Roma, 22 febbraio 2016, Nena News – Non è la prima volta che
succede: nel mirino delle autorità israeliane c’è di nuovo una scuola e
di nuovo la comunità beduina palestinese dei Jahalin. Ieri i bullzoder
dell’esercito israeliano hanno demolito l’istituto scolastico della
comunità di Abu al-Nuwaar, vicino alla città di El-Ezzariya.
Secondo quanto raccontato da Atallah al-Jahalin, portavoce della comunità, 30
veicoli militari hanno accompagnato sul posto funzionari
dell’Amministrazione Civile israeliana (l’ente che gestisce per Tel Aviv
i Territori Occupati) e hanno distrutto la scuola, l’unica
presente a Abu al-Nuwaar. La giustificazione data dalle autorità
israeliane è nota: l’edificio era stato costruito con strutture
permanenti e quindi in violazione con la normativa che impedisce di
costruire in Area C senza permesso israeliano.
L’Area C rappresenta il 60% della Cisgiordania ed è sottoposta al totale controllo, militare e civile, israeliano. Ciò
impedisce alle comunità ancora presenti di godere di servizi basilari,
come l’acqua e l’elettricità, e ovviamente di costruire strutture che
siano case, scuole, stalle, ospedali. Serve il permesso da parte di Tel
Aviv, un via libera che nella quasi totalità dei casi viene
rifiutato. Secondo l’Ocha, agenzia Onu, solo l’1,5% delle richieste da
parte palestinese viene accolta. Si costruisce comunque per continuare a
vivere. E si costruiscono anche scuole, come quella di Abu al-Nuwaar. E
troppo spesso si incorre nei bulldozer dell’esercito.
Ma ieri, dopo la distruzione, l’esercito ha anche confiscato
materiali scolastici dentro il piccolo edifico. Un fatto che fa pensare
che la demolizione di ieri sia parte di una più ampia pressione su una
comunità che, come le altre comunità beduine palestinesi, si trova in
un’area strategica, la cosiddetta E1, che collegherà nei piani
israeliani la Grande Gerusalemme al Mar Morto. Da tempo Tel Aviv tenta
di cacciare con le buone o le cattive i Jahalin presenti, che
impediscono la creazione di un corridoio di colonie che parta dagli
insediamenti di Gerusalemme Est, passi per l’enorme blocco coloniale di
Ma’ale Adumim e finisca nella Valle del Giordano e al Mar Morto. Un
corridoio unico che spezzerebbe in due la continuità della Cisgiordania,
ponendo fine alla cosidetta soluzione a due Stati per l’impossibilità
di dare vita ad uno Stato palestinese contiguo. [...]
http://nena-news.it/territori-occupati-i-bulldozer-israeliani-demoliscono-una-scuola-beduina/
servono azioni forti in difesa della scuola pubblica [gianni gandola]
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23 feb 2016
7 gen 2016
cile, la riforma che garantisce l'accesso gratuito all'università
Si
deve all’impegno di Camila Vallejo Dowling, l’ex leader della Fech, la
Federazione degli studenti universitari cileni, l’approvazione da parte
del
Parlamento cileno della legge che stabilisce la gratuità dell’accesso alle università pubbliche
a partire dal 2016.
Deputata dal 2014,
eletta
nelle liste di Gioventù Comunista, Camila Vallejo sta conducendo in
Parlamento la battaglia, cominciata cinque anni fa nelle piazze del
paese sudamericano, per l’abolizione del sistema
educativo ereditato dal dittatore Augusto Pinochet.
Scioperi, sit-in, manifestazioni di protesta: il movimento studentesco cileno non si è mai arreso malgrado i duri scontri
di piazza e le continue minacce anche da ambienti istituzionali [leggi i nostri post: clicca qui e clicca qui].
Proteste
che non si sono placate neanche dopo l’approvazione del primo pacchetto
di riforme approvato dal governo della socialista
Michelle Bachelet nel gennaio del 2015, considerato dagli insegnanti e
dagli studenti assolutamente insufficiente.
Fino ad oggi il sistema universitario pubblico cileno doveva completamente autofinanziarsi, richiedendo agli studenti migliaia
di dollari all’anno di tasse.
La riforma, approvata a fine 2015 dal Parlamento nonostante la forte opposizione della destra radicale, prevede da subito
l’esenzione per 178 mila studenti delle fasce più povere della popolazione. Esenzione che
verrà estesa all’intera popolazione universitaria entro quattro anni.
A pesar de los intentos de la derecha por torpedear el avance de la gratuidad, ganamos una batalla importante.
#Gratuidad2016.
— Camila Vallejo (@camila_vallejo) 23 Dicembre 2015
— Camila Vallejo (@camila_vallejo) 23 Dicembre 2015
"Nonostante i ripetuti tentativi della destra di silurare l'introduzione della gratuità, abbiamo vinto una battaglia importante”
Ma secondo Camila Vallejo, dal marzo 2015
presidente della commissione Educazione della Camera,
la gratuità dell’accesso alle università pubbliche è soltanto un tassello della riforma. L’obiettivo è garantire il diritto all’istruzione che non si ottiene esclusivamente
con la gratuità. “Quella
è solo una parte, il diritto all’educazione è molto più complesso. Si
tratta di definire l’istruzione che vogliamo, qual è
la missione e la visione delle istituzioni, che tipo di professionisti e
tecnici vogliamo per il nostro Paese. Inoltre si deve parlare di
ricerca”.
Vedremo se
la
compañera
Camila
avrà la forza, ora che siede sugli scranni delle istituzioni, di
completare le riforme nella direzione richiesta dal movimento che lei
stessa dirigeva, garantendo la partecipazione
di insegnanti e studenti al processo di riforma.
11 dic 2015
il ragazzino che in india fa il maestro ai coetani poveri e sfruttati
Questa
è la storia (vera) di un bambino indiano, Anand, di 11 anni che tutti i
giorni va a scuola. Come ogni bambino di 11 anni, tornando da scuola
potrebbe voler guardare i cartoni animati o giocare
con i suoi amici. Lui invece, dopo la scuola, fa il maestro.
Il ragazzino, come racconta Indiatimes.com, vive nel distretto indiano di Lucknow, a Sud Est di Nuova Delhi. La sua famiglia appartiene alla classe media e Anand può frequentare la scuola, mentre la maggior parte dei bambini della sua età vive nelle bidonville ed è costretta al lavoro minorile. Un giorno, durante una gita nei pressi di Bombai con la sua famiglia, vede un bambino che legge alla luce di un lampione da strada, vicino a una moschea: quando nella moschea iniziavano i canti, il bambino si precipitava a dirigere il coro; quando finivano, tornava fuori a leggere. “Ci siamo avvicinati per lasciargli qualche moneta”, racconta il padre di Anand al quotidiano la Stampa ”ma lui ha rifiutato. Noi abbiamo insistito per aiutarlo, così ci ha chiesto di procurargli piuttosto dei libri, che abbiamo comprato in un negozio lì vicino”.
Questo episodio segna il piccolo, che da quel giorno, ogni pomeriggio va nella bidonville del suo villaggio e insegna ai bambini informatica, matematica e inglese. Ha iniziato coinvolgendo i bambini con storie interessanti e giochi, per non farli annoiare e trasmettere loro il piacere di imparare. Adesso Anand ha circa 100 alunni che lo seguono ogni giorno.
Ogni lezione si chiude con l’inno nazionale che tutti i bambini devono imparare e cantare: “Credo che li aiuti ad acquisire consapevolezza del proprio ruolo nella società e a crescere come cittadini responsabili”, dice Anand.
Ma i progetti del piccolo “Chota Masterji”, come lo chiamano i suoi alunni, non si fermano qui: Anand vorrebbe aprire alcune librerie nel villaggio, coinvolgendo le famiglie benestanti della zona. Insieme ai suoi genitori ha inoltre organizzato una campagna che invita i membri della società acculturata a finanziare l’educazione scolastica di un bambino. Sulla stessa linea anche il programma di educazione dedicato alle bambine provenienti dalle famiglie povere. La speranza di A. è che con piccoli passi come questo, l’India diventi presto un paese alfabetizzato e ricco.
fonte: http://www.illibraio.it/ piccolo-grande-maestro-india- 266268/ (6/12/2015)
L’articolo da Indiatimes.com:
Meet The 11-YO Who Teaches Over A 100 Students After School. His Pupils Call Him ‘Chota Masterji’
At his age, the first thing any school kid would immediately do after returning from school, would be watching cartoons or playing games. But, not for 11-year-old Anand Krishna Mishra from Lucknow. He rushes for his second school of the day, where he is actually a teacher. He teaches around 100 students from nearby villages through ‘Bal Choupals’ every day at five in the evening. His students call Anand ‘Chota Masterji’. The class include regular lessons form both textbooks and lessons on moral studies. The daily exercise starts with singing ‘Hum Hone Kaamyaab’ and ends with the National Anthem. The Class VII student who was honoured with the Satyapath Bal Ratan award and Seva Ratna awards for his service, said his inspiration for starting the initiative was a Mumbai trip where he saw a boy studying under a street light. If his works so far weren’t impressive enough, Anand is now on with his efforts to set up libraries for the lesser privileged with the help of local authorities.
L’articolo dal quotidiano
la Stampa [clicca qui]
Il ragazzino, come racconta Indiatimes.com, vive nel distretto indiano di Lucknow, a Sud Est di Nuova Delhi. La sua famiglia appartiene alla classe media e Anand può frequentare la scuola, mentre la maggior parte dei bambini della sua età vive nelle bidonville ed è costretta al lavoro minorile. Un giorno, durante una gita nei pressi di Bombai con la sua famiglia, vede un bambino che legge alla luce di un lampione da strada, vicino a una moschea: quando nella moschea iniziavano i canti, il bambino si precipitava a dirigere il coro; quando finivano, tornava fuori a leggere. “Ci siamo avvicinati per lasciargli qualche moneta”, racconta il padre di Anand al quotidiano la Stampa ”ma lui ha rifiutato. Noi abbiamo insistito per aiutarlo, così ci ha chiesto di procurargli piuttosto dei libri, che abbiamo comprato in un negozio lì vicino”.
Questo episodio segna il piccolo, che da quel giorno, ogni pomeriggio va nella bidonville del suo villaggio e insegna ai bambini informatica, matematica e inglese. Ha iniziato coinvolgendo i bambini con storie interessanti e giochi, per non farli annoiare e trasmettere loro il piacere di imparare. Adesso Anand ha circa 100 alunni che lo seguono ogni giorno.
Ogni lezione si chiude con l’inno nazionale che tutti i bambini devono imparare e cantare: “Credo che li aiuti ad acquisire consapevolezza del proprio ruolo nella società e a crescere come cittadini responsabili”, dice Anand.
Ma i progetti del piccolo “Chota Masterji”, come lo chiamano i suoi alunni, non si fermano qui: Anand vorrebbe aprire alcune librerie nel villaggio, coinvolgendo le famiglie benestanti della zona. Insieme ai suoi genitori ha inoltre organizzato una campagna che invita i membri della società acculturata a finanziare l’educazione scolastica di un bambino. Sulla stessa linea anche il programma di educazione dedicato alle bambine provenienti dalle famiglie povere. La speranza di A. è che con piccoli passi come questo, l’India diventi presto un paese alfabetizzato e ricco.
fonte: http://www.illibraio.it/
L’articolo da Indiatimes.com:
Meet The 11-YO Who Teaches Over A 100 Students After School. His Pupils Call Him ‘Chota Masterji’
At his age, the first thing any school kid would immediately do after returning from school, would be watching cartoons or playing games. But, not for 11-year-old Anand Krishna Mishra from Lucknow. He rushes for his second school of the day, where he is actually a teacher. He teaches around 100 students from nearby villages through ‘Bal Choupals’ every day at five in the evening. His students call Anand ‘Chota Masterji’. The class include regular lessons form both textbooks and lessons on moral studies. The daily exercise starts with singing ‘Hum Hone Kaamyaab’ and ends with the National Anthem. The Class VII student who was honoured with the Satyapath Bal Ratan award and Seva Ratna awards for his service, said his inspiration for starting the initiative was a Mumbai trip where he saw a boy studying under a street light. If his works so far weren’t impressive enough, Anand is now on with his efforts to set up libraries for the lesser privileged with the help of local authorities.
13 ott 2014
malala, l'istruzione è l'unica soluzione
In occasione della consegna del Premio Nobel per la Pace 2014, riproponiamo il nostro post pubblicato un anno fa, il 2 ottobre 2013
Malala è la più giovane candidata al Nobel per la pace. Nata nel 1997, a tredici anni è diventata famosa per aver scritto per la BBC un diario che raccontava i soprusi subiti dalla donne sotto il regime dei talebani.
Malala è la più giovane candidata al Nobel per la pace. Nata nel 1997, a tredici anni è diventata famosa per aver scritto per la BBC un diario che raccontava i soprusi subiti dalla donne sotto il regime dei talebani.
E’ il 2009 quando i
talebani decidono che nessuna ragazza dovrà più studiare.
Malala non si fa
intimidire. E’ convinta che la scuola sia un diritto e non intende rinunciarci.
Ha paura, ma continua ad andarci, evitando di indossare la divisa scolastica, per non dare
nell'occhio, nascondendo libri sotto lo
scialle.
Il suo
diario, scritto in lingua urdu, viene stampato anche su un giornale locale,
accessibile dunque a chi non sa
l'inglese. Vuole dare coraggio ad altre bambine e alle loro famiglie.
Queste le
sue idee: ” Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia
generazione le armi“.
Un anno fa, il 9
ottobre 2012, Malala è colpita da alcuni uomini armati saliti
sul bus scolastico che da scuola la stava riportando a casa. Ferita gravemente alla testa e al collo, sopravvive.
I talebani
pakistani hanno rivendicato la responsabilità dell'attentato, sostenendo che la
ragazza è “il simbolo degli infedeli e dell'oscenità”.
ll 12
luglio 2013, il giorno del suo sedicesimo compleanno, Malala è stata invitata a
tenere un discorso all’ONU sulla sua storia, testimonianza dell’importanza
dell’educazione come strumento dell’emancipazione
femminile e di una società più libera e giusta.
- il video dell'intervento di Malala all'ONU (sub ita) [clicca qui]
- il testo in italiano dell'intervento di Malala all'Onu [clicca qui]
- il diario di Malala scritto per la BBC (in inglese) [clicca qui]
Un estratto dal
diario in italiano (ns. traduzione)
Lunedì 5 gennaio 2009: “Non indossare vestiti
colorati”
Mi stavo preparando per andare la scuola
e stavo per mettermi la divisa quando mi sono ricordata di quello che il nostro
preside ci ha detto, cioè di non
indossare le divise e di venire a scuola in abiti normali. Allora
ho deciso di indossare il mio vestito rosa preferito. Anche altre ragazze della
scuola indossavano abiti colorati, il
clima in classe era molto casalingo.
Un’amica mi ha chiesto: “Dio mio, dimmi
la verità, la nostra scuola sarà attaccata dai talebani?”. Durante l’assemblea del mattino ci è stato detto di non indossare più
vestiti colorati, perché i talebani sono contrari.
Di ritorno a casa, dopo pranzo, ho
studiato. La sera ho acceso la tv e ho
sentito che a Shakarda il coprifuoco
imposto 15 giorni fa è stato revocato. Sono contenta perché la nostra
insegnante di inglese vive in quella nella zona e adesso potrebbe riuscire a
venire a scuola.
29 nov 2013
le ragazze indiane a scuola in bicicletta
La bicicletta come strumento di emancipazione: dopo la stupenda giornata "In bici a scuola" di venerdì 29 nov 2013 che ha coinvolto migliaia di bambini e genitori in diverse città italiane, riproponiamo un post già pubblicato
dal ns blog il 12 dic 2011
Il [Bihar] è uno degli stati più poveri e popolosi dell’India. La metà delle donne e un quarto degli uomini è analfabeta. La vita è particolarmente difficile soprattutto per le ragazze, e uno dei più grandi ostacoli alla loro crescita è la possibilità di frequentare la scuola. Per molte, infatti, il viaggio è lungo, costoso e pericoloso.
Per offrire una maggiore autonomia alle giovani donne, il governo ha attivato tre anni fa il programma [“Mukhyamantri BalikaCiclo Yojna“] che garantisce alle studentesse 2.000 rupie (circa 28 eur) per l’acquisto di una bicicletta.
I risultati del progetto sono stati incoraggianti: in tre anni 871.000 studentesse sono salite in sella, il numero di coloro che abbandonano la scuola è diminuito e le iscrizioni sono aumentate da 160.000 nel 2006-2007 alle 490.000 di oggi. Molte ragazze frequentano la scuola con maggiore regolarità, in alcuni villaggi la frequenza scolastica regolare tra le ragazze è salita fino al 90% e non solo è migliorata la loro preparazione scolastica, ma è aumentata la speranza di affermarsi in futuro come professioniste.
Nitish Kumar, il primo ministro dello stato del Bihar, riassume così il fine dell’iniziativa: “Nulla mi da più gratificazione di vedere le ragazze andare a scuola in bicicletta. Si tratta di una iniziativa di progresso, uguaglianza ed emancipazione sociale“.
da “The Guardian” del 25 nov 2011: [leggi]
dal ns blog il 12 dic 2011
Il [Bihar] è uno degli stati più poveri e popolosi dell’India. La metà delle donne e un quarto degli uomini è analfabeta. La vita è particolarmente difficile soprattutto per le ragazze, e uno dei più grandi ostacoli alla loro crescita è la possibilità di frequentare la scuola. Per molte, infatti, il viaggio è lungo, costoso e pericoloso.
Per offrire una maggiore autonomia alle giovani donne, il governo ha attivato tre anni fa il programma [“Mukhyamantri BalikaCiclo Yojna“] che garantisce alle studentesse 2.000 rupie (circa 28 eur) per l’acquisto di una bicicletta.
I risultati del progetto sono stati incoraggianti: in tre anni 871.000 studentesse sono salite in sella, il numero di coloro che abbandonano la scuola è diminuito e le iscrizioni sono aumentate da 160.000 nel 2006-2007 alle 490.000 di oggi. Molte ragazze frequentano la scuola con maggiore regolarità, in alcuni villaggi la frequenza scolastica regolare tra le ragazze è salita fino al 90% e non solo è migliorata la loro preparazione scolastica, ma è aumentata la speranza di affermarsi in futuro come professioniste.
Nitish Kumar, il primo ministro dello stato del Bihar, riassume così il fine dell’iniziativa: “Nulla mi da più gratificazione di vedere le ragazze andare a scuola in bicicletta. Si tratta di una iniziativa di progresso, uguaglianza ed emancipazione sociale“.
da “The Guardian” del 25 nov 2011: [leggi]
19 nov 2013
camila vallejo, leader degli studenti cileni, eletta al parlamento
Camila Vallejo, leader del movimento studentesco in Cile, è stata eletta al Parlamento cileno domenica 17 novembre 2013.
Di lei un funzionario del Ministero della Cultura aveva detto "se mata la perra y se acaba la leva" ("si ammazza la cagna e ci si sbarazza della figliata"), la stessa frase che utilizzò Pinochet nei confronti di Salvator Allende [leggi il ns post del 4/9/2011].
Citiamo la sua risposta ad un avversario politico che le aveva rivolto apprezzamenti per il suo aspetto fisico: "La ringrazio per i complimenti che non accolgo e li rispedisco al mittente, se li può tenere. Da lei non li voglio. Io non sto qui per essere considerata per i miei attributi fisici che appartengono a una casualità biologica. Lei parla come un colonialista dell’800. Io voglio attirare una maggioranza parlamentare che voti contro la privatizzazione degli studi per combattere contro lo schiavismo voluto dal Fondo Monetario Internazionale. Quella è l’unica attrattiva che mi interessa. Non siamo più merci da vendere al mercato, le donne. E’ proprio l’idea che sia il mercato a decidere le leggi che mi ripugna e che il nostro movimento contesta. Gliela faccio io, invece, una domanda: lei è a favore o contro la diffusione dell’istruzione di massa?”
Di lei un funzionario del Ministero della Cultura aveva detto "se mata la perra y se acaba la leva" ("si ammazza la cagna e ci si sbarazza della figliata"), la stessa frase che utilizzò Pinochet nei confronti di Salvator Allende [leggi il ns post del 4/9/2011].
Citiamo la sua risposta ad un avversario politico che le aveva rivolto apprezzamenti per il suo aspetto fisico: "La ringrazio per i complimenti che non accolgo e li rispedisco al mittente, se li può tenere. Da lei non li voglio. Io non sto qui per essere considerata per i miei attributi fisici che appartengono a una casualità biologica. Lei parla come un colonialista dell’800. Io voglio attirare una maggioranza parlamentare che voti contro la privatizzazione degli studi per combattere contro lo schiavismo voluto dal Fondo Monetario Internazionale. Quella è l’unica attrattiva che mi interessa. Non siamo più merci da vendere al mercato, le donne. E’ proprio l’idea che sia il mercato a decidere le leggi che mi ripugna e che il nostro movimento contesta. Gliela faccio io, invece, una domanda: lei è a favore o contro la diffusione dell’istruzione di massa?”
1 nov 2013
la scuola boliviana del ravanello
A Cochabamba, in Bolivia, l’autunno è stagione di raccolto. I ragazzi della scuoletta di Santa Rosa de Lima hanno coltivato ortaggi e ora possono godersi il frutto della loro fatica. Li aiuta la Fundación Abril, diretta da Oscar Olivera, il protagonista più noto della guerra dell’acqua del 2000. Il progetto agroecologico educativo serve a “imparare facendo”, a rafforzare i legami comunitari, a non sprecare l’acqua e a migliorare l’alimentazione di ragazzi che, in Bolivia come qui, mangiano troppo cibo-spazzatura
Mercoledì 30 ottobre, nella scuoletta Santa Rosa de Lima del municipio di Arbieto, dipartimento di Cochabamba, Bolivia, è stato fatto il secondo raccolto negli orti scolastici. Con allegria ed emozione i ragazzi e le ragazze hanno raccolto gli ortaggi: lattughe, cipolle, ravanelli, oltre ad alcune specie native come la quirquiña (una pianta sudamericana il cui sapore somiglia a un mix tra la ruta, il coriandolo e la rucola, ndt). Più tardi, con l’aiuto degli insegnanti, di alcuni componenti della Fundación Abril e di altri volontari venuti a dare una mano, il raccolto è stato lavato e preparato per una enorme e deliziosa insalata fresca, che tutti hanno potuto gustare.
Questa attività fa parte del progetto Orti scolastici per la vita e l’allegria e serve a dimostrare come attraverso il lavoro concreto produttivo e l’agroecologia gli studenti e le studentesse non solo possano imparare facendo, ma riescano a rafforzare i loro vincoli comunitari e migliorare la loro alimentazione alimentandosi di un cibo che è frutto delle loro mani. Una volta conclusa la prima parte del progetto, quella che riguarda gli ortaggi, si passerà a cereali, farinacei e leguminose come la quinua, l’amaranto, l’orzo e il lupino.
Il direttore della Fundación Abril, Oscar Olivera, spiega che è indispensabile e urgente migliorare la qualità dell’alimentazione degli scolari di Cochabamba (e del mondo intero) perché molti di loro hanno perso la consuetudine di mangiare ortaggi e cereali per rimpinzarsi di caramelle e gassose. La prossima scuola che sarà sostenuta dalla Fundacion (ricerca sul campo e monitoraggio delle possibilità, formazione agli insegnanti, ai genitori e ai ragazzi, fornitura di sementi e strumenti per la coltivazione) sarà la scuola andina di Cliza. Gli obiettivi, spiega Oscar Olivera, sono gli stessi: che i ragazzi si mettano in relazione in modo diretto con la natura, che diano il giusto valore all’importanza dell’acqua e che apprendano a condividere le risorse ed essere solidali tra loro.da http://comune-info.net/
20 set 2013
siria, più guerra meno scuola (di s. pasta)
Amanda, 7 anni, mostra orgogliosa i disegni che ha fatto in un centro per bambini rifugiati a Tartus, in Siria. Lei vive qui insieme
ad altre 4 mila famiglie, da quando due anni fa è fuggita dalla città di Homs.
«Mi piace andare a scuola», spiega raccontando che i bambini del centro Aniss Saade, uno dei partner dell’Unicef,
frequentano corsi di ginnastica, arte, igiene, oltre che arabo, inglese e
matematica. «È bellissimo dipingere e colorare insieme agli altri bambini». Nel
disegno di Amanda c’è un cuore, dei fiori, un uccello e un sole nel cielo blu: un po’ il sogno di normalità di tanti giovani
siriani.
L’anno scolastico è iniziato il 15 settembre, ma proprio i dati scolastici mostrano come la guerra stia rubando il futuro alla Siria. Lo scorso anno, quasi due milioni di bambini tra i 6 e i 15 anni hanno abbandonato la scuola a causa degli spostamenti e delle violenze. Vuol dire che per il 40% degli alunni non è suonata la campanella e nelle zone più colpite, come Aleppo, la frequenza è scesa al 23%.
Quasi 4 mila scuole danneggiate o distrutte
Laddove le scuole sono ancora in funzione, l’afflusso di bambini sfollati implica che non ci sono abbastanza classi, arredi, materiali scolastici e per l’insegnamento. In particolare, tre anni di conflitto hanno lasciato quasi 4 mila scuole – circa una su cinque – danneggiate, distrutte o utilizzate come riparo per le famiglie sfollate.
L’Unicef ha lanciato un “allarme scuola” per un Paese che, prima che iniziasse il conflitto, era vicino a raggiungere l’istruzione primaria universale; spiega Maria Calivis, Direttore regionale dell’agenzia Onu per l’infanzia: «Lasciare la propria casa, la violenza, la paura e l’instabilità stanno derubando centinaia di migliaia di bambini della gioia di imparare».
La campagna "Back to learning"
Dei due milioni di bambini che hanno lasciato la scuola, metà sono rifugiati nei Paesi confinanti e metà sono sfollati all’interno della Siria. Per questi ultimi, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e altri partner, Unicef ha lanciato la campagna “Back to Learning”, con l’obiettivo di raggiungere un milione di bambini in età scolare, e distribuisce zaini, penne, astucci, kit per l’insegnamento, ricreativi e per la prima infanzia. Alcuni bambini delle elementari saranno sostenuti attraverso un programma di auto-apprendimento a domicilio, che coinvolge genitori e insegnanti.
Per i minori rifugiati all’estero, l’abbandono scolastico è ancora più forte. In Libano, il governo prevede che ci saranno 550.000 siriani in età scolare entro la fine di quest’anno, oltre ai 300.000 bambini libanesi nelle scuole pubbliche.
L’anno scolastico è iniziato il 15 settembre, ma proprio i dati scolastici mostrano come la guerra stia rubando il futuro alla Siria. Lo scorso anno, quasi due milioni di bambini tra i 6 e i 15 anni hanno abbandonato la scuola a causa degli spostamenti e delle violenze. Vuol dire che per il 40% degli alunni non è suonata la campanella e nelle zone più colpite, come Aleppo, la frequenza è scesa al 23%.
Quasi 4 mila scuole danneggiate o distrutte
Laddove le scuole sono ancora in funzione, l’afflusso di bambini sfollati implica che non ci sono abbastanza classi, arredi, materiali scolastici e per l’insegnamento. In particolare, tre anni di conflitto hanno lasciato quasi 4 mila scuole – circa una su cinque – danneggiate, distrutte o utilizzate come riparo per le famiglie sfollate.
L’Unicef ha lanciato un “allarme scuola” per un Paese che, prima che iniziasse il conflitto, era vicino a raggiungere l’istruzione primaria universale; spiega Maria Calivis, Direttore regionale dell’agenzia Onu per l’infanzia: «Lasciare la propria casa, la violenza, la paura e l’instabilità stanno derubando centinaia di migliaia di bambini della gioia di imparare».
La campagna "Back to learning"
Dei due milioni di bambini che hanno lasciato la scuola, metà sono rifugiati nei Paesi confinanti e metà sono sfollati all’interno della Siria. Per questi ultimi, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e altri partner, Unicef ha lanciato la campagna “Back to Learning”, con l’obiettivo di raggiungere un milione di bambini in età scolare, e distribuisce zaini, penne, astucci, kit per l’insegnamento, ricreativi e per la prima infanzia. Alcuni bambini delle elementari saranno sostenuti attraverso un programma di auto-apprendimento a domicilio, che coinvolge genitori e insegnanti.
Per i minori rifugiati all’estero, l’abbandono scolastico è ancora più forte. In Libano, il governo prevede che ci saranno 550.000 siriani in età scolare entro la fine di quest’anno, oltre ai 300.000 bambini libanesi nelle scuole pubbliche.
In Iraq, nove bambini siriani su 10 non vanno a scuola
Nel 2013, solo il 15% dei bambini rifugiati stava studiando in sistemi formali e non. In Iraq, 9 bambini rifugiati su 10 sono fuori dal sistema scolastico. Le ultime tre settimane hanno visto più di 50.000 nuovi rifugiati arrivare nella regione del Kurdistan, circa la metà dei quali sono bambini che avranno bisogno di sostegno per continuare a studiare. In Giordania, circa i due terzi dei siriani bambini in età scolare non vanno a scuola.
Qualcuno prova a resistere. Come Hanadi, una ragazza di 17 anni che vive nel campo profughi di Za’atari, insieme a 30.000 minori in età scolare. Originaria di Damasco, ha passato un anno girando per la Siria in fuga dalla violenza, prima di espatriare in Giordania. A Za’atari, è riuscita a ritornare a scuola ed è determinata a realizzare il suo sogno di diventare architetto. Nella drammaticità della situazione, il ritorno a scuola di questa ragazza è uno dei successi dell’Unicef che, nei vari Paesi, prova a far fronte all’emergenza.
Aule negli autobus e nelle tende
Se in Libano le scuole sono state organizzate su autobus che raggiungono i rifugiati, in Giordania imam e capi comunità stanno aiutando a promuovere un ritorno alla formazione, aule aggiuntive sono in fase di realizzazione e vengono reclutati nuovi insegnanti.
In Iraq, invece, per ospitare la più recente ondata di profughi, vengono costruite il più rapidamente possibile aule-tenda temporanee. Tutto ciò ha un costo economico elevato e, anche qui, per l’Unicef è allarme: «Rispetto al nostro appello generale per la crisi siriana di 470 milioni di dollari, quello dell’istruzione rimane il settore meno finanziato: appena 51 milioni i dollari ricevuti, sui 161 richiesti», conclude Maria Calivis.
Nel 2013, solo il 15% dei bambini rifugiati stava studiando in sistemi formali e non. In Iraq, 9 bambini rifugiati su 10 sono fuori dal sistema scolastico. Le ultime tre settimane hanno visto più di 50.000 nuovi rifugiati arrivare nella regione del Kurdistan, circa la metà dei quali sono bambini che avranno bisogno di sostegno per continuare a studiare. In Giordania, circa i due terzi dei siriani bambini in età scolare non vanno a scuola.
Qualcuno prova a resistere. Come Hanadi, una ragazza di 17 anni che vive nel campo profughi di Za’atari, insieme a 30.000 minori in età scolare. Originaria di Damasco, ha passato un anno girando per la Siria in fuga dalla violenza, prima di espatriare in Giordania. A Za’atari, è riuscita a ritornare a scuola ed è determinata a realizzare il suo sogno di diventare architetto. Nella drammaticità della situazione, il ritorno a scuola di questa ragazza è uno dei successi dell’Unicef che, nei vari Paesi, prova a far fronte all’emergenza.
Aule negli autobus e nelle tende
Se in Libano le scuole sono state organizzate su autobus che raggiungono i rifugiati, in Giordania imam e capi comunità stanno aiutando a promuovere un ritorno alla formazione, aule aggiuntive sono in fase di realizzazione e vengono reclutati nuovi insegnanti.
In Iraq, invece, per ospitare la più recente ondata di profughi, vengono costruite il più rapidamente possibile aule-tenda temporanee. Tutto ciò ha un costo economico elevato e, anche qui, per l’Unicef è allarme: «Rispetto al nostro appello generale per la crisi siriana di 470 milioni di dollari, quello dell’istruzione rimane il settore meno finanziato: appena 51 milioni i dollari ricevuti, sui 161 richiesti», conclude Maria Calivis.
(Stefano Pasta, Famiglia Cristiana, 19 settembre
2013)
22 nov 2011
baciami, stupida! l’amore ai tempi dei tagli alla scuola pubblica
Lo scorso settembre [leggi] avevamo dato notizia di un’insolita giornata di protesta in Cile, dove il movimento degli studenti è da mesi mobilitato per chiedere un’educazione gratuita e di qualità: coppie di studenti e non si erano riunite davanti alla Cattedrale di Santiago per scambiarsi un lungo, appassionato bacio dopo che al termine dello sciopero generale del 26/27 agosto uno studente era stato ucciso da un proiettile sparato dalla polizia.
Rimaniamo in Sud America, ma cambiamo paese. Andiamo a Bogotà, in Colombia. E’ il 19 ottobre, il giorno della Besatón por la educación. Si manifesta contro la riforma della ley 30, il progetto di legge che prevede l’ingresso degli investitori privati nelle università pubbliche. Un articolo di Federica Arnoldi per doppio zero.com (Baciami, stupida! L’amore ai tempi dei tagli alla scuola pubblica) e le foto dell’iniziativa [guarda]. Sulla protesta segnaliamo inoltre in Colombia un articolo da università.it: [leggi].
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Bogotá, Colombia. 19 ottobre 2011. Barrio Belalcázar. Otto e mezza del mattino: mentre a pochi chilometri dal mio quartiere centinaia di studenti si preparano a dare il bacio più ardente dell’anno a chiunque capiti loro a tiro fuori dal campus dell’Università Nazionale, io scendo ignara a comprare il latte e una di quelle pagnottine di farina di mais impastata con formaggio che qui chiamano almojábanas. Mi dia anche due dolcetti al cocco, giusto per fare cifra tonda, altrimenti poi mi tocca riempire il portafoglio di monete. Non li mangio subito. Li porto con me per il primo caffè della mattinata, al quinto piano della biblioteca Luis Angel Arango, nel cuore della città.
È il giorno della Besatón por la educación: volendo rispettare la rima, tecnicamente, “il limone per l’istruzione”. E io non ne so nulla.
4 set 2011
cile, un bacio per difendere la scuola pubblica
Da mesi [il movimento studentesco cileno] è mobilitato per chiedere chiedere un’educazione gratuita e di qualità [leggi]. Uno dei più noti leader del movimento è [Camila Vallejo], da poco sotto scorta dopo che un funzionario del Ministero della Cultura ha detto, parlando di lei "se mata la perra y se acaba la leva" ("si ammazza la cagna e ci si sbarazza della figliata") [leggi]: è la stessa la frase che utilizzò Pinochet nei confronti di Salvator Allende.
Al termine dello sciopero generale di 48 ore (26/27 agosto scorso) convocato dalla Centrale unica dei lavoratori, uno studente di 16 anni è stato ucciso da una pallottola esplosa da un militare. Per questo motivo coppie di studenti e non si sono riunite davanti alla Cattedrale di Santiago per scambiarsi un lungo, appassionato bacio. Questo bacio, simbolo della passione e dell’amore che muove la protesta, è la risposta dei giovani cileni al governo che nei giorni scorsi aveva sottolineato la componente teppistica ed eversiva dei manifestanti.
Al termine dello sciopero generale di 48 ore (26/27 agosto scorso) convocato dalla Centrale unica dei lavoratori, uno studente di 16 anni è stato ucciso da una pallottola esplosa da un militare. Per questo motivo coppie di studenti e non si sono riunite davanti alla Cattedrale di Santiago per scambiarsi un lungo, appassionato bacio. Questo bacio, simbolo della passione e dell’amore che muove la protesta, è la risposta dei giovani cileni al governo che nei giorni scorsi aveva sottolineato la componente teppistica ed eversiva dei manifestanti.
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