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15 set 2017

tra i banchi di una pedagogia neoliberista (di roberto ciccarelli)

La «Buona Scuola» di Renzi ha trasformato la scuola in un’agenzia del customer care, la cura dei clienti. La definizione è di Christian Raimo, scrittore e insegnante militante, nel suo ultimo libro Tutti i banchi sono uguali. La scuola è l’uguaglianza che non c’è (Einaudi, pp. 142, 16 euro). L’alternanza obbligatoria tra scuola e lavoro, a regime da quest’anno per gli studenti delle superiori, porta a compimento un progetto della pedagogia neoliberista: trasformare lo studente in una forza lavoro capace di praticare il problem solving e le soft skills.
QUESTE PAROLETTE sono state prelevate dai manuali di management delle risorse umane e sono state adattate alle circolari scolastiche dal ministero dell’Istruzione. È ormai noto il loro significato: trasformare la conoscenza in capacità di risolvere problemi affinché il soggetto impari a esercitare competenze molli e trasversali sul lavoro e nella vita. La scuola, oggi, insegna a diventare forza lavoro adattabile al mercato, non una soggettività che afferma il proprio diritto a esistere nella società e sul mercato. A questo fine è utile fare un tirocinio da 200 o 400 ore per friggere patatine, servire un gelato da Mc Donald’s o aiutare un cliente che cerca un vestito last-minute da Zara. Questo progetto di professionalizzazione dell’istruzione ha ricevuto una spinta dal renzismo: educare gli adolescenti alla morale dell’imprenditore di se stesso – imparare a gestirsi come un’impresa – in una società dove la regola è il lavoro gratuito, estenuante è la ricerca di una visibilità funzionale alla conquista di un «lavoretto».
IN UN PAMPHLET agile, nutrito da inchieste sul mercato nero delle lezioni a pagamento, sensibile rispetto all’ampia discussione sulla trasformazione in atto, Raimo delinea la trasformazione dalla scuola disciplinare del comando alla scuola del governo della forza lavoro con i contratti a breve e brevissimo termine. Questa istituzione sente comunque la necessità di continuare a fare la morale. A quanto pare il Bene per gli studenti consiste nell’essere disponibili alle necessità di chi comanda in un negozietto, un salone di bellezza o una fabbrichetta di bulloni. Scuola significa essere pronti al lavoro, non importa quale.
È lo stesso messaggio che passa ogni volta che si celebrano i dati del presunto «successo» del Jobs Act. L’occupazione «cresce», non importa che sia quella precaria e degli over 50. L’importante è che sia «lavoro». Un lavoro qualsiasi per tenersi occupati. Questa legge è fondamentalmente classista: vale per chi non ha altre risorse che quelle di vendere la propria forza lavoro, non tanto per chi può contare su un capitale sociale e familiare per aggirare qualche ostacolo.
«IL PROBLEMA del lavoro per questi adolescenti – scrive Raimo, citando Gioventù assurda di Paul Goodman – non potrebbe essere sanato che attraverso una rivoluzione sociale». Un’aspirazione prosciugata all’epoca della disillusione compulsiva, ma che potrebbe stimolare i ragazzi in fiore che vogliono conoscere il mondo oltre i «McJobs» – i lavori-spazzatura – a cui sono condannati a vita.
Roberto Ciccarelli, il manifesto, 15/09/2017

2 set 2016

come la scuola rafforza le diseguaglianze (di marco magni)

Nel suo articolo pubblicato su Micromega, Marco Magni ha recensito il libro di Marco Romito "Una scuola di classe (orientamento e diseguaglianza nelle transizioni scolastiche)" (Guerini e associati, 2016, pp 287). 
L'indagine, frutto di un'inchiesta condotta attraverso il metodo etnografico (ovvero mediante l’osservazione diretta prolungata dall’interno dell’oggetto di studio) in due scuole medie della periferia milanese, giunge alla conclusione che la diseguaglianza, oltre ad essere il riflesso delle differenze economiche e sociali, viene consolidata nelle istituzioni scolastiche dalla didattica e dalla valutazione scolastica.



Come la scuola rafforza le diseguaglianze (di Marco Magni)
Il rimosso della diseguaglianza
I libri dedicati alla scuola ne ignorano quasi sempre il carattere sociale. I tratti dominanti del discorso sono costituiti, da un lato dall’idealizzazione del merito, dell’efficienza, della razionale allocazione della spesa, della libertà di scelta tra pubblico e privato o, per converso, dalla istanza della difesa della natura “pubblica” e democratica della scuola, dalla valorizzazione della passione per l’insegnamento e della sua (platonica) dimensione erotica. La diseguaglianza sociale rimane normalmente, perlomeno nella letteratura più diffusa e di successo, una glossa o una nota a margine. Una rimozione che riguarda trasversalmente destra e sinistra, anche se cifre molto vistose ci dicono che stiamo vivendo, nel campo dell’istruzione, un’epoca di crescita delle differenze sociali: i neoiscritti all’università provenienti dai tecnici e i professionali sono diminuiti, negli ultimi 10 anni, dal 40% al 26.4%.
Quando viene messa al centro del discorso, si fa della diseguaglianza nel campo dell’educazione un uso strumentale: molte pubblicazioni caratterizzate da un’impostazione economica ed economicistica considerano le evidenze della differenza di risultati scolastici degli studenti appartenenti alle diverse classi sociali come la prova della natura inefficiente e parassitaria dell’educazione pubblica, e la dimostrazione della necessità di riforme “meritocratiche” – come la “Buona scuola”, oramai in fase di implementazione avanzata – che modifichino in senso privatistico e manageriale i caratteri del sistema educativo.
Nel contesto attuale, quindi, Una scuola di classe (orientamento e diseguaglianza nelle transizioni scolastiche) di Marco Romito, uscito quest’anno per Guerini e associati, va salutato come una positiva e salutare eccezione. Un libro che è quanto più lontano si possa immaginare da un pamphlet, essendo il prodotto di una lunga inchiesta condotta attraverso il metodo etnografico (ovvero mediante l’osservazione diretta prolungata dall’interno dell’oggetto di studio) in due scuole medie della periferia milanese. Un libro che, nel merito e nel metodo, rappresenta una rarità nella ricerca scientifica nazionale, visto che l’unico precedente di rilievo che viene alla mente è Le vestali della classe media, di Marzio Barbagli e Marcello Dei, del 1969.
Le premesse teoriche
Romito, nei capitoli iniziali del libro (che sono anche una ottima introduzione al dibattito della sociologia dell’educazione) chiarisce molto nettamente la sua prospettiva: a fronte dell’approccio funzionalista, che parte dal presupposto che gli apparati scolastici vadano studiati come risposte finalizzate ad uno scopo dato (ovviamente l’educazione), la sua ricerca si situa all’interno di una prospettiva “conflittualista”: la scuola, sulla scia di Marx e Weber, è vista come il prodotto storico di strutture sociali determinate, che esprime e riproduce, sia a livello della propria organizzazione, sia a livello dei saperi che trasmette che del metodo in cui ne attua la trasmissione, le contraddizioni proprie della società di cui è il prodotto. Romito, trattando sinteticamente diversi decenni di “sociologia critica” sulla scuola, individua due diversi approcci all’interno del filone “conflittualista”: l’uno, che vede la diseguaglianza come un prodotto “esterno” ai processi educativi, ovvero come l’eredità delle appartenenze di classe degli individui che l’istituzione riproduce passivamente, ed un’altra, che pone l’accento sui fenomeni di carattere discriminatorio (come il “labeling”) generati dalle stesse istituzioni scolastiche. Ciò gli consente di motivare il suo giudizio sulla centralità dell’opera di Pierre Bourdieu. Il sociologo francese, nell’arco di un trentennio (da Les héritiers, scritto con Passeron nel ’64, fino a La noblesse d’état, dell’89) ha sviluppato un metodo che consente di trattare con efficacia critica entrambi gli aspetti del problema: la diseguaglianza, all’interno della scuola, è sì il riflesso di differenze economiche e, soprattutto, socioculturali, proprie dell’ambiente sociale di provenienza, ma è anche riprodotta e rinforzata dalle pratiche proprie della didattica e della valutazione scolastiche. Gli insegnanti, cioè, sono essi stessi gli agenti inconsapevoli della riproduzione e del consolidamento della diseguaglianza nel momento in cui giudicano come mancanza di “talento” ciò che è invece il frutto dell’estraneità del linguaggio e dei valori ereditati nell’ambiente di provenienza rispetto al linguaggio e ai valori propri dell’istituzione scolastica.
L’habitus e la violenza simbolica
Una delle acquisizioni più importanti del lavoro condotto da Bourdieu in campo sociologico consiste nella dimostrazione del modo in cui gli oppressi collaborano alla propria stessa oppressione. Bourdieu si serve dei due concetti chiave dell’habitus e della violenza simbolica, centrali nell’indagine di Romito. Secondo Bourdieu, l’esperienza sociale, sin dalla prima infanzia, plasma il corpo del singolo nella postura, nella gestualità, nel linguaggio e, dal momento in cui è data come superata la dicotomia cartesiana di corpo e mente, anche nell’immaginario e nel simbolico. L’habitus sarà quindi il prodotto incorporato della struttura sociale, quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che definiscono la modalità del nostro rapporto al mondo sociale e a noi stessi: è l’habitus che conduce ad un tempo colui che vive una situazione di svantaggio ad anticipare soggettivamente l’atto della selezione scolastica, rinunciando a certi obiettivi ambiziosi poiché “non sono roba per noi”, e che induce l’insegnante (o per lo meno il “tipo medio”) a valutare secondo parametri “scolastici” (come la mancanza di talento e di “dono”) ciò che è invece il prodotto dell’ineguaglianza delle condizioni sociali di esistenza.
E’ l’habitus, quindi, che prepara l’opera di incanalamento selettivo degli studenti della scuola media verso percorsi che promettono opportunità diseguali: gli alunni dei ceti popolari sono già propensi in partenza a rinunciare ai percorsi che diano accesso alle professioni di più alto livello, scartando in partenza il liceo e rivolgendosi invece agli istituti professionali e ai centri di formazione professionale. L’habitus, incorporazione dell’inferiorità (o della superiorità) sociali, fa sì che la selezione divenga – in buona parte - auto-selezione.
Tuttavia, la spiegazione del processo non sarebbe affatto completa, senza l’intervento della “violenza simbolica”: essa è costituita dall’imposizione di valori e di significati estranei che negano e delegittimano i valori e significati di cui i soggetti stessi sono portatori. La “violenza simbolica” di Bourdieu si distanzia da concetti come l’”ideologia” o il “labeling” poiché essa funziona mediante la complicità delle stesse vittime che, non avendo a disposizione un simbolico da opporre a quello che viene loro attribuito d’autorità, finiscono per agire in modo conforme al simbolico che viene loro imposto. Proprio mediante la “violenza simbolica” la scuola svolge, secondo Romito, un ruolo attivo nella produzione delle diseguaglianze, generando l’adesione dei dominati alle gerarchie simboliche della cultura dominante, che implicano l’introiezione di una condizione di inferiorità e portano a ciò che comunemente si indica come “abbassamento delle aspettative”.
Che cos’è l’orientamento scolastico
In che modo gli effetti dell’habitus e della violenza simbolica operano concretamente nell’indagine sul campo compiuta da Romito? Quest’ultima si focalizza su un aspetto determinato e specifico del funzionamento dell’istituzione scolastica, l’orientamento, ovvero sul momento in cui, all’incirca a metà della terza media, gli insegnanti forniscono alle famiglie un consiglio orientativo che indirizza gli allievi nel sistema della scuola secondaria superiore verso il liceo, il tecnico, il professionale o il corso di formazione professionale.
Romito sottolinea preliminarmente come, pur essendo considerato sempre di più, a livello istituzionale, un momento strategico dei percorsi scolastici, ossia la forma mediante cui evitare spreco di risorse umane e scelte sbagliate da parte delle famiglie, l’orientamento sia rimasto una “black box”, in assenza di studi che prendessero in esame le procedure e i criteri effettivamente adottati dagli orientatori. La protesta di Romito potrebbe essere estesa alla modalità in cui funziona, nell’insieme, il discorso sulle cose di scuola, in Italia: o propaganda, o invettiva, o utopia pedagogica, o, al massimo, teoria normativa. L’inchiesta, quando c’è, si limita a mettere in ordine dati statistici prodotti dall’istituzione oppure generati dalla compilazione di questionari. Il vuoto totale per ciò che riguarda l’analisi delle concrete interazioni pratiche e discorsive degli agenti che operano all’interno dell’apparato scolastico, il solo modo che impedisca di non limitarsi a denunciare gli effetti della diseguaglianza sociale nella scuola, ma consenta di approfondirne i meccanismi. Non è infatti l’”istituzione” in astratto, ma sono pur sempre degli attori in carne ed ossa, insegnanti e studenti, che selezionano o si “auto-selezionano”.
Romito rileva che la necessità di un’indagine approfondita deriva dal fatto che l’orientamento non è un processo di tipo burocratico, che si limiti cioè a indirizzare gli studenti verso i diversi canali scolastici in base alle valutazioni conseguite all’esame di terza media. Gli automatismi funzionano solamente per le fasce estreme di votazione, ovvero tutti gli allievi che conseguono un “9” o un “10” vengono orientati verso il liceo e tutti coloro che vengono promossi con un “6” vengono orientati verso istituti professionali o corsi di formazione professionale. Ma le fasce intermedie di votazione sono quelle che interessano la grande maggioranza degli allievi, per i quali i consigli di orientamento si diversificano molto in rapporto ai voti d’esame.
Rapporti di forza
Come si può, dunque, sintetizzare il funzionamento del processo (ovviamente, in questa sede semplificando di molto le analisi e le considerazioni dell’autore) mediante cui l’orientamento riproduce e rafforza le diseguaglianze? Due, leggendo il libro, mi sono sembrati gli aspetti salienti del meccanismo. Il primo consiste nel fatto che, pur essendo il consiglio orientativo non vincolante per la scelta delle famiglie, che hanno piena facoltà di iscrivere i loro figli ad un indirizzo diverso rispetto a quello consigliato dalla scuola, esso diviene tuttavia molto influente e autorevole per le famiglie che si trovano più in basso nella struttura sociale. Infatti, mentre le famiglie di medio e alto livello sociale, che possiedono un elevato capitale culturale, molto spesso contraddicono il parere degli insegnanti, le famiglie dotate di un basso livello di capitale culturale (molte, soprattutto in una delle due scuole studiate da Romito) seguono il consiglio degli insegnanti, anche rivedendo al ribasso i loro progetti iniziali: “I soggetti più distanti dalla cultura scolastica tendono, invece, ad assumere un atteggiamento deferente e passivo nei confronti degli insegnanti, ritagliandosi margini bassissimi di negoziazione”.
In secondo luogo – ed è questo forse l’aspetto più significativo dell’indagine di Romito – la modalità attraverso cui i docenti orientatori determinano i loro giudizi, nel momento in cui si richiama ai principi dell’equità e del merito è, in realtà, fortemente condizionata dalle appartenenze sociali degli allievi. A parità di rendimento scolastico, un ragazzo o una ragazza proveniente da una famiglia straniera o da una famiglia “proletaria” vengono molto più spesso indirizzati verso gli istituti professionali piuttosto che verso i licei.
Romito riporta in modo estremamente preciso e dettagliato i discorsi degli insegnanti rispetto ai criteri che guidano i loro consigli orientativi, dimostrando come le retoriche attraverso cui essi tendono a motivare ed a legittimare le proprie procedure di orientamento siano molto distanti dalle pratiche effettive utilizzate nell’orientare i loro alunni. Ad esempio, da un lato il discorso ufficiale afferma la pari dignità tra tutti gli indirizzi scolastici, ma la convinzione intima degli insegnanti, esplicitata nei dialoghi con il ricercatore è che “alcune scuole sono più eguali delle altre”, ovvero che i licei sono “buone scuole” e i professionali “cattive scuole”. Inoltre, mentre gli insegnanti affermano di non tenere in alcun conto l’origine sociale degli studenti nel formulare i giudizi orientativi, ma solo dei loro meriti scolastici e delle loro “inclinazioni”, le stesse origini sociali, “nel corso delle discussioni con i docenti, vengono continuamente richiamate”. E, per esempio, diventa determinante, per consigliare il liceo, stabilire se l’allievo abbia o meno una famiglia che lo supporti.
L’indagine di Romito giunge alla conclusione che il ridimensionamento delle aspettative da parte degli allievi di modesta origine sociale, lungi da essere semplicemente il riflesso di un ’”habitus” che esclude gli obiettivi culturalmente più ambiziosi, è il frutto di un’azione esplicita degli stessi insegnanti, che mirano a convincere i loro alunni di “non essere da liceo”, sostenendo spesso i loro giudizi con l’argomentazione che le famiglie non possono permettersi lo sforzo economico di un lungo percorso di studi. L’azione socialmente discriminatoria – che, nella più forte delle storie esemplari raccontata da Romito, quella di “Anna”, giunge a configurarsi come una vera e propria demolizione di un progetto di vita – viene quindi giustificata come una forma di “tutela” e “protezione” delle famiglie dotate di un basso livello di capitale economico e di capitale culturale.
Evidentemente, nel discorso e nella pratica degli insegnanti si riflette la doppiezza di una istituzione scolastica che afferma di essere fondata su principi di eguaglianza e di pari opportunità mentre in realtà riproduce attivamente la diseguaglianza sociale. E non si tratta solamente di quell’ideologia essenzialista che, nella Milano di Romito come nella Parigi di Bourdieu, ponendo a proprio fondamento le nozioni del “dono” e della “vocazione” non fa altro che misconoscere una realtà socialmente e culturalmente ineguale. La retorica scolastica persiste, paradossalmente, anche nel momento in cui si presentano fatti macroscopici che la smentiscono. Uno degli argomenti più utilizzati dagli orientatori è, infatti, che i licei sono scuole “difficili”, troppo ardue da scalare per gli studenti di origine sociale modesta, mentre più agevole sarebbe la scelta di un percorso di tipo pratico, tipico (ma solo in teoria, visto che la riforma Gelmini ha abbattuto radicalmente le ore di laboratorio) di un professionale. Ma, si domanda Romito, non sono forse proprio i professionali le scuole meno accoglienti, quelle in cui si verificano i più alti tassi di bocciature?
(Marco Magni, Micromega, 24 agosto 2016)

4 ago 2015

"2014 odissea nella scuola", un libro di claudia fanti (di g. caliceti)

L’Invalsi senza studenti

Riforme e non riforme nell'ebook «2014, Odissea nella scuola» di Claudia Fanti, insegnante della scuola primaria 

Clau­dia Fanti, mae­stra di scuola pri­ma­ria, è l’autrice dell’ebook rin­trac­cia­bile e sca­ri­ca­bile su inter­net 2014, Odis­sea nella scuola. Si tratta di una rac­colta di rifles­sioni didat­ti­che, peda­go­gi­che e di poli­tica sco­la­stica, arti­coli, testi­mo­nianze sul campo – la vita sco­la­stica quo­ti­diana e il rap­porto con i bam­bini – che riper­corre il cam­mino pro­fes­sio­nale e civile dell’autrice che fissa il cul­mine del disa­stro scuola in Ita­lia nella cat­tiva riforma La Buona Scuola del governo Renzi, che porta a com­pi­mento, secondo l’autrice, la «non-riforma» comin­ciata diversi anni fa col mini­stro Moratti e pro­se­guita dai governi successivi.
I mini­stri dell’istruzione sono cam­bianti nel tempo, ma il pro­getto di distru­zione della scuola pub­blica ita­liana è pro­se­guito in per­fetta con­ti­nuità. Nel libro si com­men­tano le cosid­dette riforme sco­la­sti­che degli ultimi anni non in modo astratto, ma dalla pro­spet­tiva di chi si trova tra i ban­chi di scuola, in mezzo ai bam­bini e alle bam­bine, allo stu­pore e alla dram­ma­ti­cità dell’apprendimento.
Qui, le isti­tu­zioni sono lon­tane, estra­nee. Spesso ostili al mondo dei più pic­coli, ai loro ritmi e alle loro idee di buon senso. L’autrice intro­duce l’importanza dell’attenzione verso la per­sona dello stu­dente e insi­ste sulle rela­zioni che si instau­rano con lui, in una scuola che sem­bra andare in dire­zione con­tra­ria. Qui si valo­rizza la comu­nità edu­cante, di cui nella riforma Gian­nini si sono perse defi­ni­ti­va­mente le tracce. Viene cri­ti­cata l’Invalsi, i quiz, i sistemi di valu­ta­zioni tarati su sog­getti medi che vanno con­tro pro­gram­ma­zioni e valu­ta­zioni indi­vi­duali, legate a stu­denti in carne e ossa, ai loro biso­gni effet­tivi, ai loro desi­deri. Sistemi che bana­liz­zano e ucci­dono la moti­va­zione allo stu­dio e al sapere fin da pic­coli. Nella post­fa­zione a 2014, Odis­sea nella scuola c’è anche un rife­ri­mento alla Legge di Ini­zia­tiva Popo­lare per una buona scuola pre­sen­tata e depo­si­tata in Parlamento.
(di Giuseppe Caliceti, il manifesto, 4 agosto 2015)

Altre recensioni del libero di Claudia Fanti, 2014 Odissea nella scuola, Youcanprint, Lecce, 2014:
- Educazione&Scuola [clicca qui]

3 giu 2015

i dirittiStorti, la quarta IV edizione del festival della letteratura

La quarta IV edizione del Festival della Letteratura si terrà a Milano dal 10 al 14 Giugno 2015 presso la Biblioteca Chiesa Rossa. Il programma prevede cinque giorni dedicati ai dirittiStorti, con incontri letterari, presentazioni di libri, dibattiti, poesia, musica e spettacoli … . Per consultare il programma completo del festival: [clicca qui].



Segnaliamo due eventi all’interno della serata del 10 Giugno 2015 dedicata a "I Diritti Storti, la Resistenza, Le Resistenze" e organizzata in collaborazione con A.N.P.I. Crescenzago:





Alle ore 17:00 sarà proiettato il documentario degli studenti del IPSSP Marcello Dudovich di Quarto Oggiaro “Il cammino delle pietre”, con le videointerviste a quattro partigiani milanesi che raccontano la loro Resistenza. A seguire, dibattito con il curatore Giancarlo Aprea, con i ragazzi che hanno realizzato il documentario e con il pubblico, per approfondire il tema della trasmissione della memoria fra generazioni.



Alle 21:30 sarà presentato in anteprima il docufilm della regista siciliana Francesca La Mantia “La memoria che resta”, prodotto dalle Anpi milanesi e dalla CGIL e diffuso a partire da settembre 2015 in tutte le scuole della provincia di Milano.

Ogni angolo di Milano è carico di lapidi, di corone, di monumenti, di memoria che colpisce l'attenzione visiva dei passanti, anche dei meno attenti. Nella fretta caotica di una città sempre in perenne e nevrotico movimento quelle lapidi rimangono lì, ferme, ma vive a perenne memoria.

Ma quali volti hanno questi nomi? Che storie possono raccontare a chi è pronto ancora ad ascoltarle?

Il docufilm, girato in un anno, ha al centro personaggi del calibro di Dina Croci, Laura Wronosvka, Franco Loi, Lugi Pestalozza, Claudia Ruggierini e presenta più di 30 interviste inedite ed emozionanti che trattano senza retorica la nascita del fascismo, la guerra, i bombardamenti americani, la deportazione operaia, la resistenza armata e civile e la liberazione dal nazifascismo avvenuta 70 anni fa. La Memoria che Resta è una Memoria che Resiste. La pagina Facebook del film: [clicca qui].



Biblioteca Chiesa Rossa

Via San Domenico Savio, 3 - 20142 Milano (Zona 5)
Mezzi pubblici: MM2 (Abbiategrasso-Chiesa Rossa), 3, 15, 79

24 mar 2014

leggiu, il furgoncino carico di libri da leggere tutti assieme "pianissimo"

Aggiornamento: il furgoncino Leggiu è stato ritrovato sull'Alzaia del Naviglio Pavese. Ha funzionato il tam tam sui social network. I libri non sono stati rubati. Il progetto può continuare.

Pianissimo è una libreria itinerante e un progetto di promozione della lettura in Sicilia.
È anche un viaggio su un furgone d’epoca, Leggiu, in cui si guarda il paesaggio e ci si ferma spesso a parlare di libri e incontrare persone.
La sfida è quella di mettere il libro nelle piazze e sperare che qualcuno lo porti a casa e inizi a leggere. Inventare nuovi modi per parlarne, non cedere alla sua smaterializzazione. Qualche giorno fa Leggiu, il furgoncino carico di libri da leggere tutti assieme "pianissimo", è stato rubato durante la tappa a Milano. 

L'intervento di Filippo Nicosia, il libraio itinerante, ideatore del progetto, dal suo blog  http://www.pianissimolibrisullastrada.it/

L’ultimo giro su Leggiu l’hanno fatto Alex, Gabriel e Giovannino.
Erano felici, mi chiedevano di accelerare, schiacciavano il pulsante del clacson e ridevano e salutavano dai finestrini gli altri bambini.
Nel lungo cortile di ghiaia tra due palazzi del quartiere Gallaratese, poco distanti dalle dune di sabbia e le gru che lavorano per l’Expo 2015, questi bambini hanno preso d’assalto Leggiu e messo sottosopra la libreria.
Abbiamo letto delle storie insieme, cantato delle filastrocche, ben in vista, così bene che qualcuno si è accorto che c’eravamo e dalla strada sfrecciando su una macchina ha urlato: “vaffanculoooooo”.
Alex soffre il solletico, lo so perché è stato grazie a quest’ultimo che sono riuscito ad allontanarlo dal furgone che voleva a tutti i costi guidare.
Gabriel è riuscito a farsi dare tre euro da sua madre per comprare un libro, non un euro di più, ha dato tutto quello che aveva e adesso ha il suo libro lo stesso.
Giovannino è originario di Caltanissetta e mi abbraccia. “Dove vai?” mi chiede “torno in Sicilia” gli dico. “Ti spingo” mi dice. Lo guardo allontanarsi, nella sua tuta diventa un puntino rosso, lontano, come un fanale acceso nella sera che sta calando.
Il giorno dopo, a Piazza Arcole, zona Navigli, Leggiu è stato rubato. Il furgoncino libreria era parcheggio all’interno delle strisce blu, anche se c’è da dire che la zona è in mano agli abusivi.
Ho chiesto con insistenza a questi uomini se sapessero, se avessero visto, niente, non ne sanno niente. Il furgone è stato rubato in pieno giorno ma nessuno sembra aver visto niente.
Più che per il valore economico, comunque non irrilevante, che devo ripagare agli editori, è negli affetti che mi sento ferito. Leggiu è come un fratello maggiore, è una storia, la prima storia, che contiene tutte le altre.
Con Pianissimo – libri sulla strada siamo riusciti a far avvicinare molte persone ai libri a far parlare di libri e di lettura con entusiasmo e partecipazione, occupandoci in prima battuta delle aree geografiche in cui si legge meno.
Non ho alcuna intenzione di smettere di leggere e condividere le mie letture e raccontare storie.
Non ho alcuna intenzione di smettere di portare i libri degli editori indipendenti che stimo e sostengo. Approfitto di questa tristezza per pensare, ma voglio riorganizzarmi presto.
Pianissimo non è un furgone o una libreria o Filippo Nicosia. Pianissimo è l’entusiasmo che si prova nello stare insieme e leggere dando davvero spazio al potenziale di un libro, dallo scrittore, al redattore, dal grafico, al libraio che tutti insieme arrivano nelle mani e nella testa del lettore.
Pianissimo non è solo una libreria, è anche una bella storia, e le storie sono così, avvincenti e piene di colpi di scena.
Siamo a un punto in cui il protagonista affronta una grande avversità, la sua impresa è a rischio.
Solo andando avanti sapremo come va finire.
Grazie a tutti per la solidarietà davvero commovente.
Filippo Nicosia

9 feb 2014

dal bonus libri al bonus librai

Ricordate il “bonus libri”, ovvero la possibilità dei lettori di godere di agevolazioni fiscali a seguito dell’acquisto di libri [clicca qui]?
Bene, il governo, scoperto di non avere sufficiente copertura finanziaria, ha trasformato il “bonus libri” in “bonus librai”. A godere delle agevolazioni saranno quindi gli «esercizi commerciali che effettuano la vendita di libri al dettaglio».
Inoltre, per gli studenti delle scuole superiori, sia pubbliche che parificate, con un reddito familiare sotto i 25 mila euro, viene introdotto un buono lettura. Il buono sarà solo per l'acquisto di libri di lettura (anche in formato digitale) come romanzi e saggi ma non per testi scolastici. L'ammontare del singolo voucher sarà sulla base della popolazione studentesca dell'anno 2014-2015. Presentando il ticket timbrato e numerato che riceveranno dai presidi, i beneficiari potranno ottenere uno sconto del 19% sull'acquisto di libri di lettura, ma solo presso gli esercizi commerciali che hanno aderito all'iniziativa e che hanno chiesto di usufruire del credito d'imposta del 19 per cento.
Il testo approvato dalla Camera dei Deputati e che dovrà essere approvato dal Senato della Repubblica [clicca qui]

14 gen 2014

misure per favorire la diffusione della lettura

Con l’articolo 9 del D.L. 145/2013 [il testo] il Governo ha introdotto un provvedimento fiscale per favorire la diffusione della lettura, ovvero il riconoscimento di un credito d’imposta sul reddito delle persone (fisiche o giuridiche) pari al 19% sulle spese sostenute per l'acquisto di libri muniti di codice ISBN, un numero che identifica in modo univoco e a livello internazionale un libro [che cos’é l’ISBN]. 
Il credito di imposta è previsto per una spesa massima di 2.000 euro, di cui 1.000 euro per i libri di testo scolastici e universitari e 1.000 euro per tutte le altre pubblicazioni (ovvero per i libri non scolastici e universitari). Sarà pertanto possibile godere annualmente di un credito di imposta massimo di 380 euro (190 euro per i libri scolastici e 190 euro per gli altri libri.
L’agevolazione fiscale NON vale per i libri in formato digitale, gli “ebook” (ricordiamo che mentre ai libri viene applicata l’IVA agevola al 4%, gli ebook rientrano nella categoria dei prodotti elettronici e scontano, pertanto, un’imposta con aliquota ordinaria al 22%).
Ma l’agevolazione vale per l’usato? L’acquisto deve essere effettuato esclusivamente in libreria o il libro può essere acquistato anche on-line? 
Per conoscere le modalità per usufruire di questa opportunità, occorre attendere il decreto del Ministero dello sviluppo economico che dovrà essere emanato entro 30 gg dall’adozione del provvedimento (24 dicembre 2013). 
Segnaliamo inoltre che l’articolo 9 prevede un tetto massimo a copertura delle detrazioni di 50 milioni di euro all’anno. Secondo il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2013 [il testo del rapporto] dell’Associazione Italia Editori, il giro d’affari del libro in Italia si attesa intorno ai tre miliardi di euro (anno 2012). Con l’aiuto di una calcolatrice, rileviamo che il 19 per cento di 3 miliardi è 570 milioni, non 50 milioni. Dunque questo importo è sufficiente a coprire meno di un decimo del fabbisogno italiano di lettura.
E poi, basterà trattare il libro come un elettrodomestico per aumentarne le vendite, per favorire la diffusione della lettura?
In attesa del decreto attuativo chiediamo la fattura ai librai.

16 set 2012

in classe entra una cipolla

"I nostri studenti che "vanno male" (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente inficativo.
Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all'uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell'indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l'eternità in un barattolo"
Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, 2008

Il brano di Daniel Pennac letto da Giuseppe Battiston: il video

25 giu 2012

sdraiati a guardare le nuvole, il maestro zavalloni

"L'altro giorno, una maestra che conosco, ha portato i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola. Era una giornata nuvolosa e di vento. Li ha fatti sdraiare per terra e ha fatto guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme, movimenti. Era scuola quella? Si era scuola, una scuola eccezionale di poesia.”

Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare? Queste le domande alle quali, a partire dalla sua esperienza di maestro, dirigente scolastico e volontario nell'associazionismo, cerca di dare risposte Gianfranco Zavalloni con il libro “LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA - Per una scuola lenta e non violenta” edito nella collana Mondialità dalla Casa editrice EMI di Bologna.

(dall'introduzione dell'autore) La scuola odierna, riflettendo le tendenze di buona parte della società umana, è centrata sul mito della velocità, dell’accelerazione e della competizione, come criterio di selezione al quale i bambini vengono educati fin dai primi anni di vita.
Dal contatto quotidiano e continuato con la realtà scolastica nasce la riflessione de La pedagogia della lumaca. Siamo nell'epoca del tempo senza attesa.
Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro "modo di vivere". Non abbiamo cioè più il tempo di "attendere", non sappiamo partecipare ad un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo "tutto e subito” in tempo reale. Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti stia nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (tutto e subito), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani). Oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivono come i bambini secondo le modalità del “voglio tutto e subito”.
È necessario intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori, insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.
----> Recensioni e materiale sul libro: [clicca qui]

Gianfranco Zabelloni è mancato nel corso dell'estate 2012

17 apr 2012

assalto all'istruzione pubblica (di noam chomsky)

L’istruzione pubblica è sotto attacco in tutto il mondo, e, per reazione, proteste studentesche si sono svolte in Gran Bretagna, in Cile, a Taiwan e altrove.
Anche la California è un campo di battaglia. Il Los Angeles Times riporta un altro capitolo della campagna per distruggere quello che è stato il più grande sistema di istruzione pubblica nel mondo: “L’Università statale della California ha annunciato ufficialmente dei piani per congelare le iscrizioni la primavera prossima nella maggior parte delle università e di mettere in lista di attesa tutti quelli che fanno domanda per l’autunno prossimo in attesa del risultato di una presunta iniziativa di una proposta riguardo alle tasse in occasione delle votazioni di novembre.”
Un analogo ritiro di fondi è in corso in tutta la nazione. “Nella maggior parte degli stati,” riferisce il New York Times, “adesso sono i pagamenti delle tasse universitarie e non gli stanziamenti statali che coprono la maggior parte del bilancio,” cosicché “forse è finita l’era dei corsi di quattro anni presso le università pubbliche accessibili a tutti, e pesantemente sovvenzionati dallo stato.” (…)
Il testo completo dell’articolo di Noam Chomsky [CLICCA QUI]
Il testo in italiano dal web: http://znetitaly.altervista.org/art/4141

28 mar 2012

biancoenero e uovonero: libri per ragazzi speciali

Si conclude venerdì 30 marzo la settimana della lettura che ha coinvolto i ragazzi dell’IC Don Orione in attività di animazione alla lettura e incontri con gli autori di libri per ragazzi [clicca qui]. Presso le due scuole elementari (via Fabriano e via Iseo) è stata organizzata una mostra mercato con possibilità per i ragazzi di acquistare libri.
Una sezione della mostra mercato (organizzata dalla Libreria Isola Libri - Milano, via Pollaiuolo 5) è stata dedicata a due case editrici, “Biancoenero”  e “Uovonero” specializzate nella pubblicazione di testi per favorire la lettura dei ragazzi che hanno difficoltà a vario titolo.

Biancoenero [il sito] è una casa editrice per ragazzi, nata a Roma nel 2005. La contraddistingue il piano editoriale incentrato sui concetti di accessibilità ed integrazione, per favorire la lettura di tutti: è il progetto [Alta leggibilità] dedicato soprattutto ai ragazzi che, per vari motivi, rinunciano ai libri: in particolare i dislessici (attualmente circa il 5% della popolazione scolastica), i non madrelingua, o i cosiddetti lettori "pigri".
Un libro ad “alta leggibilità” ha alcune caratteristiche precise: un'impaginazione chiara, ariosa, che accompagna la lettura nel ritmo e ne facilita la leggibilità, l'utilizzo di un carattere di stampa studiato e testato per non confondere le lettere (font denominato “[biancoenero®]”), l'uso della carta color crema che stanca meno la vista, una particolare cura nell'editing dei testi che favorisce strutture sintattiche chiare ed un linguaggio semplice che stimoli l'arricchimento lessicale senza disorientare il lettore.
Il libro [Mossy Trotter] di Elizabeth Taylor (biancoenero edizioni) è finalista del Premio Andersen 2012 per la categoria 9-12 anni.


Uovonero [il sito] è una casa editrice nata nel 2010 a Crema che si rivolge alle persone che, a causa di difficoltà di vario genere, restano escluse dalla possibilità di godere dei libri poiché affette da autismo, dislessia, ritardo cognitivo, varie forme di disturbi dell'apprendimento.
Le collane della casa editrice [clicca qui] illustrano il progetto editoriale: libri con rinforzi comunicativi, che utilizzano strumenti di CAA (comunicazione aumentativa e alternativa), per bimbi in età prescolare o con difficoltà cognitive (pesci parlanti); libri che raccontano varie forme di disturbo da parte di chi lo vive in prima persona (i raggi); libri che aiutano gli altri a capire e ad accettare chi è diverso (i geodi); materiali dedicati in particolare a persone con autismo per sviluppare le autonomie personali (piccoli passi) o le abilità sociali (i bottoni); una collana di giochi per divertirsi e imparare, nel rispetto delle diversità e della collaborazione non competitiva (altrimenti).
Dal 30 marzo al 1. aprile 2012 la casa editrice sarà presente a “Fa' la cosa giusta - Fiera Nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili” (Milano).

due giovani scrittori incontrano gli studenti del don orione

Si conclude venerdì 30 marzo la settimana della lettura durante la quale i ragazzi dell’IC Don Orione hanno incontrato due giovani autori di libri, Cinzia Milite e Andrea Sottile.

 
Cinzia Milite è nata nel 1964 in provincia di Milano, dove vive e lavora come direttrice di una scuola materna. Coltiva da sempre la passione per la letteratura per l'infanzia e colleziona libri sull'argomento.
Nel 2007 ha vinto il Premio “Montessori” con il libro “Sotto lo stesso sole” [clicca qui] edito dalla Raffaello editore e nel 2011 il Premio “Uno su cinque … scegli il tuo libro”.
 
Andrea Sottile, bibliotecario, si occupa di arte, cinema di animazione e di libri per bambini.Vive a metà strada tra la Sicilia e la Germania. Ha esposto in diverse gallerie di Catania, Palermo e Milano. Cura rassegne di cortometraggi di animazione (il Cinepiccoli, il Milano Film Festivalino, il Cinetrotter). Nel 2009 ha pubblicato con Rizzoli il libro “Urbuq - Bestiario portatile per i giovani lettori” [clicca qui]. Per Rizzoli è appena stato pubblicato (marzo 2012) il libro “La principessa capovolta – Una catastrofe in 24 capitoli” [clicca qui]. Si occupa dell'organizzazione della biblioteca della scuola frequentata dalle figlie. Andrea Sottile è l’autore del testo recitato dall’attore Paolo Poli a sostegno della scuola pubblica statale (PaoloPoli legge Pinocchio per la scuola pubblica statale).

13 gen 2012

digitale, una scuola "più moderna e visionaria"?

Qualche giorno fa, il quotidiano Repubblica ha pubblicato un articolo di Raffaele Simone, “Se a scuola internet rende stupidi” [leggi], nel quale si sollevano dubbi sulla reale utilità delle risorse tecnologiche nella scuola.
Simone contesta l’auspicio del Ministro dell'Istruzione Francesco Profumo di una scuola “più moderna e visionaria” che si avvicini al web 2.0. Una scuola che tenga i costi a zero per le famiglie e offra agli studenti il sapere e le informazioni attraverso gli strumenti più innovativi: internet, libri digitali sul modello wiki e tablet.
L’articolo, che offre interessanti spunti di riflessione, ma le motivazioni a sostegno (“la lavagna interattiva è un grande display che sembra una lavagna”, il tablet spinge facilmente a credere che apra finestre su un mondo illimitato”, la cultura digitale “è uno dei più temibili moventi di interruzione della concentrazione che si siano mai presentati nella storia”) appaiono deboli o poco argomentate.
L’autore segnala a sostegno delle sue tesi un paio di libri. Di uno di questi “Confessioni di un eretico high-tech. Perché i computer nelle scuole non servono” è autore Stoll Clifford (edito da Garzanti, 2001/2004, 192 pagine, la postfazione è dello stesso Raffaele Simone) (purtroppo il libro sembra fuori catalogo).
Clifford Stoll (1951) è professore di astronomia a Berkeley, ma è anche uno dei commentatori più autorevoli sullo sviluppo della rete.
Non può essere accusato di tecnofobia, poiché usa abitualmente i computer, li sa programmare, vive con loro.
Stoll parte dall’opinione comune che le nuove tecnologie risolveranno i drammatici problemi della scuola. La parola d'ordine di questa rivoluzione è: «Un computer su ogni banco». Il miracolo è garantito, gli studenti devono imparare a vivere in un mondo fatto più di bit che di cose. Ma Clifford Stoll ha qualche dubbio in proposito e si diverte a demolire diversi luoghi comuni. A un buon insegnante non servono mouse ed e-mail: sono più importanti il contatto umano con lo studente, il rapporto costante con la classe, condividere un'esperienza e un percorso comuni, immersi nella stessa realtà. La scuola, e quindi il futuro della società, sono troppo importanti per essere affidati ai fanatici delle neo-tecnologie, ai fabbricanti di computer e software, ai loro esperti di marketing.
Scrive Stoll: "Chi insegnerà ai nostri ragazzi il linguaggio (quello vero, non quello di word) quando sarà ormai troppo tardi? Chi spiegherà loro che cosa sono la logica e la matematica, quando avranno ormai acquisito che i problemi forse, si risolvono schiacciando un tasto? Come faranno a conoscersi e a incontrarsi, usciti da una chat room? E come la mettiamo col senso critico, con l'ironia?"