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1 dic 2015

parma cotto (di sergio salamone)

Tra i tanti interventi sull’ignobile messinscena che ha coinvolto il Dirigente dell’ICS Garofani di Rozzano, Marco Parma, proponiamo, oltre al nostro, naturalmente [clicca qui], quello di Sergio Salamone che nell’istituto incriminato ha insegnato. Il professore Salamone è oggi docente presso la scuola Media Pavoni di Milano, chiusa per amianto lo scorso mese di luglio [clicca qui]. Sulla vicenda della Pavoni abbiamo recentemente pubblicato un suo intervento [clicca qui] sul nostro blog unacrepaincomune.



Cari eucarioti,
a Rozzano ho insegnato circa otto anni fa: ricordi bellissimi.
Allora come ora era un paese di cui non si parlava bene. Perché? Perché pieno di emigrati siciliani, calabresi e pugliesi che si diceva facessero parte, nella maggioranza dei casi, di famiglie criminali.
Quindi un luogo che non veniva scelto da nessuno in quanto realtà difficile. Nel mio caso, mi ci mandarono a quel paese, ed io mi ci trovai benissimo. Ragazzini privati di ogni tenerezza che reagivano con rabbia alla dura realtà, ma che dimostravano anche un attaccamento che difficilmente ho ritrovato lungo la strada.

Adesso Rozzano è al centro di una serrata battaglia ideologica contro il preside della scuola primaria Garofani, Marco Parma, reo di aver vietato canti natalizi e presepio e di aver dato ospitalità a Babbo Natale.
Questo è uno di quegli episodi in cui si comprende quanto l’Italia sia lontana da una pur minima idea di Stato laico e di come i soliti avvoltoi della politica sappiano trarre linfa da questi avvenimenti.
Salvini si è presentato con il presepe parlando di come comunichi serenità e accoglienza, ma si era, poco prima presentato a difendere a spada tratta i valori del cristianesimo, Ignazio La Russa, celebre per il suo carattere pacato, accomodante e non violento.
Mariastella Gelmini si è messa a cantare Tu scendi dalle stelle; avrà capito che questa canzone non è dedicata a Silvio Berlusconi?
A coronare il tutto una signora biondo platino ha cominciato a menare a destra e a manca, in una nuova crociata in difesa dei valori evangelici, chiunque si azzardasse ad argomentare a favore della scelta del dirigente scolastico.
Ma entriamo nel merito. Non mi dilungherò sul Babbo Natale in rosso, sponsor della Coca Cola nel mondo.
Il preside avrebbe anche potuto decidere di rimuoverlo e non sarebbe stata una scelta errata.
Ma la decisione di non far eseguire i canti natalizi come tentativo di includere quei ragazzi che in Cristo Figlio di Dio non credono mi pare non faccia una piega.
Sennò potremmo pretendere qualsiasi cosa dai musulmani presenti nel Belpaese: la preghierina al mattino, l’alimentazione forzata a colpi di salame e una religione leggera leggera, così leggera, da non esistere nemmeno.
Chi si scaglia contro l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole non si scoraggi; il tempo non potrà che darci ragione.
Dare ragione a chi?
A chi, come me, crede che, essendo i simboli importanti, il crocifisso andrebbe rimosso dalle scuole proprio per restituirgli quel valore che ormai ha perso perché non più all’origine di una scelta.
Si entra in qualsiasi aula italiana ed eccolo lì, Gesù, rassegnato a dei bambini che nemmeno lo considerano più.
Del resto fa parte ormai “dell’arredamento scolastico”, è come un banco, insomma, una lavagna, un gessetto. E’ assolutamente deprivato di ogni funzione. Tant’è vero che ormai tutti parlano del Messia senza averne minimamente capito la portata filosofica e morale.
O vogliamo veramente credere che sia il Vaticano il prosieguo di tanto amore? O Forza Italia? O la Lega Nord? O Renzi? O Grillo?
Suvvia ragazzi non scherziamo …
La scuola deve essere un luogo dove si comincia a pensare senza imposizioni e prepotenze semantiche.
La maggioranza degli italiani (ma poi è forse vero nei fatti?) è cattolica, ma non tutti lo sono.
Libera Chiesa in Libero Stato, così si disse tempo fa.
A Parma, ormai chiaramente cotto, va la mia solidarietà e vicinanza.
A Cristo la mia stima, ma non la mia fede.
A chi usa il Vangelo come una mannaia va il mio disprezzo.
Al Crocefisso, dopo i fatti di questi giorni, suggerirei di fare il consueto scherzetto: andar via dal solito, insensato posto e lasciare scritto:
Torno subito (ma forse non risorgo più)!

Sergio Salamone, 30 Novembre 2015
http://meridionews.it/blog/madadayo/2015/11/30/parma-cotto/

30 nov 2015

violenza al presepe: l'ignobile sceneggiata di rozzano e altre storie

Dopo i tragici fatti parigini, politici, giornalisti, opinionisti, utenti dei social, hanno fatto a gara per ergersi a paladini della “nostra” cultura, dei “nostri” valori, della “nostra” tradizione. Tra i tanti non mancano coloro che pretendono di imporre alle scuole comportamenti ed iniziative con l’obiettivo di riscoprire, difendere, valorizzare i valori della nostra civiltà e della cristianità.
A Bologna, Ilaria Giorgetti (centrodestra), presidente del Quartiere Santo Stefano di Bologna, ha inviato una lettera a tutti i presidi delle scuole del Comune chiedendo l’esposizione del crocefisso “come forte espressione della nostra tradizione cristiana e del nostro sistema di valori” [clicca qui].
La lettera ha immediatamente innescato l’immancabile polemica. Al Sindaco di Bologna, Virginio Merola, reo di aver bocciato l’iniziativa - “È esattamente il modo peggiore di procedere, io ritengo che sia esattamente il contrario. Non è il momento di contrapporre ad un simbolo religioso l’altro, ma di prendere e ricordare il meglio della nostra istituzione comunale e della rivoluzione francese” – hanno risposto le opposizioni, Fratelli d’Italia e Lega Nord, secondo cui le parole del sindaco sarebbero inaccettabili e pericolose. Il crocefisso, a dir loro, “da sempre simbolo di valori che prescindono il sentimento religioso, rappresenta la nostra civiltà, che oggi più che mai abbiamo bisogno di riscoprire, preservare e difendere”.
A Firenze il quotidiano La Nazione ha invitato le scuole di ogni ordine e grado a realizzare in vista del Natale un presepio perché “ponte culturale tra popoli e veicolo di un messaggio universale di cui ora più che mai c’è bisogno”. Le scuole potranno postare foto e video dei presepi sul sito del quotidiano. I più belli riceveranno un riconoscimento e gli studenti potranno partecipare a un incontro di riflessione nella sede del giornale. “Presepiamoci” è lo slogan coniato. In ogni scuola, per “difendere i nostri valori”.
“L’idea che lanciamo a tutte le scuole è in parte una provocazione in parte una proposta culturale - scrive il direttore del giornale - E’ una «cosa» per noi. Per quelli che non hanno vergogna delle proprie radici, che pensano ci possa essere un «domani» solo se ci sono stati un «oggi» e un «ieri», per quelli che non intendono la parola accoglienza come autodissolvenza”.
Ma l’episodio che ha avuto maggiore diffusione a livello nazionale, e che tiene banco in questi giorni, è accaduto a Rozzano, comune dell’interland sud di Milano. Il Preside Marco Parma, reggente dell’Istituto Comprensivo Garofani, avrebbe, secondo un quotidiano (Il Giorno, 27 nov 2015), cancellato la festa di Natale e rimosso dalle aule i crocefissi per non offendere i tanti studenti non cristiani. In poche ore la notizia è rimbalzata da una redazione all’altra, i commenti si sono moltiplicati, i politici si sono scatenati. Dopo i fatti di Parigi, e in clima ormai natalizio, media, politici, commentatori, opinionisti di ogni genere si sono fatti in quattro crocefiggere il dirigente scolastico. Il mantra è a senso unico e bipartisan: “la difesa della nostra civiltà, dei nostri valori”. Quale occasione migliore per alzare l’audience, cercare visibilità, fare proselitismo politico, dare un segno tangibile della propria esistenza?
Ci limitiamo a poche citazioni. Una dichiarazione istituzionale, quella del sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone che su FB scrive: “La decisione che si fregia del vanto del rispetto dell’alterità è in realtà una decisione miope, presa da chi ancora confonde l’inclusione con il quieto vivere”. Addirittura, a sostegno delle proprie tesi,  le dichiarazioni di Iman e coordinatori delle comunità islamiche (la Stampa, 29 nov 2015): “È sbagliato vietare a scuola i canti religiosi del Natale non creare imbarazzo o disagio ai genitori di bambini stranieri e alunni non cristiani”. Ed ecco, immancabile, l’opinione della signora Mariastella Gelmini, celebrata per avere sottratto in coppia con Giulio Tremonti 9 miliardi di euro alla scuola italiana: “ … saremo a Rozzano davanti all’Istituto Garofani per dire ‘no’ ad ogni tentativo di annullare la nostra identità e la nostra cultura”. Anche il movimento 5Stelle (il Dirigente era stato candidato sindaco in una lista civica appoggiata dal movimento) lo scarica, sentite Stefano Buffagni, consigliere regionale lombardo: “Cancellare le feste e impedire ai bambini di intonare i canti natalizi equivale a cancellare un pezzo della nostra cultura e delle nostre tradizioni ed è inaccettabile”. Ed infine Michele Serra, campione di scorrettezza, con un intervento che la dice lunga sul livello culturale dei nostri “intellettuali” [clicca qui].  Un campionario che potrebbe continuare, ma che per pudore e per tutelare  la sensibilità chi legge tralasciamo.
Il Dirigente, che si è anche meritato il titolo di preside pro-Islam (Libero, 28 nov 2015), è stato costretto alle dimissioni dalla reggenza. Ma come sono andate veramente le cose?
E’ vero che il preside di Rozzano ha vietato il concerto di Natale, che ha annullato la feste natalizie per rispetto degli studenti non cristiani? Che ha rimosso i crocefissi dalle pareti delle aule scolastiche?
Sul sito della scuola è stata pubblicata una circolare a firma del Dirigente [CLICCA QUI] di cui riportiamo uno stralcio: “Non esistono iniziative “cancellate” o “rinviate”. L’unico diniego che ho opposto riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per in-segnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna”.
E per quanto riguarda i crocefissi? Non erano esposti da parecchi anni nella scuola di Rozzano, quattordici, dall’ultima tinteggiatura. Il Consiglio di Istituto aveva recentemente bocciato la proposta di ricollocarli.
Ma l’autodifesa del Preside non ci basta. Ecco un video da Facebook con cui i genitori spiegano la verità dei fatti: [clicca qui].
Di questo si tratta: il diniego a due mamme che avrebbero richiesto l’ingresso a scuola di genitori per insegnare un paio di canti religiosi ai bambini delle elementari durante la pausa mensa. Ricordiamo che il tempo mensa è tempo scuola e che le attività svolte nella pausa sono parte del piano educativo scolastico. Nessuno può arrogarsi il diritto di riempire quegli spazi come meglio crede.
Dunque la tradizione del presepe, i canti natalizi, il crocefisso vengono trasformati in strumenti di propaganda ideologica, utili per colpire di volta in volta un nemico, interno o esterno, dipende dalle circostanze. Propaganda che consente a politici-vampiro di costruire e consolidare il proprio consenso attraverso le menzogne, con il sostegno incondizionato degli organi di disinformazione. Spesso ad adoperarsi in tal senso sono coloro che facendo riferimento “ai nostri valori, alla trazione cristiana” invitano a sparare contro chi fugge da miserie e guerre, ad affondare i loro barconi, a discriminarne e ghettizzarne i figli, a sfruttarne la manodopera. Gli stessi che non abbiamo mai sentito spendere una parola ad esempio, sul commercio che consente alla nostra industria bellica di armare quei paesi, di cui si professano fedeli e rispettosi alleati, che il terrorismo lo finanziano. E poi omofobi, razzisti, giornalisti di quart’ordine, vampiri, sciacalli, vigliacchi. A tutti questi, e a chi li sostiene, indirizziamo il nostro incondizionato disprezzo.
Al Dirigente Marco Parma, invece, la nostra piena solidarietà. Le mamme citate potranno sicuramente usufruire dei locali delle parrocchie per insegnare ai ragazzini che lo desiderano i due canti religiosi.  A lui, al Dirigente, il Ministero dovrebbe indirizzare un elogio, una promozione, un ulteriore bonus di 500 euro …
Per quanto ci riguarda, l’hanno fatto tutti, vogliamo anche noi dire la nostra. Le tradizione del presepe e dell’albero, simbolo della vita fin dalla tradizione pagana, ebbene si, ci piacciono, ed anche molto. Fatichiamo a comprendere dirigenti scolastici, insegnanti, genitori che in nome di una presunta laicità ne vietano la realizzazione o sospendono le feste nelle scuole. Ed anche coloro che vietano “Tu scendi dalle stelle”. Ma non condividiamo assolutamente chi queste tradizioni le vuole imporre a tutti i costi, a difesa di una presunta civiltà dei valori.
No, del crocefisso e di ogni altro simbolo religioso ne facciamo volentieri a meno, nelle nostre scuole e in ogni edificio pubblico. Lo abbiamo ripetuto più volte. Anche nella totale assenza di studenti mussulmani, induisti, buddisti, ebrei, sikh, taoisti, scintoisti, … .

Aggiornamento: apprendiamo dalla stampa che stamane, lunedì 30 novembre 2015, esponenti di alcune forze politiche hanno dato vita ad un’operazione di sciacallaggio davanti alla scuola. A sventolare, presepi e bandiere di partito. In mattinata erano stati rimossi cartelli con insulti al Dirigente a firma di un partito che si richiama al ventennio fascista. E un dirigente di partito è stato ammesso nei locali della scuola durante le lezioni creando disagio tra gli studenti. Un'indegna pagliacciata, una vergogna senza fine. Guardate questo video: [clicca qui]

9 dic 2014

presepe si, presepe no: gli auguri scomodi di don tonino bello (di alex corlazzoli)

Presepe sì, presepe no, a scuola. Stavolta il dibattito di questi giorni non è sul crocifisso ma sul presepe. Il preside dell’istituto “De Amicis” di Bergamo ha invitato a non fare il presepe ed è scoppiato il finimondo. “La scuola pubblica – ha spiegato il dirigente Luciano Mastrorocco – è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare un contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’istituto da otto anni, da quando sono arrivato qui. E’ stato un modo per rispettare tutti”. L’avesse mai detto. Immediata la reazione dei genitori: “E’ giusto far crescere i figli secondo il nostro credo, poi da grandi saranno liberi di seguirlo o no”.
Peccato che i primi anni di scuola siano quelli che formano una persona: educarla in una scuola laica o cattolica non è la stessa cosa. Così come avvalersi dell’ora di religione o meno.
Il sottosegretario all’Istruzione Roberto Toccafondi non ha fatto mancare il suo commento: “Un atto privo di ragioni e di laicismo esasperato. Il Natale è la memoria di un fatto storico e non solo un avvenimento di fede per molti credenti”. Va detto che anche la nascita di Maometto è un atto storico!
E via con le dichiarazioni dei politici: da Carlo Giovanardi che in realtà propone una provocazione interessante, “se in Italia dovessimo seguire le farneticanti motivazioni del preside del De Amicis dovremmo abrogare la festività del 25 dicembre”; a Matteo Salvini che improvvisamente si preoccupa anche del presepe portandone uno davanti all’ingresso della scuola.
Non è mancata la riflessione degli intellettuali della sinistra radical chic. Michele Serra su Repubblica parla di un “Natale che qui non è solo una ricorrenza religiosa ma un momento identitario” senza spiegare a quale identità fa riferimento perché chi scrive non si identifica, per esempio, nel Natale. Corrado Augias, prova invece a ritrovare il senso di quelle statuine. Non so da quanto tempo Augias, Serra, Salvini e Giovanardi non mettano piede in una scuola ma dovrebbero sapere che in molte scuole il Natale “occupa” le aule con lavoretti di vario genere fatti nelle ore di educazione artistica al posto di insegnare ai nostri ragazzi l’importanza dell’arte nella nostra cultura; con canzoncine di Natale (dal classico “Tu scendi dalle stelle” a “Natale puoi dare sempre di più”) preparate (ahimè) nelle ore di educazione musicale per la consueta “rappresentazione natalizia” davanti a mamma e papà con tanto di lacrimuccia agli occhi e una spruzzata di inutile nostalgia per il tempo che passa.
In una scuola laica e “aperta a tutti” il Natale va vissuto comprendendo il valore che ha per un cristiano e può essere l’occasione per parlare dell’importanza della festa anche in altre religioni. Il 3 gennaio 2015 è la festa di Mawlid in cui si ricorda la nascita del profeta Muhammad mentre il 5 gennaio si celebra la nascita del Guru Jayanti.
Ora il crocifisso e il presepe piuttosto che la sura del Corano o la mezuzah allo stipite della porta, ben vengano se non sono solo un simbolo, una tradizione, una suppellettile. Va spiegato ai bambini. Quei pastori, quel Cristo che si fa bambino, quella giovane madre che partorisce, quel bue e quell’asino hanno un significato. Lo possono avere anche per un ateo. Il perpetuarsi di un rito svuota il significato profondo di un evento che può coinvolgere anche i nostri fratelli musulmani o induisti.
Un anno in una scuola mi obbligarono a far fare “qualcosa” alla mia classe in occasione dell’inutile “saggio natalizio”. Con i miei ragazzi lessi Gli auguri scomodi di don Tonino Bello. Forse, dovrebbero leggerli anche Salvini e Giovanardi o rileggerli Serra e Augias. Dovrebbero meditarli tutti coloro che fanno un presepe o che accendono una lucina in classe:

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. 




nostra nota: il testo completo degli Auguri scomodi di Don Tonino Bello è pubblicato nel libro "Alla finestra la speranza, lettere di un vescovo", Edizioni Paoline, 1988.

13 ott 2014

malala, l'istruzione è l'unica soluzione


In occasione della consegna del Premio Nobel per la Pace 2014, riproponiamo il nostro post pubblicato un anno fa, il 2 ottobre 2013

Malala è la più giovane candidata al Nobel per la pace. Nata nel 1997, a tredici anni è diventata famosa per aver scritto per la BBC un diario che raccontava i soprusi subiti dalla donne sotto il regime dei talebani.
E’ il 2009 quando i talebani decidono che nessuna ragazza dovrà più studiare.
Malala non si fa intimidire. E’ convinta che la scuola sia un diritto e non intende rinunciarci. Ha paura, ma continua ad andarci, evitando di indossare la divisa scolastica, per non dare nell'occhio, nascondendo  libri sotto lo scialle.
Il suo diario, scritto in lingua urdu, viene stampato anche su un giornale locale, accessibile dunque  a chi non sa l'inglese. Vuole dare coraggio ad altre bambine e alle loro famiglie.
Queste le sue idee: ” Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi“.
Un anno fa, il 9 ottobre 2012, Malala è colpita da alcuni uomini armati saliti sul bus scolastico che da scuola la stava riportando a casa. Ferita gravemente alla testa e al collo, sopravvive.
I talebani pakistani hanno rivendicato la responsabilità dell'attentato, sostenendo che la ragazza è “il simbolo degli infedeli e dell'oscenità”.
ll 12 luglio 2013, il giorno del suo sedicesimo compleanno, Malala è stata invitata a tenere un discorso all’ONU sulla sua storia, testimonianza dell’importanza dell’educazione come strumento dell’emancipazione femminile e di una società più libera e giusta.
  • il video dell'intervento di Malala all'ONU (sub ita) [clicca qui]
  • il testo in italiano dell'intervento di Malala all'Onu [clicca qui]
  • il diario di Malala scritto per la BBC (in inglese) [clicca qui]
Un estratto dal diario in italiano (ns. traduzione)
Lunedì 5 gennaio 2009: “Non indossare vestiti colorati” 
Mi stavo preparando per andare la scuola e stavo per mettermi la divisa quando mi sono ricordata di quello che il nostro preside ci ha detto, cioè di non indossare le divise e di venire a scuola in abiti normali. Allora ho deciso di indossare il mio vestito rosa preferito. Anche altre ragazze della scuola indossavano abiti colorati,  il clima in classe era molto casalingo.
Un’amica mi ha chiesto: “Dio mio, dimmi la verità, la nostra scuola sarà attaccata dai talebani?”.  Durante l’assemblea del mattino ci è stato detto di non indossare più vestiti colorati, perché i talebani sono contrari.
Di ritorno a casa, dopo pranzo, ho studiato.  La sera ho acceso la tv e ho sentito che a Shakarda il coprifuoco  imposto 15 giorni fa è stato revocato. Sono contenta perché la nostra insegnante di inglese vive in quella nella zona e adesso potrebbe riuscire a venire a scuola.

29 lug 2014

la nota pastorale della commissione episcopale sulla scuola cattolica: vogliamo più denaro dallo stato

La Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'università ha diffuso lo scorso 11 luglio 2014 la nota pastorale dal titolo La scuola cattolica risorsa educativa della Chiesa locale per la società [clicca qui].
La Commissione, trent'anni dopo il documento "La scuola cattolica, oggi, in Italia" (1983) [clicca qui], torna sul tema per "aggiornare lo sguardo della comunità ecclesiale sulla presenza della scuola cattolica" in Italia. 
Nel frattempo è cambiato, tra l'altro, il quadro normativo di riferimento, soprattutto con l'approvazione della legge sulla parità scolastica n. 62 del 2000 [clicca qui], Luigi Berlinguer Ministro della Pubblica Istruzione nel governo a guida Massimo D'Alema, con la quale è stata superata la distinzione tra sistema scolastico statale e non statale (quest'ultimo, ex art. 33/comma 2 della Costituzione, dovrebbe essere autosufficiente) e prevede un unico sistema nazionale di istruzione “costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.
Ma se per la Commissione Episcopale la legge sulla parità "è stata senz'altro una conquista e l'attuazione di un dettato costituzionale" (sic!), "ancora incompiuto rimane il cammino verso una parità effettiva che dia reale efficacia alla libertà di scelta educativa delle famiglie".
Come dunque dare finalmente piena attuazione alla "parità effettiva"? Sicuramente con la "ferma richiesta di un finanziamento adeguato delle scuole paritarie". Ecco quanto riportato dal documento al paragrafo "c) Una domanda di giustizia":

20. La libertà di educazione, per quanto solennemente riconosciuta ed enunciata, incontra ancora nel suo concreto esercizio una gran quantità di ostacoli che in vario modo ne rende pressoché astratta l’affermazione. Se infatti da un lato alle scuole paritarie è richiesto, in quanto tali, di ottemperare a condizioni che sono, anche sul piano economico, fortemente onerose, dall’altro lato si deve ammettere onestamente che, fino a tanto che la legislazione italiana sulla parità non avrà ottenuto il suo completamento anche sul piano del suo finanziamento, a una parità nominale affermata non corrisponderà mai una parità nei fatti.
Com’è noto in effetti alle scuole paritarie non vengono accordate in generale «le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti». È questa la ragione principale per cui il numero delle scuole cattoliche, che nonostante tutto si sforzano per quanto possibile di mantenere fede all’impegno di non escludere gli alunni più poveri, va progressivamente riducendosi. Per molti genitori il progetto di una educazione scolastica libera e coerente con i valori vissuti e testimoniati in famiglia rimane pertanto un’aspirazione irrealizzabile e le scuole cattoliche, che spesso sono nate per venire incontro ai bisogni educativi delle persone più deboli e degli strati più umili della società, finiscono per rimanere lontane dalle loro possibilità e aspirazioni.
È per questo che facciamo nostra ancora una volta la domanda di giustizia che sale da chi non è in grado di frequentare la scuola cattolica.

Documenti:
  • Il testo della Nota Pastorale "La scuola cattolica risorsa educativa della chiesa locale per la società" (11 luglio 2014) [clicca qui]
  • Conferenza Episcopale Italiana - Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, La scuola cattolica, oggi, in Italia - 25 agosto 1983 [clicca qui] 
  • Legge 10 Marzo 2000, n. 62 "Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione" pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2000  [clicca qui]

8 mag 2014

la scelta vaticana di stefania giannini, ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca (di v. pascuzzi)

Leggi anche: 
- A San Pietro la chiamata alle armi della scuola confessionale (di Marina Boscaino) [clicca qui]

“Tutti a Roma con papa Francesco!”, questa è la parola d’ordine dell’adunata di massa “per la scuola” che la Chiesa italiana ha in programma per sabato 10 maggio in piazza San Pietro [clicca qui]. “La mobilitazione di scuole, famiglie ed associazioni è già in corso e conta di portare nella Capitale centinaia di migliaia di persone” informa l’Agesc.
Le scuole naturalmente sono quelle cattoliche, la loro mobilitazione è capillare e tempestiva, la partecipazione sarà compatta e massiccia: “già più di 150mila gli iscritti”. Anche Stefania Giannini [Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca] sarà in piazza. Lo spiega a Famiglia Cristiana: "Ci sarò perché era da molti anni che in Italia non ci si mobilitava per la scuola, se non per protestare. Inoltre questo Papa, con i suoi gesti e le sue parole, ha la grande capacità di dare speranza e fiducia". Ma, pensandoci bene, la sua partecipazione al raduno sembra impropria e anomala. Non ha senso come ministro italiano in carica (cosa va a fare?), né a titolo individuale (non ha “il dono della fede”, così ha detto). Allora forse la ragione vera va cercata nella sua carica di segretario politico di Scelta Civica e nella candidatura alle Europee nella lista “Scelta Europea con Guy Verhofstadt”.
Con la prospettiva di un seggio a Strasburgo, l’incontro a piazza S. Pietro costituisce una preziosa occasione, certo non per un comizio, ma per una presenza significativa a fini di propaganda elettorale.
In cambio Giannini avrà modo per ribadire i suoi orientamenti a favore delle scuole “paritetiche”- pardon - paritarie cattoliche, spacciate per scuole pubbliche, prospettando aperture per quanto riguarda i finanziamenti statali. Anche se, quasi sempre, le promesse e le assegnazioni di “priorità” vanno incontro a rapido e sicuro oblio. Intervistata da Famiglia Cristiana, il ministro aveva detto: "Vanno superate vecchie incrostazioni ideologiche. Si tratta di scegliere con decisione il modello europeo, cioè la libertà di scelta educativa per le famiglie e gli studenti.
Serve un modello integrato, dove un bene pubblico, come l`istruzione, può essere gestito da soggetti diversi. E lo Stato deve vigilare che questa gestione dia risultati validi". Parole che risultano in sintonia con quelle del card. Angelo Scola: “una pluralità di modelli educativi che le istituzioni garantiscono fino alla dimensione economica”.
Fuor di metafora, le scuole cattoliche aspirano a essere finanziate al 100% dallo Stato, indirettamente e tramite il “buono scuola” alle famiglie. Buono scuola da allineare pian piano alle loro rette annuali. Il cui importo individuale arriva a circa 5.000 euro all’anno per studente. In totale fanno 6 miliardi di euro annui, cioè poco meno degli 8 miliardi tagliati alla scuola statale dal machete di Gelmini.

(Vincenzo Pascuzzi, La Tecnica della Scuola, 7 maggio 2014)

13 feb 2014

alternativa all'irc, due moduli sono meglio che uno

In concomitanza con la pubblicazione della circolare del MIUR n. 28 del 10 gennaio 2014 [il nostro post] sulle iscrizioni all’anno scolastico 2014/2015, la stampa cattolica ha sollevato preoccupazioni sul fatto che tra gli allegati della circolare ritroviamo sia il modulo per la scel­ta dell’insegnamento della religio­ne cattolica (IRC), sia quello per la scelta delle attività alternative riservato a chi non si avvale dell’IRC. Cerchiamo di comprenderne le motivazioni.

La circolare n. 28 prevede in tema di IRC - Insegnamento della Religione Cattolica – a pag. 16:
Insegnamento della religione cattolica e attività alternative
La facoltà di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica viene esercitata dai genitori (o dagli studenti negli istituti di istruzione secondaria superiore), al momento dell’iscrizione, mediante la compilazione dell’apposita sezione on line. La scelta ha valore per l’intero corso di studi e, comunque, in tutti i casi in cui sia prevista l'iscrizione d'ufficio, fatto salvo il diritto di modificare tale scelta per l’anno successivo entro il termine delle iscrizioni esclusivamente su iniziativa degli interessati.
La scelta specifica di attività alternative è operata, all’interno di ciascuna scuola, utilizzando il modello di cui all’allegato C. Si ricorda che tale allegato deve essere compilato, da parte degli interessati, all’inizio dell’anno scolastico, in attuazione della programmazione di inizio d’anno da parte degli organi collegiali, e trova concreta attuazione attraverso le seguenti opzioni possibili:
- attività didattiche e formative;
- attività di studio e/o di ricerca individuali con assistenza di personale docente;
- libera attività di studio e/o di ricerca individuale senza assistenza di personale docente (per studenti delle istituzioni scolastiche di istruzione secondaria di secondo grado);
- non frequenza della scuola nelle ore di insegnamento della religione cattolica.

Pertanto le famiglie devono scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica al momento dell’iscrizione, ovvero entro il 28 febbraio 2014 (è salvo il diritto di modificare entro la stessa data la scelta effettuata negli anni precedenti), compilando l’allegato B - Modulo per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica – alla circolare (pag. 19).
La scelta dell’attività alternativa per chi sceglie di NON avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica avviene con la compilazione da parte delle famiglie dell’allegato C - Modulo integrativo per le scelte degli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica  - alla circolare (pag. 20) all’inizio dell’anno scolastico.

Ricapitolando, la circolare prescrive che chi sceglie di NON avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (o modificare la scelta) deve:
- compilare l’allegato B entro il 28 febbraio 2014;
- compilare l’allegato C ad inizio anno scolastico (settembre 2014).

Ma perché questo lasso di tempo tra la consegna dei due moduli? Perché la famiglia, nel momento in cui decide di NON avvalersi dell’IRC con il modulo B, non può contestualmente indicare una delle opzioni previste dal modulo C? Questo consentirebbe peraltro alle scuole di organizzare per tempo le attività alternative (opzioni A e B del modulo C).

Il sito “civiltacattolica.it” solleva non poche preoccupazioni per il fatto che nella circolare ritroviamo allegati sia il modello per la scel­ta dell’Insegnamento della religione cattolica, sia quello per le attività alternative riservato ai non avva­lentisi. E’ vero che la circolare detta correttamente l’iter da seguire, ma, secondo l’autore dell’articolo, “dare, in contemporanea, i due moduli, potrebbe generare gravi anomalie, quali, per esempio, la for­mazione di classi intere di non avvalentisi, oppure la collocazione dell’o­ra di religione alla prima o all’ultima ora di lezione, con un inevitabile svi­limento della materia. Gli studenti, a questo punto, sarebbero tentati di non avvalersi anche solo per saltare un’ora di scuola”.

Il sito cita inoltre a sostegno della tesi la sentenza della Corte Costituzionale n. 13/1991:
Non può per nessun motivo essere sottoposto all’atto dell’iscrizione anche il modello della scelta di una delle attività alternative all’IRC. Infatti ancora una volta la Corta Costituzionale ha affermato con chiarezza “che dinanzi alla proposta dello stato alla comunità dei cittadini di far impartire nelle proprie scuole l’IRC, l’alternativa è tra un sì e un no, tra una scelta positiva e una negativa: di avvalersi o non avvalersi” (Cfr. sentenza della Corte Costituzionale numero 13 dell’11 gennaio 1991); 
E’ illegittimo consegnare al momento dell’iscrizione anche il modello delle opzioni alternative all’IRC, perché non possono essere resi “equivalenti e alternativi l’IRC ed altro impegno scolastico, per non condizionare dall’esterno della coscienza individuale l’esercizio di una libertà costituzionale, come quella religiosa, coinvolgendo l’interiorità della persona” (Cfr. sentenza della Corte Costituzionale numero 13 dell’11 gennaio 1991) (il testo della sentenza della CC n. 13/1991 [clicca qui] e delle istruzioni applicative [clicca qui]).

Dunque di questo si tratta: “non rendere equivalenti e alternativi l'insegnamento di religione cattolica ed altro impegno scolastico, per non condizionare dall’esterno della coscienza individuale l’esercizio di una libertà costituzionale, come quella religiosa, coinvolgendo l’interiorità della persona”.

A noi sembra evidente che si tratta di pratica discriminante: la famiglia che sceglie l’insegnamento della religione cattolica esaurisce le pratiche burocratiche entro il 28 febbraio, al contrario chi non lo sceglie è costretto a sbrigare altre pratiche all’inizio delle lezioni. Ma soprattutto questo meccanismo determina inefficienza dell’amministrazione scolastica che non ha la possibilità  di programmare per tempo le attività alternative. Inoltre l’impossibilità di attivare fin dal primo giorno le attività comporta lo smistamento o il parcheggio dei studenti che, pur avendo chiesto l’esonero dall’IRC, non hanno la possibilità di svolgere le attività richieste. Sul tema dei due allegati è attualmente pendente al Tar del Lazio un ricorso volto a far annullare la consegna posticipata del modello C.

Segnaliamo infine l'ormai dichiarata obbligatorietà dell'attivazione dei corsi alternativi (Consiglio di Stato, sentenza n. 2749 del 7 maggio 2010: clicca qui), con costi a carico dello Stato e non del singolo istituto (cfr. la nota Miur n. 1670 del 22 marzo 2011: clicca qui) e la possibilità di ottenere un risarcimento pecuniario in caso di inottemperanza della scuola (ordinanza del tribunale di Padova n. 1176/2010: clicca qui) [leggi anche il nostro post]
Tali attività dovrebbero inoltre trovare adeguato spazio nel POF - Piano dell’offerta formativa – dei singoli istituti. 
Ma trovare Presidi e Consigli di Istituto sensibili è un’impresa.

Rassegna stampa:
- Civiltà Cattolica del 28 gennaio 2014 [clicca qui]
- Avvenire del 30 gennaio 2014 [clicca qui]
- MicroMega del 6 febbraio 2014 [clicca qui]
- MicroMega del 7 febbraio 2014 [clicca qui]
- Civiltà Cattolica dell’8 febbraio 2014 (in risposta all’articolo di MicroMega) [clicca qui]

31 ott 2013

la notte di ognissanti, perché la chiesa ha paura di halloween?

Il diffondersi della festa di Halloween in Italia è legato non solo alla globalizzazione, ma anche all'introduzione nella scuola pubblica italiana dell'insegnamento della lingua inglese. I docenti specialisti di inglese, da sempre, fanno di questa data un momento di festa per tutti gli alunni e, sinceramente, per me non fanno alcun male. Anzi. Come non credo facciano male né debbano suscitare scandalo, all'interno delle scuole pubbliche, ma anche delle private, la presenza di alunni immigrati magari dal Marocco o dalla Cina che, interrogati dai compagni, magari non sanno bene cosa è il Natale e chi è Gesù. Lo stupore dei compagni italiani è grande, ma può rivelarsi proficuo per tutti discuterne insieme, - anche al di fuori delle ore dedicate dalla nostra scuola pubblica all'educazione cattolica - per parlare insieme delle religioni: della nostra, della loro.
A ogni modo, nella chiesa cattolica, da decenni, le vocazioni sono in calo. È cosa nota. Forse è anche per questo che alcune comunità cattoliche, in Italia, si sentono disturbate dalle cosiddette religioni alternative. O dallo gnosticismo. Dal millenarismo. Dal panteismo. Dal relativismo. Dal sincretismo.
Da chi crede nella reincarnazione, ma anche nella divinazione e nella cartomanzia. Forse è per questo che pare irritata da chi si avvicina alla cosiddetta filosofia new age, allo yoga, al salutismo, all'ufologismo, alla magia, all'occultismo e alla stregoneria. E, per non farsi mancare niente, è irritata da chi festeggia la festa di Halloween. Questa della festa di Halloween è una campagna - stavo per dire una crociata - che da un decennio e più, in questo periodo dell'anno, viene regolarmente lanciata. I vescovi dell'Emilia-Romagna, da sempre i più attivi nel contrasto delle tipologie di credenze e concezioni di vita che, a loro parere, sono fortemente negative, quest'anno hanno dato alle stampe addirittura un libretto di un centinaio di pagine. Firma: Conferenza episcopale regionale dell'Emilia-Romagna. La black list delle pratiche considerate tra le cause dell'allontanamento di giovani e giovanissimi dalla Chiesa cattolica è lunghissima.
Sostiene monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio: «In questo momento la società pullula di religioni fai da te. È un fenomeno molto complesso che ha anche motivi economici e che investe giovani e giovanissimi: le grandi discoteche sono i primi luoghi di reclutamento e iniziazione». Nel documento si parla di «devianze religiose» e di «derive spiritualistiche». La new age? Riduce l'incontro con Dio «a una specie di viaggio dentro il proprio io» e commette il peccato - scusate il gioco di parole, - di non contemplare «la concezione di peccato né il bisogno di redenzione». Ce ne è anche per il salutismo. Che fa? Semplice: «Finisce per dissolvere Cristo nell'animismo pagano». Inoltre «è bene non sottacere la pericolosità per la salute delle persone causata dalla frequentazione di corsi che prevedono l'uso di tecniche mutuate dalla psicoterapia, dallo yoga, dal training autogeno, applicate in modo spurio e disordinato da persone incompetenti, senza adeguati controlli. L'elemento egocentrico-narcisistico, introdotto dall'uso improprio di certe tecniche, può incidere sull'equilibrio psico-affettivo e provocare particolari patologie e disturbi». Colpisce come si faccia di tutte le erbe un fascio: dallo yoga al satanismo, dalle religioni orientali alle mode. Colpisce la leggerezza liquidatoria non priva di ignoranza sull'argomento, non si capisce se voluta o casuale. Ma la scomunica e la rabbia nei confronti della crescente diffusione della festa di Halloween, come sempre, se non raggiungono proprio altezze mistiche, sono comunque esemplari: «Una festa importante per i satanisti», che è «contraria all'autentica vocazione cristiana». Per una Chiesa che dovrebbe parlare al mondo intero, non è male. Chissà cosa ne penseranno i paesi di lingua anglosassone. La Cei dell'Emilia-Romagna non ha nessuna voglia di scherzare o prendere sotto gamba i nefasti segni dei tempi.
Halloween, per il teologo don Lorenzo Lasagni, è addirittura «l'anticamera verso percorsi esoterici, fino ad arrivare al satanismo». Già, quanti sono oggi gli esorcisti nella nostra Chiesa? Anche loro sono in crisi di vocazione?
Vabbé, questo articolo è finito. Alcune domande conclusive: solo a me pare un po' esagerata e leggermente strumentale questa preoccupazione tutta cattolica per la festa di Halloween e le religioni non monoteiste? Ma al mondo non ci sono proprio altri problemi più degni di attenzione e di risoluzione? Possibile che feste religiose e non religiose possano convivere? E perché prendersela con la commercializzazione di Halloween e non anche con l'Albero di Natale, già che ci siamo?
(Giuseppe Caliceti, il manifesto, 29 ottobre 2013)

22 nov 2012

professori cattolici (spagnoli) a difesa dell'educazione pubblica

Riportiamo da un quotidiano nazionale l'intervista a Juan Carlos Sanchez, spagnolo, professore di scienza, coordinatore del collettivo "Professori cristiani per la scuola pubblica", in cui spiega perché ha deciso di battersi per tutelare la scuola statale. Secondo il professore "l'insegnamento ha il suo luogo d'elezione nella scuola pubblica, non in quella privata. La scuola statale ha - cristianamente - la funzione di compensare le disuguaglianze sociali, quella privata le fomenta". 

> Che cos'è e cosa vuole la "Marea verde": [wikipedia in spagnolo] [da contropiano.org]
> Segnaliamo dallo stesso quotidiano un articolo sulla crisi della scuola spagnola [leggi]
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«Per molti di noi la docenza è una scelta vocazionale. È l'ambito in cui si realizza il nostro ideale di solidarietà cristiana», spiega Juan Carlos Sánchez, coordinatore del collettivo Profesores cristianos por la escuela pública. «Per questo ci sta a cuore la scuola di tutti: non per fare proselitismo, ma per onorare l'impegno che, come professori cattolici, abbiamo preso con la società e con la nostra fede». 44 anni, professore di scienza, Juan Carlos insegna in una scuola superiore di Vicálvaro, distretto popolare della periferia di Madrid. Un quartiere della classe media: operai e impiegati a cui la crisi ha, in molti casi, condizionato la vita. E i tagli del ministro dell'Istruzione José Ignacio Wert potrebbero condizionarla anche ai loro figli.
Da dove nasce l'idea di fondare un'associazione di professori cattolici all'interno della scuola statale?Dalla necessità di dare una rappresentanza e un'identità collettiva alla componente cattolica all'interno della docenza statale, finora ignorata dalla Chiesa che ha invece sempre tutelato i professori delle sue scuole e quelli di religione.
Vi sentite discriminati?Più che altro delusi. Innanzitutto perché vorremmo che la Chiesa riconoscesse e guidasse la nostra specificità cristiana nell'esercizio della nostra attività di professori. Poi perché le gerarchie ecclesiastiche sembrano non capire che - anche da un punto di vista evangelico - l'insegnamento ha il suo luogo d'elezione nella scuola pubblica, non in quella privata. La scuola statale ha - cristianamente - la funzione di compensare le disuguaglianze sociali; quella privata le fomenta.
Che cosa chiedete alla Chiesa?Prima di tutto vorremmo che si pronunciasse chiaramente contro i tagli all'istruzione pubblica. Quest'incessante sottrazione di fondi all'educazione statale (attuata peraltro da politici che si dichiarano cattolici) sta penalizzando ingiustamente le persone socialmente più deboli, quelle che la Chiesa dovrebbe difendere. Incredibilmente, però, non una parola è uscita dalla bocca dei vescovi per condannare il piano di tagli del governo.