroglio non sia altro
che una manifestazione di sfiducia nei confronti delle campagne
valutative. Sarà difficile ricostituire il rapporto di fiducia che è
alla base di qualunque attività valutativa se s’insiste a voler compiere
rilevazioni sull’intera popolazione, ottenendo dati di ridotta
attendibilità.
Se
l’intento delle rilevazioni nazionali consiste nel migliorare la
qualità delle decisioni, tale intento può essere con attendibilità
maggiore conseguito compiendo rilevazioni su campione.
Oltre tutto, si realizzerebbero economie consistenti, da impegnare per
la messa a punto e la verifica sul campo di procedure didattiche
innovative.
(Benedetto Vertecchi, l’Unità, 7 maggio 2014)
no all’operazione invalsi dell'associazione nazionale "per la scuola della repubblica"
L'Associazione Nazionale
"Per la Scuola della Repubblica" ribadisce il proprio totale dissenso
nei confronti dell'operazione Invalsi, frutto di una visione
economicista e antipedagogica della valutazione. Le obiezioni nel merito
(i test a risposta multipla non misurano conoscenze e competenze
significative; l'abuso dei test riduce l'attività didattica a mero
addestramento), le critiche nel metodo (finalizzazione alla valutazione
degli insegnanti, confermato dalla
proposta - ribadita dal ministro - di formazione obbligatoria dei
docenti i cui studenti non abbiano conseguito risultati sufficienti nei
test; ambiguità di fondamento normativo, sconfinante nella
prevaricazione del principio costituzionale della libertà di
insegnamento e della titolarità del collegio dei docenti della materia
didattica) non hanno mai ricevuto alcun tipo di ascolto né di semplice
attenzione da parte dei ministri che si sono avvicendati negli ultimi
anni; prova del fatto che l'intera partita Invalsi nulla ha a che fare
con la valutazione degli apprendimenti finalizzata ad interventi
migliorativi sul sistema (di cui, dopo anni di prove non esiste alcuna
traccia) ma esclusivamente ad una visione retrivamente meritocratica che
accompagni l'intera procedura di valutazione contemplata anche nel
regolamento del SNV, vocata ad ulteriori restringimenti dei posti di
lavoro e limitazione degli spazi della democrazia scolastica e della
libertà di insegnamento,
La nostra solidarietà va a tutti i lavoratori che, per testimoniare il proprio inascoltato dissenso, sono ricorsi e ricorreranno allo sciopero.
La nostra solidarietà va a tutti i lavoratori che, per testimoniare il proprio inascoltato dissenso, sono ricorsi e ricorreranno allo sciopero.
Roma, 7 maggio 2014
“Per la Scuola della Repubblica”
Soggetto qualificato alla formazione Decreto MIUR 5.7.2013
Tel. 06 3337437 –– telefax 06 3723742
Via Oslavia 39 F - Roma
e-mail scuolarep@tin.it
sito www.scuolaecostituzione.it
“Per la Scuola della Repubblica”
Soggetto qualificato alla formazione Decreto MIUR 5.7.2013
Tel. 06 3337437 –– telefax 06 3723742
Via Oslavia 39 F - Roma
e-mail scuolarep@tin.it
sito www.scuolaecostituzione.it
invalsi, sciopero dei maestri e dei genitori alla morosini di milano
Niente test Invalsi nelle cinque seconde delle elementari Morosini di Milano. I
maestri, infatti, hanno deciso di scioperare contro le prove di
valutazione. Ma anche diversi genitori hanno deciso di tenere a
casa i propri figli. “Un modo per dimostrare che siamo d'accordo con gli
insegnanti e per boicottare i test” ha spiegato uno dei genitori. Grandissimi !!!
Il video da repubblica.it:
Rassegna stampa:
- video ANSA 6 maggio 2014 17:18 [clicca qui]
- genova.repubblica.it [clicca qui]
Il video da repubblica.it:
Rassegna stampa:
- video ANSA 6 maggio 2014 17:18 [clicca qui]
- genova.repubblica.it [clicca qui]
invalsi, io non sono un numero: aderiamo alla campagna di boicottaggio
I quiz Invalsi: teniamoci i figli a casa
- martedì 06.05.2014: prova preliminare di lettura per le classi II e prova di Italiano per le classi II e V primaria
- mercoledì 07.05.2014: prova di matematica per le classi II e V primaria e Questionario studente per la classe V primaria
- martedì 13.05.2014: prova di Italiano, di Matematica e Questionario studente per le classi II della scuola secondaria di secondo grado
Materiale Invalsi per i genitori: http://www.cobas-scuola.it/
17 mag 2013
test scolastici, «il metodo montessori è l'alternativa»
Pubblichiamo un'intervista a Renato Foschi, docente in psicologia alla Sapienza di Roma, autore di un libro
dedicato a Maria Montessori (Ediesse) e di un saggio pubblicato sulla
rivista telematica Roars.it sui test Invalsi.
«L'Invalsi vuole creare un bambino cosmopolita, un cittadino desiderabile per i mercati globali, che sappia cioè muoversi tra le frontiere come un moderno imprenditore di se stesso (...). Chi non rientrerà in questo modello fondato su conoscenze rigide valide in tutto il mondo verrà emarginato e scomparirà. Questa è una deriva dei valori illuministici che ci richiamano a una profonda riflessione».
In cosa consistono questi test?
Sono test di abilità per verificare le capacità nella lettura e il livello di apprendimento in matematica e in inglese degli studenti italiani dalla seconda elementare fino alla maturità. Possono essere usati per verificare i disturbi di apprendimento nel bambino, ma anche per misurare la capacità delle scuole nel veicolare un pacchetto di conoscenze standarizzate che vale per tutti, a prescindere dalle culture o dalle nazioni di appartenenza. L'Invalsi pensa così di potere misurare mediamente i ragazzi di una certa scuola o di una certa regione, stabilendo una comparazione con le scuole di altre regioni o di altre nazioni. Con ogni probabilità questi test produrranno tutt'altro.
Cosa?
Pur di non essere categorizzate come inferiori, le scuole insegneranno ai bambini come superare i test Invalsi. Useranno il tempo della didattica per preapare i bambini ai quiz, un po' come succede nella scuola guida.
Come verrano usati i risultati di questi test?
Non lo sappiamo. Questi test non verificano le carenze di una scuola, o come dovrebbe essere organizzata per migliorare l'insegnamento. Misurano solo le medie dei punteggi dei bambini e ne ricavano statistiche su base geografica.
I test nella scuola sono oggetto di un dibattito internazionale importante. In cosa consiste?
C'è chi pensa che i test Pisa, come quelli Invalsi, servano alla gestione biopolitca della popolazione dalla nascita alla tomba. E c'è chi, come Robert Lynn, un'autorità nel campo della psicologia mondiale, li ha ritenuti utili per gerarchizzare le differenze del quoziente intellettivo tra paese e paese, una visione che sfiora l'eugenetica. Lynn tra l'altro si è occupato dell'Italia nel 2010 e ha sostenuto che gli italiani del Sud sono meno intelligenti di quelli del Nord e che questo produce un'arretratezza economica. Chi ha pensato i test Invalsi critica queste posizioni e vuole dimostrare che Lynn ha torto dal punto di vista metodologico. Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista etico, sottoporre tutti i bambini italiani a queste prove che possono essere usate strumentalmente, per fini diversi da quello del miglioramento pedagogico.
Cosa pensa del progetto di estendere le prove Invalsi a tutti gli studenti entro il 2015 per renderli vincolanti per l'accesso all'università?
Spero che fallisca. La scuola dev'essere a misura dell'individuo e deve cercare di sviluppare la creatività che è alla base di ogni aspetto della vita sociale.
Quale metodo sceglierebbe per la valutazione degli studenti?
Quello Montessori, uno dei pochi metodi pedagogici sperimentati empiricamente. Si basa su un'organizzazione della struttura scolastica a misura di bambino. Quando vennero inventati i test, le fu chiesto di applicarli ai bambini romani. Lei si rifiutò dicendo la pedagogia doveva essere a misura del bambino, ma non doveva misurare i bambini perché non avrebbe portato a riforme pedagogiche ma solo alla riforma degli esami. Quello che sta accadendo con i test Invalsi.
(intervista a Renato Foschi, il manifesto, 17 maggio 2013)
«L'Invalsi vuole creare un bambino cosmopolita, un cittadino desiderabile per i mercati globali, che sappia cioè muoversi tra le frontiere come un moderno imprenditore di se stesso (...). Chi non rientrerà in questo modello fondato su conoscenze rigide valide in tutto il mondo verrà emarginato e scomparirà. Questa è una deriva dei valori illuministici che ci richiamano a una profonda riflessione».
In cosa consistono questi test?
Sono test di abilità per verificare le capacità nella lettura e il livello di apprendimento in matematica e in inglese degli studenti italiani dalla seconda elementare fino alla maturità. Possono essere usati per verificare i disturbi di apprendimento nel bambino, ma anche per misurare la capacità delle scuole nel veicolare un pacchetto di conoscenze standarizzate che vale per tutti, a prescindere dalle culture o dalle nazioni di appartenenza. L'Invalsi pensa così di potere misurare mediamente i ragazzi di una certa scuola o di una certa regione, stabilendo una comparazione con le scuole di altre regioni o di altre nazioni. Con ogni probabilità questi test produrranno tutt'altro.
Cosa?
Pur di non essere categorizzate come inferiori, le scuole insegneranno ai bambini come superare i test Invalsi. Useranno il tempo della didattica per preapare i bambini ai quiz, un po' come succede nella scuola guida.
Come verrano usati i risultati di questi test?
Non lo sappiamo. Questi test non verificano le carenze di una scuola, o come dovrebbe essere organizzata per migliorare l'insegnamento. Misurano solo le medie dei punteggi dei bambini e ne ricavano statistiche su base geografica.
I test nella scuola sono oggetto di un dibattito internazionale importante. In cosa consiste?
C'è chi pensa che i test Pisa, come quelli Invalsi, servano alla gestione biopolitca della popolazione dalla nascita alla tomba. E c'è chi, come Robert Lynn, un'autorità nel campo della psicologia mondiale, li ha ritenuti utili per gerarchizzare le differenze del quoziente intellettivo tra paese e paese, una visione che sfiora l'eugenetica. Lynn tra l'altro si è occupato dell'Italia nel 2010 e ha sostenuto che gli italiani del Sud sono meno intelligenti di quelli del Nord e che questo produce un'arretratezza economica. Chi ha pensato i test Invalsi critica queste posizioni e vuole dimostrare che Lynn ha torto dal punto di vista metodologico. Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista etico, sottoporre tutti i bambini italiani a queste prove che possono essere usate strumentalmente, per fini diversi da quello del miglioramento pedagogico.
Cosa pensa del progetto di estendere le prove Invalsi a tutti gli studenti entro il 2015 per renderli vincolanti per l'accesso all'università?
Spero che fallisca. La scuola dev'essere a misura dell'individuo e deve cercare di sviluppare la creatività che è alla base di ogni aspetto della vita sociale.
Quale metodo sceglierebbe per la valutazione degli studenti?
Quello Montessori, uno dei pochi metodi pedagogici sperimentati empiricamente. Si basa su un'organizzazione della struttura scolastica a misura di bambino. Quando vennero inventati i test, le fu chiesto di applicarli ai bambini romani. Lei si rifiutò dicendo la pedagogia doveva essere a misura del bambino, ma non doveva misurare i bambini perché non avrebbe portato a riforme pedagogiche ma solo alla riforma degli esami. Quello che sta accadendo con i test Invalsi.
(intervista a Renato Foschi, il manifesto, 17 maggio 2013)
10 mag 2013
"professorè, chissu cu è, u so' cani?" (fanculo all'invalsi), di lisa bonica
Ogni
volta che leggo articoli di questo tenore [clicca qui], penso a S., un alunno in cui
mi sono imbattuta - questa è la definizione appropriata - in una scuola
di frontiera, un paio di anni fa. Aveva l'abitudine di alzarsi dal suo
banco, durante la lezione, e aggirarsi
tra i compagni sputando loro addosso e bestemmiando contro di me,
quando tentavo di riportarlo a più miti consigli. Penso di non aver
sentito mai, rivolti al mio indirizzo, tanti improperi tutti messi
assieme. S. aveva il padre in galera e una madre che doveva occuparsi di
altri quattro figli più piccoli. Aveva i libri, vecchie edizioni
abbandonate a scuola su scaffali polverosi. Credo non li avesse mai
aperti. Sono riuscita a catturare per la prima volta la sua attenzione
in maniera casuale. Tra le pagine della mia agenda sulla cattedra faceva
capolino una foto in cui eravamo ritratti io e il mio cagnolino, un
meticcio raccolto per la strada. 'Professorè, chissu cu è, u so' cani?'.
Mi raccontò del suo amore sfrenato per i quattro zampe, mi disse che
trascorreva interi pomeriggi a portare da mangiare ai randagi della sua
zona e che lui stava bene solo con loro perché, ogni volta che lo
vedevano, gli facevano le feste. Da quel giorno in poi, poco alla volta -
certi giorni andava meglio, altri era un delirio -, ha deciso di starmi
a sentire. Si è appassionato alla storia di Malpelo, all'asino
bastonato, al colombre di Buzzati, al Belluca di Pirandello.
'Professorè, il fischio del treno assimigghia a chiddu di li piscaturi
che sento ogni giorno di la mea finestra. Ci pozzu iri ci la navi in
Siberia?'
Sono riuscita a insegnargli a coniugare i verbi, a distinguere nomi, pronomi e aggettivi, e qualche altra cosetta. Quando ci siamo salutati, mi ha detto: 'Ma come professorè, ci lascia come i randagi? Proprio ora che mi era diventata simpatica?' Avevamo entrambi le lacrime agli occhi.
Fanculo all'invalsi.
Lisa Bonica, 10 maggio 2013, da Facebook
Sono riuscita a insegnargli a coniugare i verbi, a distinguere nomi, pronomi e aggettivi, e qualche altra cosetta. Quando ci siamo salutati, mi ha detto: 'Ma come professorè, ci lascia come i randagi? Proprio ora che mi era diventata simpatica?' Avevamo entrambi le lacrime agli occhi.
Fanculo all'invalsi.
Lisa Bonica, 10 maggio 2013, da Facebook
invalsi, facciamogli del male (di g. caliceti)
Anche quest'anno ci sono polemiche a proposito dei famigerati test
Invalsi nella scuola. Chi dice che sono indispensabili, chi dice che
fanno male ai bambini e alla scuola. Io, per esempio, la penso come
questi ultimi.
Vorrei porre però la questione, per una volta, in modo diverso dal solito, ponendo una semplice domanda, sia ai favorevoli che a chi non lo è. La domanda è questa: che rapporto c'è tra quello che chiedono agli studenti i test Invalsi e quello che noi insegniamo loro? O, in modo ancora più preciso: che rapporto c'è tra l'idea di scuola e di formazione che c'è dietro ai test Invalsi e l'idea di scuola che è descritta nella nostra Costituzione? Lo chiedo, perché ho la sensazione che siano idee differenti. E che i programmi e i dettati scolastici della nostra scuola di oggi - fortunatamente, per quanto mi riguarda, - non coincidono assolutamente con quelli che poi si chiede nei test agli studenti, creando una situazione di vera e propria schizofrenia e confusione non solo tra gli studenti, ma anche tra i docenti. Un esempio, ai docenti viene richiesto dalla scuola della Costituzione la promozione delle «domande aperte» agli studenti, ma l'Invalsi ha test chiusi, a crocetta. Non è richiesto allo studente di compiere analisi e sintesi rispetto a ciò che apprende, né di avere un'opinione o un minimo senso critico. I test sono pensati piuttosto, nella maggioranza dei quesiti, come domande a risposta blindata, forse in grado di accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche, ma senza andare oltre. Anche questa faccenda che non entrano nella valutazione di altre materie, che senso ha? Molto semplicemente: perché insegnamo ai nostri studenti tanti contenuti, se poi viene richiesto loro solo una abilità di comprensione di un solo genere di testo? E questo solo per quanto riguarda lo studio della lingua italiana, naturalmente. Alle superiori, per esempio, ore e ore sono passate a studiare la storia della letteratura italiana, ma le prove Invalsi non richiedono nulla su questo.
Dunque? Che senso ha? Inoltre, ammettiamolo, la «cultura del test» abbia nel tempo crea studenti meno capaci di esporre e di argomentare in modo coerente e corretto, sia oralmente sia per iscritto: è questo che vogliamo? Non erano forse i vecchi esami in seconda e quinta elementare?
Ancora: il nostro unico strumento di valutazione di una persona che sta crescendo è un test, non si perdono forse tutti quei segnali verbali e non verbali che lo studente ci mette a disposizione nel percorso didattico? Siamo sicuri che misurazione e valutazione sono sinonimi? Ma poi, quali sono gli obiettivi dei test? Come e quando avviene la loro restituzione a docenti, studenti, genitori degli studenti? Perché questa restituzione non è trasparente? Quali sono i livelli minimi di qualità del sistema di istruzione da garantire?
Quale modello di scuola si intende realizzare? Com'é possibile stabilire un modo chiaro per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o meno? Ancora: i responsabili dell'Invalsi sono a conoscenza che in Finlandia e negli Stati Uniti, con i test, si è rilevato un calo nei risultati di apprendimento e il nascere di una sorta di concorrenza fra le scuole, in base al presunto merito? E le didattiche finalizzate ai test, oltre a compromettere o meno la libertà di insegnamento, siamo sicuri che faccia bene agli studenti?
Giuseppe Caliceti, il manifesto, 10 maggio 2013
Vorrei porre però la questione, per una volta, in modo diverso dal solito, ponendo una semplice domanda, sia ai favorevoli che a chi non lo è. La domanda è questa: che rapporto c'è tra quello che chiedono agli studenti i test Invalsi e quello che noi insegniamo loro? O, in modo ancora più preciso: che rapporto c'è tra l'idea di scuola e di formazione che c'è dietro ai test Invalsi e l'idea di scuola che è descritta nella nostra Costituzione? Lo chiedo, perché ho la sensazione che siano idee differenti. E che i programmi e i dettati scolastici della nostra scuola di oggi - fortunatamente, per quanto mi riguarda, - non coincidono assolutamente con quelli che poi si chiede nei test agli studenti, creando una situazione di vera e propria schizofrenia e confusione non solo tra gli studenti, ma anche tra i docenti. Un esempio, ai docenti viene richiesto dalla scuola della Costituzione la promozione delle «domande aperte» agli studenti, ma l'Invalsi ha test chiusi, a crocetta. Non è richiesto allo studente di compiere analisi e sintesi rispetto a ciò che apprende, né di avere un'opinione o un minimo senso critico. I test sono pensati piuttosto, nella maggioranza dei quesiti, come domande a risposta blindata, forse in grado di accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche, ma senza andare oltre. Anche questa faccenda che non entrano nella valutazione di altre materie, che senso ha? Molto semplicemente: perché insegnamo ai nostri studenti tanti contenuti, se poi viene richiesto loro solo una abilità di comprensione di un solo genere di testo? E questo solo per quanto riguarda lo studio della lingua italiana, naturalmente. Alle superiori, per esempio, ore e ore sono passate a studiare la storia della letteratura italiana, ma le prove Invalsi non richiedono nulla su questo.
Dunque? Che senso ha? Inoltre, ammettiamolo, la «cultura del test» abbia nel tempo crea studenti meno capaci di esporre e di argomentare in modo coerente e corretto, sia oralmente sia per iscritto: è questo che vogliamo? Non erano forse i vecchi esami in seconda e quinta elementare?
Ancora: il nostro unico strumento di valutazione di una persona che sta crescendo è un test, non si perdono forse tutti quei segnali verbali e non verbali che lo studente ci mette a disposizione nel percorso didattico? Siamo sicuri che misurazione e valutazione sono sinonimi? Ma poi, quali sono gli obiettivi dei test? Come e quando avviene la loro restituzione a docenti, studenti, genitori degli studenti? Perché questa restituzione non è trasparente? Quali sono i livelli minimi di qualità del sistema di istruzione da garantire?
Quale modello di scuola si intende realizzare? Com'é possibile stabilire un modo chiaro per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o meno? Ancora: i responsabili dell'Invalsi sono a conoscenza che in Finlandia e negli Stati Uniti, con i test, si è rilevato un calo nei risultati di apprendimento e il nascere di una sorta di concorrenza fra le scuole, in base al presunto merito? E le didattiche finalizzate ai test, oltre a compromettere o meno la libertà di insegnamento, siamo sicuri che faccia bene agli studenti?
Giuseppe Caliceti, il manifesto, 10 maggio 2013
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