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5 mag 2015

palermo, una scuola nella trincea dello zen: “saremo ancora più soli”

La Buona Scuola. I dubbi dei docenti della scuola Falcone di Palermo: “Soldi dai privati? Chi volete che investa su di noi”
(Emanuele Lauria, la Repubblica, 5.5.2015)

La cancellata, costata 200 mila euro, ha già più buchi di una gruviera. E attraverso quei varchi entrano e escono i ragazzini dello Zen 2. La preside che la riforma vorrebbe trasformare in sceriffo oggi è semplicemente un vigile. Disciplina quel traffico “abusivo” di alunni che, come ogni pomeriggio, invade i campetti della scuola. «Sì, non ci potrebbero stare. Ma meglio qui che per le strade del quartiere», dice la professoressa Daniela Lo Verde, punto di riferimento di questo istituto di frontiera. Lei li chiama per nome e li bacia tutti, i suoi alunni. «Per me sono figli», dice. E lo afferma senza retorica: «Li difenderò da tutto, anche da una riforma che non può non destare preoccupazione».
Il plesso «Giovanni Falcone», 650 allievi divisi fra scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, da ieri è di nuovo simbolo. Non per la stoica azione di resistenza a decine di raid vandalici che nel 2012 fu testimoniata dalla visita dell’allora ministro dell’Istruzione Francesco Profumo. Ma per il rango di vittima predestinata del disegno di legge sulla buona scuola, cui l’ha elevato il segretario della Cgil Susanna Camusso: «Le risorse che ci sono vanno a chi primeggia e degli istituti di Scampia e dello Zen che ne facciamo?». Parole alle quali ha replicato il sottosegretario Davide Faraone, che peraltro è nato da queste parti: «Non premieremo le scuole più ricche ma quelle che fanno bene». Dietro la sua scrivania, la preside Lo Verde è perplessa: «Dobbiamo intenderci su cosa significa fare bene. L’importante è il parametro di valutazione. Non conta il risultato in assoluto, il confronto con realtà meno povere. Conta quanta strada fai. Insomma, da noi arrivano bimbi che, prima ancora di imparare a scrivere, devono capire l’italiano. Ho ragazzi di 18 anni che fanno la terza elementare e giovani dai 22 ai 26 anni che affrontano la licenza media senza avere completato la scuola primaria». Una riforma che apre ai privati, attraverso il 5 per mille o donazioni ai singoli istituti, non piace. «Ma chi investirà mai su di noi? Genitori disoccupati o nei guai con la giustizia? Sa quante, delle 650 famiglie chiamate a dare un contributo volontario da 10 euro, hanno pagato quest’anno? Una. Sì, una. Io dico: va bene il sostegno dei privati ma che i fondi vadano in un capitolo unico, gestito dal ministero. Che poi valuterà al meglio le esigenze di tutti. Senza diseguaglianze ». Poco distante Giuseppe Noto, insegnante di sostegno, annuisce: «Si vuole disegnare una scuola all’americana. Ma l’America è lontana dalle insulae dello Zen. E noi siamo impauriti. Lo scriva: impa- u-ri-ti». La preside, dietro la sua scrivania, ha due buste. Le ha portate entrambe da casa: in una ci sono giocattoli per i bambini, nell’altra vestiti da donare ai genitori bisognosi. «I professori, qui, sono qualcosa di più di semplici docenti: sono padri, madri, assistenti sociali, badanti. A me, della riforma, piace l’attenzione che si vuole dare alla formazione, all’insegnamento dell’inglese come delle attività motorie. Ma all’aspetto, diciamo così, psicologico degli insegnanti chi ci pensa? E non posso essere io, da preside, a selezionare il mio corpo docente. Sa quante pressioni avrei?».
La storia della “Falcone” è la storia di un piccolo miracolo. Un’oasi che ha resistito alle “intemperie” esterne: qui, a disposizione dei ragazzi dello Zen, ci sono tre campi sportivi, una pista di atletica, due palestre. E un auditorium dove diffondere la cultura della legalità. «E non sa quanto è difficile spiegare a un ragazzino che lo Stato è buono all’indomani dell’arresto del padre...», dice il professore Noto. Qualcosa sta cambiando, anche se è un cammino balbettante: gli atti di vandalismo sono diminuiti, ma alcuni segnali fanno capire che la via è ancora lunga. Il 18 luglio scorso, alla vigilia dell’anniversario di via D’Amelio, è stato bruciato un tavolo del giardino. E, su consiglio dei “grandi”, è stata disertata una recente iniziativa organizzata a scuola dai carabinieri. Perché? Qualche giorno prima il quartiere era stato rastrellato dalle forze dell’ordine ed era stato fermato un ragazzo accusato di un omicidio in una discoteca. In questo scenario, la priorità chiesta dalla preside è quella «di tenere i bambini a scuola il più a lungo possibile». Per ora un progetto della Regione garantisce la frequenza pomeridiana solo per un giorno a settimana. «Abbiamo chiesto il tempo prolungato per due classi ma non ci sono fondi», ancora la Lo Verde. Il budget annuale per questa affollata scuola di trincea è appena di 15 mila euro. E nessuno ha trovato le risorse per garantire il servizio di guardiania: c’è un appartamentino ristrutturato, non c’è il custode nella scuola più vandalizzata d’Italia. La riforma, in quest’angolo di Paese, sarebbe garantire l’ordinario: «Io sciopererò per questo. Solo per questo, Ma mi creda, non è poco», dice la preside. Prima di accompagnare fuori dall’istituto, attraverso il buco di un cancello, l’ultimo alunno.
(Emanuele Lauria, la Repubblica, 5.5.2015)

6 apr 2015

sul disegno di scuola e chi la abita (di giuseppe bagni)

C'è una strada facile per scrivere un pezzo ben argomentato sul Disegno di Legge del governo Renzi. Si enumerano le cose che vanno bene e quelle che vanno male. Chi è favorevole, parte da quelle negative e finisce amplificando le positive; chi è contrario, fa il percorso opposto per liberarsi rapidamente del positivo e concentrarsi sul negativo.
È uno schema troppo semplice che oltretutto favorisce la polarizzazione del dibattito su posizioni senza sfumature e zone di sovrapposizione, quando già la partecipazione alla politica si sta riducendo all'opzione del "mi piace", che si clicca prima e a prescindere dal commento (i "perché" dei mi piace interessano meno).
Sarebbe un approccio che rischia paradossalmente di lasciare sullo sfondo la scuola e i suoi reali bisogni: un lusso che non dobbiamo permetterci.
Che cosa sappiamo
Conosciamo i problemi della scuola? Sì: dagli anni Settanta abbiamo rilevazioni internazionali che ci danno certezza del fatto che il rendimento scolastico degli studenti è legato al contesto territoriale. Che il destino nella scuola "superiore" è legato non solo al merito dei singoli ma anche all'indirizzo scelto, e che questa scelta è ancora fortemente connotata socialmente.
Sappiamo che le differenze di "bravura" tra gli studenti sono basse all'interno della stessa scuola e molto alte fra le varie scuole, come dire che il "merito" nella scuola italiana non dipende dal singolo ma dalla sede scolastica dove lui finisce, il cui livello socio-economico (il suo habitat) ha più peso sugli esiti che non quello della famiglia.
Scelte che aggravano i problemi
Da qui, da questa realtà si doveva partire: è stato fatto? Purtroppo no. Ci sono anzi scelte che peggioreranno la situazione. Il 5 per mille che verrà destinato alle scuole sarà molto diverso in valore assoluto in Lombardia, per esempio, rispetto a quello della Calabria o della Sicilia, e visto che andrà a singole scuole, aumenterà le differenze anche tra le scuole della stessa regione. Lo stesso effetto sulle diseguaglianze sarà prodotto dallo school bonus.
Anche se il governo interverrà in senso perequativo resterà il messaggio per l'opinione pubblica di scuole-zavorra, che sono un costo per lo Stato, accanto ad altre di qualità, che si autofinanziano, senza spazio per una minima riflessione sui diversi contesti in cui agiscono e sulle funzioni che svolgono.
Se si vuole intervenire sulla dispersione in maniera efficace bisogna destinare i docenti e i dirigenti migliori nelle scuole più difficili, ma l'albo regionale con chiamata diretta del preside va in direzione diversa: perché un docente richiesto da scuole comode, frequentate da ragazze e ragazzi ben educati dovrebbe scegliere quelle difficili e disagiate, dove ci si misura tutti i giorni con la fatica dell'insegnare a ragazze e ragazzi che non vogliono imparare in quella scuola che invece per noi ha funzionato?
In chimica si insegna che "il simile scioglie il simile".
La qualità della scuola dipende soprattutto dalla qualità degli insegnanti "normali", con un curricolo normale e nessun segno particolare per essere scelti. Quello che invece è straordinario è il compito a cui sono chiamati, e allora, dall'enfasi sui "migliori" dovremmo passare a quella sul "miglioramento" che coinvolge tutta la scuola come comunità professionale.
Metafore di senso comune
Si è preferito proporre un'idea di scuola che fosse comprensibile per tutti, operazione tutto sommato facile perché la nostra scuola si trova nella condizione paradossale di avere contorni incerti, che la espongono a regolari invasioni di slogan e metafore provenienti dall'esterno, e allo stesso tempo non permeabili: tutto ciò che fa la scuola è estremamente "scolastico". Il contrario di ciò che servirebbe, cioè confini più precisi ma molto permeabili con l’esterno, per farsi conoscere a partire dalla sua complessità.
Il Disegno di Legge propone invece una nuova ampia gamma di metafore che hanno il senso di semplificare quella complessità ad uso e consumo del senso comune. Operazione che può essere vincente nella comunicazione diretta con l'opinione pubblica ma che si paga in termini di credibilità all'interno del mondo della scuola.
Ecco allora che al preside manager segue il preside sindaco e poi il preside allenatore che sceglie la "squadra" da mettere in campo. Ma contro chi gioca la sua partita? Chi è che perde? Forse le altre scuole che non hanno "campioni" di pari livello? Passeremo l’estate a proporre ingaggi agli insegnanti migliori?
Il vero avversario
Il problema è che non è l'altra scuola l'avversario. L’avversario è, o dovrebbe essere, principalmente l'abbandono scolastico, che se fa squadra non lo fa certo scendendo in campo aperto, sotto i riflettori, facendo indossare a tutti la stessa maglietta. Anzi, cerca l'invisibilità degli ultimi banchi, delle assenze prolungate, dei silenzi ostinati.
Contro questo avversario non servono "campioni", ma un corpo docente che sappia dare di sé un'immagine coerente e positiva. Insegnanti disposti a mescolare la propria biografia (ben più del curricolo) con quella dei loro alunni per coinvolgerli e spesso trascinarli contro la loro stessa volontà.

21 mar 2015

presentato il ddl sulla scuola, ora in parlamento

E’ stato presentato alla Camera dei Deputati il testo del disegno di legge per la riforma della scuola.

Rispetto al documento circolato dopo il Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2015 [clicca qui] non sembrano esserci novità di rilievo. Tutto confermato, dunque.

Il percorso parlamentare partirà la prossima settimana, l'approvazione dovrebbe avvenire entro fine maggio 2015.



Il testo integrale e completo del DDL con la relazione tecnica
- il "Disegno di legge recante riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione, con delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” [clicca qui]
- la Relazione tecnica Disegno di Legge “La Buona Scuola” [clicca qui]

13 mar 2015

il testo del ddl sulla scuola e il video della conferenza stampa al termine del cdm del 12 marzo 2015

Il testo del disegno di legge "Disposizioni in materia di autonomia scolastica, offerta formativa, assunzioni e formazione del personale docente, dirigenza scolastica, edilizia scolastica, e semplificazione amministrativa" approvato dal Consiglio dei Ministri n. 53 del 12 marzo 2015: [clicca qui].

Il video della conferenza stampa del Consiglio dei Ministri n. 53 - Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il Ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, ed il Sottosegretario alla Presidenza, Graziano Delrio illustrano in conferenza stampa a Palazzo Chigi i provvedimenti adottati al termine del Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2015 [clicca qui]

Consiglio dei Ministri n. 53 [comunicato ufficiale]
12 Marzo 2015
Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, giovedì 12 marzo 2015, alle ore 18.10 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Segretario il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio.
*****
LA BUONA SCUOLA
Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione (disegno di legge)
Il Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, ha approvato il disegno di legge di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione che prende il nome di “ La Buona Scuola”.
La Buona Scuola è buona autonomia. Il ddl consente di realizzare finalmente l’autonomia scolastica, assegnando maggiori strumenti ai presidi per gestire risorse umane, tecnologiche e finanziarie. Le scuole avranno un organico potenziato (garantito a partire dal prossimo anno scolastico attraverso un piano straordinario di assunzioni) per coprire tutte le cattedre vacanti, rispondere alle nuove esigenze didattiche, organizzative e progettuali, potenziare l’offerta formativa, fronteggiare la dispersione scolastica, rendere la scuola più inclusiva, eliminare le supplenze più dannose, anno dopo anno, per la continuità della didattica. Le scuole, d’ora in poi, potranno indicare il loro fabbisogno di docenti e strumenti per attuare i Piani dell’offerta formativa. I Piani diventano triennali e saranno predisposti dai dirigenti scolastici, sentiti gli insegnanti, il Consiglio di istituto e le realtà territoriali.
Il dirigente sceglie la sua squadra. I presidi potranno scegliere la loro squadra individuando i nuovi docenti che ritengono più adatti per realizzare i Piani dell’offerta formativa all’interno di appositi albi territoriali costituiti dagli Uffici Scolastici Regionali. Negli albi confluiranno i docenti assunti nel primo anno attraverso il piano straordinario di assunzioni e poi tramite concorsi. Gli incarichi affidati saranno resi pubblici.
Piano straordinario e poi solo concorsi. Il ddl dà il via libera ad un Piano straordinario di assunzioni per il 2015/2016 per coprire le cattedre vacanti e creare l’organico dell’autonomia. Oltre 100.000 insegnanti saranno assunti a settembre 2015. Dopo si torna ad assumere solo per concorso.
Studiare per il futuro. Il disegno di legge prevede il potenziamento delle competenze linguistiche: in particolare l’italiano per gli studenti stranieri e l’inglese per tutti (anche con materie generaliste insegnate in lingua). Vengono potenziate poi: Arte, Musica, Diritto, Economia, Discipline motorie. Nella Buona Scuola viene dato più spazio all’educazione ai corretti stili di vita e si guarda al futuro attraverso lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti (pensiero computazionale, utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media). Alle superiori, il curriculum diventa flessibile: le scuole attiveranno materie opzionali per rispondere alle esigenze degli studenti.
Scuola-lavoro e digitale. Almeno 400 ore nell’ultimo triennio dei tecnici e dei professionali e 200 in quello dei licei. L’alternanza si farà in azienda, ma anche in enti pubblici. A disposizione un fondo, a regime, di 100 milioni all’anno a partire dal 2016. Mentre 90 milioni vengono stanziati subito per l’innovazione didattica e la creazione di laboratori territoriali, aperti anche di pomeriggio, per orientare i giovani al lavoro e da utilizzare come strumento di contrasto alla dispersione.
Stop classi ‘pollaio’. I presidi hanno il potere di derogare alle regole attuali: utilizzando l’organico in modo flessibile potranno evitare la formazione di classi troppo numerose, le cosiddette classi ‘pollaio’.
Una Card per l’aggiornamento. Arriva la Carta per l’aggiornamento e la formazione dei docenti, un voucher di 500 euro da utilizzare per l’aggiornamento professionale attraverso l’acquisto di libri, testi, strumenti digitali, iscrizione a corsi, l’ingresso a mostre ed eventi culturali. La formazione in servizio diventa obbligatoria e coerente con il Piano triennale dell’offerta formativa della scuola e con le priorità indicate dal Ministero.
Un bonus per valorizzare i docenti. Viene istituito il bonus annuale delle eccellenze destinato ai docenti. Ogni anno il dirigente scolastico, sentito il Consiglio di Istituto, assegnerà il bonus al 5% dei suoi insegnanti per premiare chi si impegna di più. Peseranno la qualità dell’insegnamento, la capacità di utilizzare metodi didattici innovativi, il contributo dato al miglioramento complessivo della scuola. Per il bonus vengono stanziati 200 milioni all’anno.
La Scuola trasparente. Viene istituito un Portale unico dei dati della scuola con la pubblicazione di tutti i dati relativi al sistema di istruzione: bilanci delle scuole, Anagrafe dell’edilizia, Piani dell’offerta formativa, dati dell’Osservatorio tecnologico, Cv degli insegnanti, incarichi di docenza.
Investire sul futuro con 5 per mille e school bonus. Il 5 per mille potrà essere destinato anche alle scuole. Con lo school bonus, chi farà donazioni a favore delle scuole per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale (credito di imposta al 65%) in sede di dichiarazione dei redditi. Cambia l’approccio all’investimento sulla scuola: ogni cittadino viene incentivato a contribuire al miglioramento del sistema scolastico. Scatta poi la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie i cui figli frequentano una scuola paritaria dell’infanzia o del primo ciclo.
Un bando per le ‘Scuole Innovative’ e per i controlli. Il ddl prevede un bando per la costruzione di scuole altamente innovative, dal punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, scuole green e caratterizzate da nuovi ambienti di apprendimento digitali. L’Osservatorio per l’edilizia scolastica, istituito presso il Ministero dell’Istruzione, coordinerà strategie e risorse per gli interventi. Vengono recuperate risorse precedentemente non spese da investire sulla sicurezza degli edifici. Stanziati 40 milioni per finanziare indagini diagnostiche sui controsoffitti delle scuole.
Delega. Il disegno di legge assegna poi la delega al governo a legiferare in materia di: semplificazione del Testo Unico della scuola, valutazione degli insegnanti, riforma dell’abilitazione all’insegnamento, del diritto allo studio, del sostegno e degli organi collegiali, creazione di un sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni.
*****
[…]

7 mar 2015

torna il fantasma degli sgravi a chi frequenta le paritarie

Dopo mesi di consultazioni on line sulle 136 pagine della “buona scuola” [la riforma proposta dal Governo], che non contenevano alcun accenno a sgravi fiscali per chi frequenta le scuole private paritarie, ecco in dirittura d’arrivo l’inserimento nel futuro disegno di legge di una petizione, non nuova, ma questa volta introdotta di soppiatto, come possibile norma messa a punto dalla ministra Giannini [il testo della petizione pubblicata dal quotidiano Avvenire].
Autori della petizione 44 deputati di tutti i partiti della maggioranza tornati alla carica con l’eterno slogan la “libertà di scelta educativa è un diritto che non può riguardare solo chi è economicamente in grado di permetterselo”.
Riteniamo importante e urgente intervenire ancora una volta su questa ormai vecchia affermazione per dimostrarne all’opinione pubblica la reale inconsistenza.
Oltre a “senza oneri per lo Stato” contenuto all’Art.33 della Costituzione che sarebbe di per sé sufficiente a porre una barriera a qualsiasi trasgressione in quella direzione, esiste la distinzione tra “libertà” e “diritto” più volte richiamata in sentenze della Corte Costituzionale. Se garantire la libertà religiosa non comporta per lo Stato l’obbligo di costruire luoghi di culto, per la stessa ragione consentire l’istituzione di scuole private non impegna lo Stato a garantirne il finanziamento per agevolarne la frequenza.
Lo Stato ha l’obbligo di garantire a tutti e a tutte il diritto all’istruzione, secondo i principi costituzionali.
La libertà di scelta educativa riguarda, invece, i genitori. Si tratta di una distinzione imprescindibile.
Gli sgravi fiscali consentiti alle famiglie rappresenterebbero per di più una sottrazione notevole di risorse finanziarie che restringerebbe l’impiego di quelle destinate a rimediare i danni provocati al nostro sistema di istruzione dai precedenti governi.
Non si tratta, tuttavia, di rivendicare soltanto una priorità di spesa per la scuola pubblica, ma di impedire soprattutto una violazione grave e palese del dettato costituzionale.
Ci auguriamo che nel nostro Parlamento e nel paese si levino forti voci per impedire questa ulteriore e illegittima forma di privatizzazione del nostro sistema scolastico.

Roma, 7 marzo 2015
Comitato Nazionale Scuola e Costituzione
Associazione Per la Scuola della Repubblica
www.scuolaecostituzione.it


Il comunicato in formato pdf [clicca qui]

10 feb 2015

cos’è la legge popolare lip e perché è l’unico antidoto alla privatizzazione della «buona scuola» (di anna angelucci)

Presa Diretta, a Renzi non basta un tweet per coprire il disastro scuola

La realtà e la propaganda. Cos’è la legge popolare Lip e perché è l’unico antidoto alla privatizzazione della «Buona Scuola»


Quando si dice l’eterogenesi dei mezzi. Questa volta i social media non hanno cinguettato le magnifiche sorti e progressive della scuola italiana millantata da Renzi & Co. Il programma intitolato “La nostra scuola”, a Presa Diretta domenica sera [8 febbraio 2015], ha mostrato le drammatiche condizioni in cui versano studenti e docenti, costretti a sopravvivere senza fondi in edifici insalubri e pericolosi. E ha mostrato le immagini degli insegnanti con centinaia di mozioni contro la proposta di riforma del Governo, trattenuti dalle forze di polizia sulla scalinata del MIUR.
Altro che le parate d’occasione di Renzi e Giannini ad uso e consumo di una stampa asservita. Altro che le campagne d’ascolto dal basso per una riforma condivisa fino all’ultimo nonno.
Per molto meno, in un paese civile, un ministro avrebbe rassegnato le sue dimissioni. Un ministro che, peraltro, appena insediato al MIUR, non ha esitato ad assumere il ruolo di capolista del suo ex partito per le elezioni europee, mostrando totale indifferenza per il ruolo appena assunto in Italia.
Dove la scuola è quella che ci hanno raccontato Iacona e la sua troupe, non quella che ci racconta il premier.
Abbiamo visto immagini di un paese del terzo mondo, accompagnate dalle parole chiare e senza retorica di chi in quei luoghi ci vive ogni giorno ed ha avuto finalmente la possibilità di dire il vero. Che le scuole tirano avanti con i contributi privati delle famiglie a fronte dell’elemosina del Governo, che vagheggia investimenti prossimi venturi mentre ha ancora tagliato milioni di euro nell’ultima legge di stabilità, costringendoci a contrattazioni d’istituto da fame in cui tiriamo quattro paghe per il lesso. Che le assunzioni dei docenti precari sono un atto dovuto, imposto dalle normative europee e già previsto nella Finanziaria del 2007, e che i supplenti non sono solo quelli delle graduatorie ad esaurimento a cui Renzi ha promesso l’immissione in ruolo, ma le tante altre migliaia su cui si continua a lucrare, imponendo loro la frequenza di costosi corsi di formazione per avere incarichi e per abilitarsi ma escludendoli da qualunque forma di stabilizzazione. Che i tagli agli organici imposti da Tremonti sono stati dichiarati illegittimi e che le regioni del centrosinistra e i ministri dell’istruzione che si sono succeduti a Gelmini avrebbero potuto sostenere i ricorsi e chiedere l’esecuzione delle sentenze del Tar e del Consiglio di Stato e non l’hanno fatto. Dimostrando, in concreto, che l’invocazione alla scuola fatta dal PD come priorità politica e civile di questo Paese era solo uno specchietto da campagna elettorale per le allodole chiamate a votare.
Abbiamo visto che già esiste ed è depositata in Parlamento una legge di iniziativa popolare che disegna il modello della buona scuola della Costituzione e che rigetta quello renziano della privatizzazione coatta. Ed è una legge che prevede l’innalzamento dell’obbligo, il biennio unitario, la riduzione del numero degli studenti nelle classi: ciò che davvero restituirebbe loro quella dignità e quella responsabilità sottratte ogni giorno dal degrado in cui vivono e che li renderebbe cittadini istruiti e consapevoli. Abbiamo visto che il faidate imposto a madri e padri che comprano, puliscono, aggiustano, imbiancano è più disperato che virtuoso. E che è umiliante accettare che i fondi per le scuole siano direttamente proporzionali ai soldi che si spendono nel supermercato di zona convenzionato col MIUR, perché significa scoprire che anche la scuola dei nostri figli è considerata una merce.
Mentre scorrevano queste immagini, nella redazione di Presa Diretta sono arrivati tantissimi messaggi di solidarietà alla legge di iniziativa popolare, insieme ai commenti piccati e saltabeccanti dei parlamentari del PD e dei responsabili del MIUR, tutti tesi a negare, confutare, invocare quell’onesto contraddittorio che loro stessi, con l’assunzione dello slogan e della slide come unico format di un discorso politico ormai virtuale e irreale, hanno deliberatamente gettato alle ortiche.
Ma il re, finalmente, è nudo. E questa volta ci vorrà molto più di qualche immagine colorata o di qualche cinguettio twittato e ritwittato a convincere gli italiani che quella di Renzi e Giannini sia veramente la buona scuola di cui questo Paese ha bisogno per ricominciare a sentirsi civile.
Vogliamo cominciare con un nuovo ministro?
(Anna Angelucci, il manifesto, 10 febbraio 2015)

4 gen 2015

lettera a renzi da un candidato nobel per l’insegnamento

Gent​.mo pre­si­dente Renzi, mi chiamo Daniele Manni, sono un docente di Lecce, inna­mo­rato e appas­sio­nato del pro­prio ruolo (non rie­sco a chia­marlo lavoro) e, pare, sono fra i 50 fina­li­sti al mondo can­di­dati al titolo inter­na­zio­nale di “Pre­mio Nobel” per l’Insegnamento, il Glo­bal Tea­cher Prize della Var­key Gems Foun­da­tion.
In Europa siamo solo in nove e due in Ita­lia (quasi il 30%), anche se so per­fet­ta­mente di essere solo stato for­tu­nato per­ché c’è stato qual­cuno che si è preso la briga di segna­lare il mio ope­rato alla Fon­da­zione, quindi, die­tro que­sta punta di ice­berg, sono certo si nascon­dono cen­ti­naia di col­le­ghi altret­tanto meri­te­voli di que­sto titolo, i quali lavo­rano, spe­ri­men­tano e inno­vano ogni giorno, nel silen­zio delle loro aule, fianco a fianco con i loro for­tu­nati studenti.
Ho deciso di scri­verle per­ché oggi sono “qual­cuno” e que­sto mio quarto d’ora di noto­rietà durerà appena un mese, fino a quando non diverrò un banale «ex» fina­li­sta e le mie parole avranno certo un peso diverso.
Cosa le chiedo?
Niente di più di quanto lei non stia ripe­tendo negli ultimi giorni, ossia più con­si­de­ra­zione in Ita­lia per la pro­fes­sione docente, più «ritmo» nella scuola. Solo che, oltre ad ascol­tare e ad apprez­zare i suoi nobili intenti, mi pia­ce­rebbe che in que­sto nuovo anno vedes­simo azioni con­crete, un po’ come fac­ciamo noi bravi inse­gnanti “da Nobel” con i nostri alunni, agendo e creando risul­tati e non solo annun­ciando cam­bia­mento e innovazione.
Di azioni con­crete per riqua­li­fi­care il nostro ruolo nella società ita­liana me ne ven­gono in mente due.
La prima, a rischio di sem­brare banale, è quella di ren­dere sem­pli­ce­mente «digni­toso» lo sti­pen­dio che ci viene rico­no­sciuto, per­ché oggi, digni­toso, non lo è affatto. Se, pur essendo i peg­gio pagati e rice­vendo poca o nulla stima dalla società civile, rice­viamo lode e atten­zione inter­na­zio­nale e la nostra opera quo­ti­diana rende la scuola ita­liana una delle «isti­tu­zioni» più apprez­zate dalla cit­ta­di­nanza (al terzo posto, dopo papa Fran­ce­sco e le forze dell’ordine), chiedo a Lei e al governo che rap­pre­senta, cosa potrebbe essere la Scuola ita­liana se il corpo docente rice­vesse più cre­dito e dignità?
Come pensa che la società possa apprez­zare una figura così impor­tante per la vita e il pre­sente (non solo il futuro) dei nostri figli se lo stato è il primo a ridi­co­liz­zarne il lavoro con un rico­no­sci­mento inadeguato?
Com­prendo benis­simo che que­sto è un momento certo non facile per met­tere sul tavolo un piano di aumenti ma qual­che primo, pic­colo segnale non sarebbe affatto una mossa errata. Se si sta chie­dendo se que­sto mio è un ten­ta­tivo per otte­nere ciò che in tanti non sono riu­sciti negli ultimi vent’anni, la rispo­sta è… sì.
La seconda pos­si­bile azione è quella di ideare e rea­liz­zare ini­zia­tive con­crete per valo­riz­zare la pro­fes­sione, appro­fit­tando anche di ogni pos­si­bile occa­sione per enfa­tiz­zare, ren­dere pub­bli­che e dif­fon­dere le opere meri­to­rie e le per­sone meri­te­voli nella scuola, ogni qual­volta se ne pre­senta l’opportunità.
Vuole qual­che esem­pio? La Var­key Gems Foun­da­tion ha come mis­sion quella di alzare il livello di con­si­de­ra­zione dell’insegnamento e si è inven­tato un pre­mio da 1 milione di dol­lari per accen­dere i riflet­tori di tutto il mondo su que­sta straor­di­na­ria pro­fes­sione (sem­pre che il governo ed il mini­stero ita­liano abbiano, anch’essi, que­sta mis­sion). È vero, loro sono ric­chi e hanno i soldi, ma quanta ric­chezza abbiamo noi ita­liani in ter­mini di crea­ti­vità ed inven­tiva? E non sta certo a me sug­ge­rire modi e metodi efficaci.
Con­cludo augu­rando a noi docenti che lei possa pren­dere e in con­si­de­ra­zione quanto le ho scritto e a Lei, ai suoi cari e a tutto il suo staff un 2015 pro­fi­cuo, sereno e ricco di sorrisi.
Con grande rispetto e fiducia.
Daniele Manni, 3 gennaio 2015

30 nov 2014

il bluff renziano della buona scuola (di g. caliceti)

Al pre­mier Renzi piace fare l’americano. Anzi, piace fare il furbo. Alla fine, quello in carica appare pro­prio il governo dei fur­betti del quar­tie­rino. Lo testi­mo­nia in modo ine­qui­vo­ca­bile la que­stione pre­cari della scuola. Renzi, affetto da annun­cite acuta, annun­cia in pompa magna l’assunzione di 150 mila pre­cari come fatto sto­rico. In realtà, ciò avviene non per­ché li si volesse vera­mente assu­mere, ma per non incor­rere in san­zioni euro­pee. Che però sono arri­vate ugualmente.
In que­sti giorni. L’Europa ha infatti con­dan­nato l’Italia sulla que­stione dei pre­cari sto­rici della scuola. Secondo l’avvocato della Corte di Giu­sti­zia Euro­pea devono essere assunti in ruolo altri­menti l’Italia potrebbe incor­rere in una san­zione pesante. Solo che non sono sol­tanto 150mila. La colpa è innan­zi­tutto delle scelte dei governi pas­sati, di chi ha creato un così grosso numero di pre­cari, ma ancor di più di chi li ha lasciati senza lavoro dopo anni e anni di ser­vi­zio a tempo determinato.
Tale san­zione, è bene ricor­darlo, potrebbe riper­cuo­tersi sulle tasche degli ita­liani. Tutti. Per­chè alla man­cata assun­zione con cui si incorre alla vio­la­zione di una diret­tiva euro­pea del 2001 non è stato posto rime­dio. Lo Stato ita­liano sarà mul­tato per non aver appli­cato la sen­tenza e non aver pro­ce­duto all’immissione in ruolo dei pre­cari abi­li­tati con 3 anni di ser­vi­zio svolto, se nel frat­tempo non cor­rerà ai ripari. I pre­ce­denti governi hanno dri­blato la nor­ma­tiva euro­pea togliendo molti posti di lavoro eli­mi­nando moduli, col decen­tra­mento e con la ridu­zione degli orga­nici e tutt’oggi ancora nulla è stato deciso. Il parere a riguardo dell’avvocato della Corte di Giu­sti­zia euro­pea è chiaro a favore dei pre­cari. Maciej Szpu­nar ha riba­dito che la rei­te­ra­zione dei con­tratti a tempo deter­mi­nato che non danno cer­tezza e che man­tiene pre­cari a vita è una vio­la­zione di norme comu­ni­ta­rie euro­pee, che tra l’altro sono state accolte nel nostro paese dal lon­tano 2001.
I pre­cari vanno assunti, rimane solo da aspet­tare la sen­tenza defi­ni­tiva di autunno e poi si dovrà aspet­tare la deci­sione dei giu­dici ita­liani, che però non potranno sca­val­care la sen­tenza euro­pea. Lo Stato ita­liano deve ottem­pe­rare alle richie­ste euro­pee altri­menti incor­re­rebbe in san­zioni fino a 4 miliardi di euro, più di quanto coste­rebbe assu­merli. E i con­tri­buenti dovreb­bero pagare di loro tasca l’ammanco per coprire que­sto debito ulte­riore delle casse statali.
La deci­sione euro­pea, assai pro­ba­bil­mente, aprirà la strada ad altre richie­ste di giu­sti­zia pro­ve­nienti da altri pre­cari oltre a quelli del mono della scuola. Più tra­scor­rono le set­ti­mane e più ci si rende conto che la riforma della scuola tar­gata Renzi, la famosa Buona Scuola, è solo un grande bluff. Anche la grande ope­ra­zione di con­sul­ta­zione via web degli ita­liani sulla scuola, di cui sono stati recen­te­mente dichia­rati i risul­tati dal governo, non ha la ben­chè minima affi­da­bi­lità: chi ha lan­ciato la con­sul­ta­zione è esat­ta­mente chi, a suo pia­ci­mento,  senza per altro per­met­terne l’accesso e l’onestà.
(Giuseppe Caliceti, il manifesto, 30 novembre 2014)

6 nov 2014

rinasce l'osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura

Lo scorso 17 ottobre al Ministero dell’Istruzione si è tenuto l’incontro di insediamento dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura, tornato a riunirsi dopo sette anni. A istituirlo, con un apposito decreto [d.m. 718 del 5/9/2014], il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini con l’obiettivo di individuare soluzioni per l'adeguamento delle politiche di integrazione scolastiche alle reali esigenze di una società sempre più multiculturale e in costante trasformazione. L’Osservatorio avrà compiti consultivi e propositivi. Dovrà, in particolare, promuovere e “suggerire” politiche scolastiche per l’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana e verificarne la loro attuazione (anche tramite monitoraggi), incoraggiare accordi interistituzionali e favorire la sperimentazione e l’innovazione metodologica didattica e disciplinare. Tra i compiti dell’Osservatorio anche quello di esprimere pareri e formulare proposte su iniziative normative e amministrative di competenza del Miur.
Al termine dell'incontro il Ministro Stefania Giannini ha dichiarato la necessità di integrare il documento “La Buona Scuola” con un capitolo finale in cui includere il tema dell’integrazione scolastica degli alunni con cittadinanza non italiana.
In effetti, avevamo immediatamente segnalato questa carenza nel documento "La buona scuola" [cfr. il ns post del 3/9/2014]:

"Ancorché sia prematuro esprimere un giudizio su un documento così ampio ed articolato, ci sembra molto deludente non aver trovato alcun riferimento ed attenzione ai bisogni e alle necessità di centinaia di migliaia di studenti stranieri che frequentano la scuola italiana. Probabilmente è nostra disattenzione. Cercheremo con maggiore attenzione nelle pieghe del documento"
 
Meglio tardi che mai. A redigere il capitolo saranno, su decisione del Ministro, i membri dell’Osservatorio.

7 ott 2014

l’istruzione sacrificata sull’altare della troika (di a. angelucci)

Tra­sfor­ma­zione del Senato, legge elet­to­rale, jobs act, arti­colo 18, riforma della scuola: è un unico campo di bat­ta­glia su cui si stanno dise­gnando le sorti future del nostro Paese. Il Governo intende chie­dere la fidu­cia sulla riforma del lavoro per pre­sen­tarsi in Europa più rea­li­sta del re. Per mostrare in Europa che l’Italia è capace di liqui­dare diritti fon­da­men­tali con un colpo di spu­gna, in nome dell’ideologia neo­li­be­ri­sta impo­sta dalla Troika e per­fet­ta­mente intro­iet­tata da que­sto ese­cu­tivo. Non è pos­si­bile che ci sia ancora chi non veda, nel qua­dro com­ples­sivo di que­ste mano­vre, il rischio gra­vis­simo di una per­dita di libertà e demo­cra­zia tout court per l’Italia.
Fino a che punto que­sto pre­mier, que­sto ese­cu­tivo e que­sto Pre­si­dente della Repub­blica potranno for­zare il limite delle pro­ce­dure isti­tu­zio­nali in nome di una gover­na­bi­lità che tiene in vita una mag­gio­ranza poli­ti­ca­mente ille­git­tima che a breve, se non ci oppo­niamo in Par­la­mento e nelle piazze, «asfal­terà» tutte le garan­zie costi­tu­zio­nali? Fino a che punto potranno pat­teg­giare le con­qui­ste demo­cra­ti­che dei lavo­ra­tori e dei cit­ta­dini con il mar­gine di fles­si­bi­lità chie­sto a Bru­xel­les?
Il mondo della scuola, vili­pesa e ferita da tagli inso­ste­ni­bili e sot­to­po­sta al costante ricatto della pri­va­tiz­za­zione, sta alzando la schiena.
Per­ché a scuola vige ancora la libertà di inse­gna­mento, di appren­di­mento, di pen­siero cri­tico e di parola. Ed è nelle aule delle scuole che docenti e stu­denti, insieme, stanno ricom­po­nendo tutti i tas­selli del dise­gno rea­zio­na­rio con cui si pre­fi­gura il nuovo modello di società impo­sto dal capi­ta­li­smo glo­bale, fatto pro­prio dall’Unione euro­pea — che non è l’Europa dei padri fon­da­tori — e da que­sto Governo. Una  società pira­mi­dale, for­te­mente gerar­chiz­zata e pri­vata dei diritti fon­da­men­tali, domi­nata dal mer­cato e dall’ideologia del pro­fitto. Una società neo­feu­dale. Il piano scuola, pre­sen­tato da Mat­teo Renzi in un video tele­vi­sivo come nella migliore tra­di­zione ber­lu­sco­niana e sot­to­po­sto a una finta con­sul­ta­zione tele­ma­tica con­trol­lata dal Mini­stero (un mega­quiz invalsi per tutti gli ita­liani), che tra­sforma la scuola in azienda, che destrut­tura il con­tratto col­let­tivo nazio­nale e rende i docenti dipen­denti del preside-manager, a chia­mata diretta, non è sem­pli­ce­mente una pro­po­sta da cri­ti­care argo­men­tando. Rap­pre­senta una pro­vo­ca­zione inac­cet­ta­bile. E men­tre alcuni sin­da­cati col­laterali cin­ci­schiano di pos­si­bili emen­da­menti, il mondo della scuola lo respinge al mit­tente, denun­ciando il dema­go­gico, enfa­tico richiamo all’ascolto come pura finzione.
Se ci fosse dav­vero ascolto, se ci fosse inte­resse auten­tico, Renzi e il suo ese­cu­tivo saprebbero che una riforma della scuola ade­rente ai prin­cipi costi­tu­zio­nali c’è già, dal 2006, ed è la legge di ini­zia­tiva popo­lare “Per una buona scuola per la Repub­blica”. Frutto di un vero impe­gno con­di­viso, ela­bo­rata dal basso, da chi nella scuola ci vive, sot­to­scritta da 100.000 elet­tori cer­ti­fi­cati, il ddl n. 1583 al Senato e n. 2630 alla Camera è pronto per il suo iter par­la­men­tare, l’unico legit­timo. Essa impe­gna l’investimento costante del 6% del PIL nell’istruzione pub­blica; ridi­se­gna l’offerta for­ma­tiva sta­tale ai sensi degli artt. 33 e 34 della Costi­tu­zione, pro­po­nendo un bien­nio uni­ta­rio e un trien­nio d’indirizzo, anti­ci­pando l’obbligo sco­la­stico al terzo anno della scuola dell’infanzia fino ai 18 anni; indica pun­tuali forme di soste­gno per l’integrazione sco­la­stica degli alunni con disa­bi­lità, con biso­gni spe­ciali e per i migranti.
Impone un piano straor­di­na­rio reale per l’edilizia sco­la­stica e ripro­pone il tempo pieno e le com­pre­senze, testi­mo­niando una pro­fonda atten­zione per la dimen­sione peda­go­gica della scuola, che trova nella costante atti­vità degli organi col­le­giali di rifles­sione e valu­ta­zione dei pro­cessi for­ma­tivi, forme effi­caci e con­di­vise di auto­con­trollo del suo ope­rato e di ren­di­con­ta­zione sociale. La riforma della scuola decli­nata da Renzi si muove in una dire­zione dia­me­tral­mente oppo­sta: getta la scuola sta­tale in pasto al mer­cato, tra­sfor­mando i diri­genti in pro­cac­cia­tori di fondi e cac­cia­tori di teste; mette le scuole in com­pe­ti­zione tra loro, come nella peg­giore tra­di­zione ame­ri­cana e anglo­sas­sone; deforma la fun­zione docente in una grot­te­sca sele­zione dar­wi­niana per gene­rare «i più adatti», quei «buoni» docenti che pro­dur­ranno «buoni» cit­ta­dini: incon­sa­pe­voli, mani­po­la­bili, ricat­ta­bili, pri­vati della capa­cità di capire e della pos­si­bi­lità di sce­gliere. La posta in gioco è, dun­que, altis­sima: in que­sto grave momento di emer­genza demo­cra­tica, la scuola fa l’appello. A tutte le forze intel­let­tuali del nostro Paese – cit­ta­dini, movi­menti, asso­cia­zioni, mag­gio­ranze e mino­ranze dei sin­da­cati e dei par­titi – che si uni­scano in un fronte comune e si fac­ciano pro­mo­tori e baluardo, attra­verso l’adesione alla nostra pro­po­sta di legge per la scuola della Repub­blica e la costru­zione di un fronte di difesa dei diritti irri­nun­cia­bili, della lotta per la Costi­tu­zione e la demo­cra­zia nel nostro Paese.
Anna Angelucci, 6.10.2014, il manifesto
Asso­cia­zione «Per la scuola della Repubblica»

26 set 2014

a confronto la lip-legge di iniziativa popolare e la buona scuola di renzi (di marina boscaino)

Sta accadendo una cosa piuttosto curiosa. Matteo Renzi, esasperando il personalismo istrionico al quale ha improntato tutta la sua attività di governo, dopo aver annunciato con un semplice filmato i contenuti del documento La buona scuola, ha dato il via – on line – al presunto “ascolto” degli addetti ai lavori: docenti, genitori, studenti, personale Ata (che per la verità non è mai nominato nel documento). In questo strano modello di pseudo-democrazia che ci siamo fatti calare addosso senza avere quasi nulla da eccepire, la consultazione sociale avviene sul web e non nelle piazze; e meno che mai nei luoghi istituzionali deputati alle audizioni.
Le anomalie sono innumerevoli: la futura riforma della scuola è stata frettolosamente concepita dopo l’apparente flop della proposta Reggi, partorita in luglio. Roberto Reggi è stato allontanato dal Miur e “promosso” alla direzione del demanio; la maggior parte dei contenuti della sua “riforma”, però – al netto dell’aumento dell’orario di lavoro dei docenti – è stata trasferita nella Buona scuola, a firma unica: Matteo Renzi. E verrà “promossa” (o “bocciata”) da coloro che parteciperanno alle consultazioni online. La riforma della Scuola di Matteo Renzi, dunque, è di Matteo Renzi, appunto: esautorate le Camere dalla loro funzione costituzionale – quella, per chi non lo ricordasse, di legiferare – ; con l’accompagno dei trilli e delle fanfare dell’universo mediatico, quasi integralmente e servilmente schierato con il novello Napoleone; esente da qualsiasi controllo di fattibilità e di liceità di promesse e minacce contenute nel documento: dalla cancellazione delle supplenze e la stabilizzazione di 150mila precari delle graduatorie a esaurimento all’entrata a regime del Sistema Nazionale di Valutazione; dalla premialità a discrezione del dirigente scolastico e spettante ogni 3 anni ai “bravi” – necessariamente il 66% dei docenti – alla rivisitazione degli Organi Collegiali, ecco a noi l’ennesima “riforma della scuola”. La libertà di insegnamento, quel principio residuale contenuto in quel nostalgico documento post bellico, quale il premier sembra considerare la Carta Costituzionale: uno sbiadito e irrilevante ricordo.
Il 15 settembre, per iniziativa del Presidente del Consiglio, come si diceva, è iniziata una consultazione online su La buona scuola: gestita dall’apparato ministeriale, senza alcuna forma di trasparenza.
Mi chiedo: esiste certamente qualcuno, tra gli elettori del Pd, che un tempo avrà sinceramente aderito non ai principi dello stalinismo, ma a quelli della Costituzione repubblicana. Che avrà creduto in un’Italia migliore, basata non sulla velocità e sulla politica del fare, non sulla soppressione di tutele e garanzie diffuse, non sulla sottomissione acritica al mercato, non sulla dittatura personale a detrimento degli organi costituzionali e della democrazia; non sullo sberleffo, sull’irrisione, sullo scherno, ma sulla riflessione e lo studio, sui criteri di equità e uguaglianza; tra costoro, ci sarà pur qualcuno cui cominci ad affacciarsi alla mente quanto imbarazzante possa risultare la comune progettualità, l’idem sentire con il pregiudicato, l’abbraccio mortale con Berlusconi, con il quale il premier sta riscrivendo – d’amore e d’accordo – la Costituzione? Cui risultino imbarazzanti il plauso di Brunetta o di Centemero o Aprea, quando si tratti di soppressione dell’articolo 18 o di riforma della scuola? Ci sono, tra quegli elettori, donne e uomini che non più di 2 anni fa sono scesi in piazza per bloccare il pdl Aprea(-Ghizzoni); che hanno combattuto contro l’incursione dei privati nella scuola pubblica; che sono andati a votare, nella primavera del 2013, per il referendum di Bologna e per destinare alla scuola pubblica tutti i fondi, vincolando l’esercizio legittimo dei privati al “senza oneri per lo Stato” previsto dalla Costituzione? Che sono stati – con me e con altri 3 milioni di persone – al Circo Massimo, il 23 marzo del 2002 – a protestare contro l’abolizione dell’art. 18 voluta da Berlusconi? Avete tutti cambiato idea su questi fatti, voi che fate parte del proverbiale 40% che avrebbe votato Renzi alle recenti elezioni europee, firmando sostanzialmente una delega in bianco, e legittimandolo, in virtù di quel voto, a strappi clamorosi, ultimatum perentori, incapacità di dialogo reale con le parti sociali, destituite arbitrariamente e pericolosamente dall’esercizio della loro funzione?
Mi si dirà: il consenso bipartisan non è un disvalore; ed è questa un’altra affermazione del trionfo della “modernità”. Credo invece che lo sia, se si tratta di acquisire quel consenso attraverso la dismissione intenzionale di principi e valori che hanno determinato l’identità politica e culturale della sinistra; se si tratta, in poche parole, di concretizzare il programma della destra, ma facendolo da un’altra, opposta, postazione parlamentare.
Ebbene, a queste persone voglio ricordare che in Parlamento nel luglio scorso un gruppo di senatori di diversi Gruppi (Mussini, Petraglia, Montevecchi, Tocci, Liuzzi, Bignami, Bisogni, Bencini, Gambaro, Romani M., Serra e Ricchiuti) e, pochissimi giorni fa, alla Camera, i parlamentari Paglia, De Petris, Scotto, Giordano, Fratoianni, Costantino, Duranti, Pellegrino hanno presentato come disegno di legge rispettivamente 1583 al Senato e 2630 alla Camera la Legge di iniziativa popolare (LIP) “Per una buona scuola per la Repubblica”, sottoscritta, in modo certificato, da oltre 100 mila elettori.
Ci tengo a sottolineare che i due concetti di “buona scuola” – quello della Lip, scritta nel 2006 e quello del documento Renzi – sono oltremodo distanti. Fatto salvo l’evidente scippo del nome, nulla li accomuna: nel primo caso si formula – attraverso i 29 articoli del testo – un progetto perfettamente aderente ai principi della Carta. Nel secondo l’occorrenza del termine “Costituzione” è unica, vincolata alla citazione dell’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione”: provare per credere. Ma, d’altra parte, per citare Carlo Salmaso: “Utilizzando la funzione di ricerca associata ai programmi di lettura di files PDF, si possono fare alcune interessanti scoperte: nel documento la parola valutazione compare 51 volte, le parole impresa e/o azienda compaiono 19 volte, la parola merito compare 8 volte, la parola competizione compare 5 volte; compaiono una sola volta le parole condivisione e collegiale, risultano completamente assenti le parole cooperazione, compresenze, alunni per classe”. Incidenze non casuali. Ancor più clamorosa e significativa l’assenza del principio costituzionale della “libertà di insegnamento”, mai citata nel testo e che pure dovrebbe essere l’architrave della scuola statale.
La consultazione, completamente in mano al Governo, ha certamente la finalità evidente di presentarsi in Parlamento con una proposta che cambia inconfutabilmente la funzione della scuola come istituzione dello Stato asserita dalla Carta. L’eventuale consenso popolare non sarà in alcun modo verificabile; non risulta la possibilità di confronto con alcuna altra prospettiva, compresa quella della Lip (ci piace ancora chiamarla così), che sta seguendo pedissequamente e responsabilmente l’unico legittimo (fino a prova contraria) iter: quello previsto, ancora, dalla Costituzione. Appare particolarmente indicativo il fatto che il Governo, invece di sondare il gradimento di una proposta legittima, inserita in un percorso istituzionale, avallata dalla firma di 100mila cittadini, determinata dall’apporto di centinaia di docenti, studenti, genitori, preferisca scavalcare le funzioni del Parlamento e trascurare le regole democratiche del confronto, pur nella sua indubitabile prerogativa di presentare le proposte di legge che ritenga opportune. Altrettanto opportuno è però pretendere che i Presidenti della Camera e del Senato intervengano tempestivamente e puntualmente per garantire che la proposta di legge di iniziativa popolare (LIP), formalmente presentata da parlamentari di diversi gruppi politici (PD compreso) sia portata al confronto con la proposta governativa in modo da consentire all’opinione pubblica un corretto e democratico confronto.
Ecco una tabella, frutto di un attento lavoro comparativo di Giovanni Cocchi, Carlo Salmaso, Mauro Presini – che ringrazio – tra il testo della Lip e quanto si evince dal documento La Buona Scuola di Matteo Renzi [CLICCA QUI].
(Marina Boscaino, 26 settembre 2014)

22 set 2014

rete scuolemigranti per “la buona scuola”

collaborazione fra alunni di paesi diversiContributo della Rete Scuolemigranti nella consultazione del governo sul documento La buona scuola [clicca qui], che traccia le linee guida per la riforma dell’istruzione.

Scuolemigranti è una Rete di associazioni di volontariato e promozione sociale attiva a Roma e nel Lazio nell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri adulti, nell’educazione interculturale e alla cittadinanza, nel supporto linguistico agli studenti con background non italiano. Negli anni abbiamo percorso la via dell’alleanza e della collaborazione tra la società civile più attiva nell’accoglienza dell’immigrazione e il sistema educativo, i CTP/CPIA e le istituzioni scolastiche, in particolare del primo ciclo.
La nostra esperienza ci induce ad apprezzare più aspetti del documento su La buona scuola, in primo luogo la centralità strategica di una buona istruzione e di una buona educazione per lo sviluppo economico e civile del paese. Apprezziamo anche la possibilità offerta a chiunque abbia a cuore la qualità e l’efficacia del nostro sistema educativo di avanzare suggerimenti ed anche critiche. Non vogliamo però tacere la delusione per non aver trovato, in un documento così ampio e ricco di proposte, l’attenzione che secondo noi meritano non solo gli oltre 800.000 bambini e ragazzi stranieri presenti nel sistema scolastico e nei percorsi di istruzione e formazione professionale, ma più in generale i bisogni linguistici, culturali, di sviluppo sociale e professionale degli immigrati adulti, che sono sempre più spesso anche genitori nelle nostre scuole.
Ci interessa sottolineare che non è di un paragrafo stranieri che avvertiamo la mancanza, conosciamo le nuove Linee guida per l’integrazione e l’educazione interculturale, la recente ricostituzione di un Osservatorio dedicato, gli studi, le azioni, i progetti del Miur, piuttosto uno sguardo lungimirante sul sistema educativo come attore fondamentale di un’educazione alla cittadinanza e all’interculturalità che non può avvenire da sé, spontaneamente,  ma richiede politiche intenzionali specificamente mirate su una grande varietà di versanti. Non è una “buona scuola” quella che non sappia vedere tutte le persone che la popolano, comprese quelle che all’istruzione non riescono ad  accedere per mancanza di opportunità o che ne vengono escluse. Non è una “buona scuola” quella che non avverta l’urgenza di superare il persistere dei ritardi, delle ripetenze, degli abbandoni precoci, dei deficit linguistici anche dei nati in Italia, della “segregazione formativa” in alcuni comparti del sistema, tutti fenomeni che, oltre a smentire la fisionomia inclusiva del nostro ordinamento scolastico, potrebbero essere forieri di acute criticità in termini di coesione sociale e di assetto democratico. Non è una “buona scuola” quella che non sia consapevole che l’apertura al mondo si fa prima di tutto dando valore alla pluralità di mondi -  lingue, religioni, culture, esperienze – che sono ormai parte costitutiva della scuola e del paese: e che dimentichi di dire che qui c’é un potenziale vantaggio da coltivare a favore di  tutti, sia stranieri che italiani. Pur essendo orgogliosi, come Scuolemigranti, delle migliaia di adulti stranieri che con noi ogni anno imparano italiano e cittadinanza e che superano le prove per la certificazione del livello A2, soffriamo delle gravi difficoltà  che molti di loro incontrano, anche dopo anni di lavoro e di vita in Italia, a trovare con facilità luoghi accessibili, pubblici e gratuiti, dove imparare  un italiano evoluto, conseguire titoli qualificanti, vedersi riconosciuti i diplomi e le lauree ottenute nei paesi d’origine, apprendere nel confronto culturale a vivere da eguali e ad integrarsi senza timori o risentimenti nel nuovo paese.
Il sistema di istruzione e formazione, nonostante le tante esperienze di  qualità, è ancora complessivamente inadeguato a misurarsi con le sfide dell’integrazione: troppo rigido ed uniforme nell’organizzazione – a partire da orari e calendari – poche risorse dedicate, un’attenzione discontinua alla formazione delle competenze culturali e didattiche necessarie, nessun riconoscimento di alcun tipo ai dirigenti scolastici e agli insegnanti che nei CTP, nei corsi serali di secondaria superiore, negli istituti del primo e del secondo ciclo danno vita alle migliori esperienze. Riteniamo inoltre  che il documento sulla buona scuola dovrebbe essere capace di rassicurare, con l’adozione di  impegni concreti, i tanti genitori italiani preoccupati di un impatto negativo delle classi  “troppo” piene di alunni stranieri sui livelli di apprendimento dei loro figli. La scommessa dell’integrazione ha bisogno della fiducia di tutti gli interessati, italiani e stranieri.

In questo quadro, vorremmo sottolineare la particolare importanza di alcuni temi :
  • una seria formazione dei docenti sull’insegnamento dell’italiano e l’attivabilità in tutti i livelli di scuola di laboratori linguistici e di forme di insegnamento intensivo dove necessari;
  • un investimento capillare, anche attraverso la formazione dei dirigenti scolastici, su accoglienza, formazione delle classi, orientamento in uscita dalla scuola media;
  • la sperimentazione dell’insegnamento di lingue straniere ( arabo, cinese ecc ) anche come veicolo di valorizzazione delle culture “altre” e di educazione all’interculturalità;
  • la diffusione delle esperienze di cosiddetta “seconda opportunità”, attraverso il raccordo tra Ctp/Cpia, corsi serali di secondaria superiore, formazione professionale per i tanti giovani adulti stranieri e italiani senza qualifiche professionali e diplomi;
  • lo sviluppo, nella logica europea dell’apprendimento permanente, di opportunità di formazione linguistica, scolastica e professionale per adulti e di dispositivi di riconoscimento delle competenze acquisite anche per via non formale;
  • l’interazione costante tra sistema educativo e i diversi soggetti associativi che operano a favore dell’integrazione degli stranieri e del dialogo interculturale.

16 set 2014

back to school con renzi l’americano (di anna angelucci)

Rem tene, verba sequentur, si diceva tanto tempo fa. E allora analizziamo le parole e ricostruiamo induttivamente il paradigma culturale sotteso alla recente proposta del Governo sulla scuola.
Il documento, da sottoporre nei prossimi due mesi a consultazione online e offline, è tutto un florilegio di anglismi: la scuola deve uscire dalla comfort zone e diventare l’avamposto del rilancio del made in Italy. Dotarsi di insegnanti mentor capaci di proporre formazione online ma anche blended. Produrre piattaforme sperimentali con un design challenge lanciato presto da un hackaton mirante alla creazione di una app. Attrezzarsi per sfide di governance e policy a colpi di data school nazionali,
design di servizi e opening up education, ovviamente riferita alle best practices.
Ma non basta: finalmente arriva la good law e il nudging sbarca al Miur perché «assicurare piena comprensione e chiarezza su quanto il Miur pubblica è un’azione di apertura e trasparenza di pari dignità rispetto all’apertura dei dati».
La buona scuola promuove il CLIL, cioè il Content and Language Integrated Learning, e alle elementari insegna il coding attraverso la gamification. Valorizza il problem solving, il decision making e, ove necessario, potenzia l’agri-business. Gli studenti diventeranno digital makers, si supererà il digital divide e riusciremo a intrattenere gli early leavers, ovvero quei «giovani disaffezionati» (sic) che la scuola oggi non riesce a tenere con sé. Per fare questo adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «portati il tuo pc da casa». Ma, non paga, la buona scuola del governo proporrà school bonus, school guarantee, crowdfunding, emettendo all’occorrenza social impact bonds a beneficio dei privati che vorranno approfittare del succulento banchetto dell’istruzione imbandito da Renzi. Good appetite.
Ma l’anglofilia del documento non si esaurisce nella patina lessicale e nel registro linguistico. La buona scuola di Renzi è quella americana, autonoma nell’organizzazione, nella didattica e nei finanziamenti.
È la scuola intesa non come istituzione della Repubblica, costituzionalmente garantita a tutti e che offre pari opportunità di accesso critico alla conoscenza e al sapere, bensì come espressione differenziata, culturalmente marcata e competitiva, delle realtà e delle comunità locali: la scuola che si fa il suo progetto formativo e si cerca sul mercato qualcuno che abbia interesse a pagarlo.
La scuola, in America, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strappavano le terre ai Nativi e costruivano prigioni e saloon. Comitati locali le organizzavano, spesso in case private, si procuravano gli insegnanti, mettevano a disposizione i libri e la Bibbia non mancava mai. Oggi i comitati si chiamano Consigli Direttivi, sono composti da cittadini eletti e mantengono gli stessi compiti: adottano programmi didattici e gestiscono il bilancio. L’autonomia scolastica consente alle famiglie americane
il controllo sui contenuti dell’insegnamento — in Lousiana e nel Tennessee, la lobby creazionista ostacola tenacemente l’insegnamento dell’evoluzionismo — e permette ai funzionari eletti di imporre contenuti e metodi di insegnamento nei loro distretti scolastici.
La frammentazione della scuola pubblica americana ha prodotto e produce risultati scolastici così scadenti da indurre oggi il Congresso a forme di controllo centralizzato ex post. Standard e obiettivi di apprendimento nazionali da misurare con batterie di test dai cui risultati dipende la sopravvivenza o la chiusura delle scuole. Un rimedio peggiore del male, perché trasforma l’insegnamento in addestramento e, soprattutto, non solleva gli studenti americani dalle ultime posizioni nelle classifiche
internazionali. La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono private e costosissime; un paese in cui anche le scuole pubbliche, finanziate con la fiscalità municipale, possono avere rette molto elevate e dove le più accessibili si trovano nei quartieri deprivati e accolgono i poveri, gli svantaggiati, i discriminati. Un paese in cui la disparità economica è direttamente proporzionale alla disparità educativa.
C’è un passaggio, nel documento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà avere la possibilità di schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione», ossia la libertà di scegliere i docenti che riterrà «più adatti» per realizzare la propria offerta formativa. La metafora calcistica di berlusconiana memoria, rivela esattamente qual è la direzione del governo: portare a compimento il processo di privatizzazione della gestione della scuola intrapreso da Berlinguer con la legge sull’autonomia e, contemporaneamente, completare il percorso di arretramento dello stato inaugurato da Tremonti, fino alla completa dismissione della scuola pubblica. Il preside-manager, costantemente
in cerca di sponsor per finanziare la sua scuola, sceglierà e licenzierà discrezionalmente i suoi docenti, affiancato in questo da un nucleo di valutazione in cui la presenza di esterni garantirà forme di controllo politico-culturale ma soprattutto il ritorno economico degli investimenti privati. 
L’esperienza di Channel One, che in America ha un contratto con 12.000 scuole, imponendo a milioni di studenti in classe dosi quotidiane della sua programmazione televisiva e pubblicitaria, dovrebbe indurre i cittadini italiani a una riflessione seria. Il resto del documento è pura demagogia. La proposta del servizio civile a scuola, la collaborazione con il terzo settore, l’ingresso del volontariato: un omaggio dell’esecutivo a certa cultura scoutista e democristiana; il riferimento alla sussidiarietà, una strizzata d’occhio a Compagnia delle Opere e a Comunione e Liberazione.
E infine, l’impegno di assunzione di 150.000 precari nel 2015, accompagnato dall’ignobile ricatto a milioni di insegnanti di ruolo che impone di rinunciare al loro attuale status giuridico e di restare inchiodati fino alla pensione al loro miserevole stipendio iniziale. Un impegno spacciato come scelta e come testimonianza della volontà del governo di investire nella scuola, in realtà ineludibilmente imposto dalla procedura d’infrazione avviata a Bruxelles contro l’Italia per la violazione della normativa
comunitaria sulla reiterazione dei contratti a termine.
Una promessa da far tremare i polsi in tempi di tagli draconiani e di riforme feudali imposte dalla Troika: ma forse, l’ennesima velleità di chi, assai pericolosamente, «vuo’ fa’ l’americano».

Anna Angelucci, Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica
15.9.2014, il manifesto