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28 ago 2017

quando chiude una scuola (il cpia pizzigoni, milano)



Dopo una resistenza durata un anno, il CPIA Pizzigoni chiude. Riportiamo l'appello di un insegnante d’italiano L2 presso il Cpia 5 Milano, pubblicato dallo scrittore Gianni Biondillo sulla rivista on-line Nazione Indiana.





Quando chiude una scuola, si perde sempre.

Si perde la possibilità d’imparare a convivere, si perde la possibilità di stare al mondo imparando a conoscere. Stare al mondo, imparando a conoscere? In nessuna scuola ti possono offrire, si può apprendere tutto lo scibile, ma il bravo docente è chi t’insegna, cerca di comunicare la volontà d’imparare, sempre. Queste sono le parole di un insegnante di Milano, che probabilmente a settembre dovrà trovare una nuova scuola, perché la sua potrebbe definitivamente chiudere. 
La mia scuola, si trova a Milano, in via Pizzigoni 9, nella periferia nord–ovest della città. 
La mia scuola è l’unica scuola in quella parte della città; dico “unica“, non per vanità o per fare il tragico. La sua peculiarità, la sua “mission” è quella dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri (italiano L2). La maggior parte degli studenti proviene dall’intero mondo: questa è la bellezza della mia scuola.
Nel giro di due piani, conosci il mondo, senza frontiere o dogane, se non quella effettiva della nostra segreteria che richiede come da legge un documento regolare per poter accedere ai corsi.
Attenzione, la nostra scuola non è solo per stranieri, ma sono parte significativa anche gli italiani che dopo un percorso di vita o scolastico accidentato, complicato, giungono da noi per frequentare la terza media e accedere all’esame di stato per il diploma. Non è una scuola più facile, né per chi viene come studente, né per chi ci lavora: niente è dovuto. Siamo una scuola statale e ci atteniamo con scrupolo e professionalità alle leggi.
Insegnare l’arte della convivenza, ad un gruppo di studenti eterogeneo per età, nazionalità e pregresso scolastico, non è sempre facile; però, guardando i miei studenti ho potuto sempre riconoscere un possibile modello di convivenza pacifica a Milano.
Così gli dicevo: “noi dobbiamo imparare a stare bene insieme qui, perché se stiamo bene qui, allora anche fuori, nella città staremo bene, in pace. Noi siamo una parte di Milano, e Milano è parte di noi.”
Quando una scuola chiude, si perde una possibilità di crescere e di far crescere in pace Milano.
Si lascia un vuoto, si abbandona uno spazio, il cui senso, il cui significato profondo è quello della vita sociale: s’impara a riconoscersi come cittadini, come attori sociali che portano ricchezza, esperienza, emozioni. Spazio in cui si apprendono gli strumenti, come la lingua italiana, per essere riconosciuti come Persona e non come massa indistinta e spaventosa. Non un numero o una provenienza geografica “ il senegalese, il marocchino, il cino”.
Via Pizzigoni 9, periferia nord–ovest di Milano, un po’ prima di Quarto Oggiaro; il quartiere si chiama Villapizzone.
Nella geografia della città, è una zona strategica: vicina a tutto l’hinterland, vicina a Paolo Sarpi, la Chinatown milanese, vicina al Triboniano (campo rom), vicina alla caserma Monbello, dove sono sistemati i profughi, un quartiere di periferia che quando è inverno, e fa presto buio, avrebbe bisogno di più luce e gente in strada se ne vede poca.
La nostra scuola era presente da almeno trenta anni: prima in una via poco distante, via De Rossi, da cui per motivi logistici ci siamo dovuti spostare e poi ora in via Pizzigoni).
Il trasloco l’abbiamo fatto noi, personale della scuola (insegnanti, segretari, la stessa preside, commessi), abbiamo caricato le nostre macchine e ci siamo trasferiti. Non è facile, ma ce l’avevamo fatta: tra corsi d’italiano e scuola media, quest’anno sono stati accolti almeno 800 studenti.
Ho usato il verbo “accogliere” per questo motivo: la scuola per funzionare, per promuovere la socialità, deve riconoscersi come luogo dove non solo si riceve come fosse lettera o pacco, ma si accoglie lo studente come cittadino, con diritti e doveri, una sua storia, una sua situazione che ha una primaria necessità: imparare l’italiano e le regole della vita in Italia.
La nostra scuola in collaborazione con la Prefettura di Milano, organizza corsi di Formazione Civica e test di lingua italiana per il permesso di soggiorno. I cittadini neo arrivati in Italia imparano quali sono i loro diritti e doveri, gli articoli della Costituzione più importanti, come e dove rivolgersi per i bisogni essenziali (medico, lavoro, la casa…). Il test per il permesso di soggiorno è un esame, i cui candidati sono mandati dalla Prefettura per verificare il loro livello di conoscenza della lingua italiana, utile per l’ottenimento o meno del permesso del soggiorno.
La nostra scuola ha dunque una funzione vitale per il tessuto sociale di Milano.
Quando si chiude una scuola, si chiude, si dismette la possibilità di migliorare Milano.
Sono stati realizzati progetti per farla diventare più bella, per comunicare la sicurezza: sono intervenuti scrittori, artisti, la polizia scientifica e mediatori e infermieri, tutti gratis.
Andare a scuola non significa solo recarsi in un posto, andare a scuola è una locuzione che ha molteplici significati: quello fisico di camminare fino a là, imparare, ritrovarsi con amici e docenti con tutto ciò che può nascere e derivare da un incontro.
Ci avevano assegnato uno spazio dietro una scuola abbandonata per amianto, la scuola media Colombo. Spesso entravamo per vedere, seguire i lavori del nostro edificio. Una volta ultimato, abbiamo traslocato e siamo ripartiti, con l’assicurazione delle autorità, che presto la scuola media Colombo, quella con l’amianto, sarebbe stata abbattuta.
L’impatto, la visione con la nostra scuola è quello di un cancello da cui si vede una vecchia bandiera italiana tutta sporca e sbrindellata, appesa da un pennone della presidenza della Colombo : vetri rotti, macerie e abbandono.
Ma se si guarda bene sul cancello, c’è soprattutto un enorme striscione plastificato con tantissime facce di ragazzi e docenti e il nome della nostra scuola, la nostra bandiera colorata.
La nostra scuola non si vede dal cancello, devi camminare e poi la trovi con una bella scritta colorata sul suo muro frontale CPIA MILANO e poi un grande murales con le stesse facce del cartellone, dello striscione.
La Colombo, sempre quella con l’amianto, non è mai stata abbattuta, anzi, durante l’inverno è divenuta, per Emergenza Freddo, organizzata dal Comune di Milano, un dormitorio.
L’amianto a loro non nuoceva. La convivenza non è stata facile tra i le due parti sociali, ma abbiamo pazientato.
La mattina, cocci di bottiglie e altra sporcizia; la notte, la sensazione effettiva di poca sicurezza e dunque la paura: le professoresse non venivano mai lasciate uscire da sole.
Poi “Emergenza Freddo” è terminata, ma qualcuno, avendo visto quanto spazio abbandonato potesse essere occupato, l’ha occupato e ancora adesso è così: è stato scritto un articolo sul Corriere della Sera “L’hotel delle ombre”.
Durante questi mesi estivi sono, manca il soggetto, perché non è possibile sapere, non si sa chi, entrati a scuola, rubando e vandalizzando.
Finita la resistenza? Si chiude? Dopo un anno, in cui più volte sono state chiamate le forze dell’ordine per sgomberare la nostra stessa scuola, in cui al piano inferiore, si erano chiuse alcune persone, visibilmente alterate. Dopo un anno il cui commesso, con grande coraggio, apriva la scuola, da solo, rischiando sulla sua pelle, la reazione delle persone da lui svegliate e allontanate, si chiude.
Le numerosi segnalazioni del Preside e della nostra Coordinatrice, a chi di dovere, come si usa dire, non hanno comportato la soluzione dei problemi: altre emergenze più emergenti altre urgenze più urgenti, altri numeri da chiamare e richiamare.
Si chiude? La chiusura, se così fosse, non può e non deve essere una dichiarazione di resa: rimane però forte il senso di un abbandono da parte delle istituzioni, di una politica sociale schizofrenica e quella bandiera italiana sbrindellata, dai colori sbiaditi appesa all’Hotel delle Ombre, fu un tempo scuola media Colombo, luogo di luce, d’incontro dove imparare la convivenza.
Certo che ora vado a prendermi la mia bandiera: quello striscione con tutte le facce dei miei studenti e il nome della nostra scuola : CPIA PIZZIGONI. 
Gianluca Gaetano Fazzi 
Insegnante d’italiano L2 presso il Cpia Pizzigoni, CPIA 5 MILANO
da nazioneindiana.it, 27 agosto 2017

3 ago 2017

un'occasione per tutti, sull'ipotesi di accorpamento delle scuole cadorna e paravia

A fine luglio scorso il Presidente dell'Assemblea dei Genitori Istituto Cadorna ha scritto all'Assessore all'Istruzione del Comune di Milano Anna Scavuzzo contro l'ipotesi di accorpare la scuola di via Paravia all'Istituto Comprensivo Cadorna (zona san Siro) (da il giorno del  1. agosto 2017). La riorganizzazione della rete scolastica risponde sostanzialmente a criteri esclusivamente economici, spesso ignorando le esigenze del territorio e i reali bisogni dell’utenza scolastica. In questo caso i genitori dell'istituto Cadorna temono che l'accorpamento con la scuola di via Paravia possa compromettere i risultati raggiunti negli ultimi anni nell'ambito dell'integrazione e dell'offerta.

Gentile Assessore,
Le scrivo a nome dei genitori dei bambini che frequentano l'Istituto Cadorna e di tutti i genitori che hanno dato vita nel corso degli ultimi 8-10 anni all’Associazione Cadorna e all’Assemblea che rappresento.

Nel corso degli anni, grazie alla collaborazione scuola famiglia e all’impegno dei genitori di cui sopra, siamo riusciti a far fonte a numerosi problemi  quali integrazione, mancanza di risorse, ripopolamento di Italiani nativi ecc.
Problemi comuni a molte scuole italiane, anche di Milano, ma che da noi “Scuola di Frontiera” con uno dei quartieri più densamente popolati da immigrati (e in particolare da profughi e persone che a stento riescono a sbarcare il lunario)  hanno rappresentato il motivo per cui dalla scuola si sono allontanate moltissime famiglie italiane rischiando di farla diventare “scuola-ghetto”.
Una scuola (la prima del quartiere San Siro) , conosciuta ormai solo perché si ricordava che una maestra aveva tagliato la lingua a un bambino o perché frequentata da Cosiddetti “EXTRACOMUNITARI”,  è riuscita a diventare modello per le  scuole “Aperte”, e una delle tre scuole con l’offerta di corsi extracurriculari più vasta a Milano, dove lo sport o la musica o le attività culturali sono garantite gratis “anche dopo la scuola” a chi non può permetterselo; una scuola che  grazie all’impegno dei genitori e alla collaborazione della dirigenza riesce a dotarsi di LIM per tutte le aule e a insegnare  Inglese (Curricolare) con docente Madre lingua GRATIS per tutti (oltre 1000 bambini); allora abbiamo una scuola perfetta?  No! una scuola che affronta le mille problematiche con  risorse scarse ma con grande impegno e che a volte deve fare anche i conti con  le sconfitte.
Vede Assessore, i residenti del quartiere fanno ancora fatica a frequentare la nostra scuola nonostante tutto quello che abbiamo fatto e facciamo e  oggi da molti genitori del quartiere Fiera e San Siro la frase più frequente che mi sento dire è “una decisione coraggiosa la vostra”  ma la mia risposta è sempre più la stessa: “no è una decisione responsabile” .
Grazie a questo senso di responsabilità quest’anno  siamo riusciti a coinvolgere nel lavoro per la scuola altri genitori e altri bambini, e noi non molliamo!Tutti  questi risultati non sono venuti  grazie all’impegno o alle scelte politiche dei suoi predecessori, questi sono i risultati del lavoro (a volte delle nottate di lavoro ) fatte dai genitori, da insegnanti  e dal personale della scuola che si sporcano le mani anche oltre il proprio orario o il proprio compito, perché la parola solidarietà è bella ma quando si tratta di renderla vera e concreta ci vuole impegno e dedizione, per l’amore dei propri bimbi, di tutti i bimbi che frequentano la scuola (a prescindere dalla provenienza, la religione e dal colore della pelle o della lingua che hanno imparato da piccoli) e per salvare la parità e la salvaguardia dei loro diritti in primis quello allo studio.

In questi giorni è emersa la volontà di accorpare la scuola di Via Paravia al nostro plesso, una scuola con tante difficoltà e sempre sull’orlo della chiusura, con una presenza di circa il 5% di bambini nativi Italiani e con grandi difficoltà di integrazione. È proprio da qui che nasce la nostra lettera e il nostro sconforto, vede, normalmente a chi si impegna e aiuta affinché le cose funzionino (in questo caso la COSA PUBBLICA e cioè di tutti) normalmente viene riconosciuto un merito, a volte, purtroppo raramente in Italia, un premio, addirittura in questo caso, nel nostro caso si è deciso di rendere più gravosa una situazione, già difficile, e mettere a rischio il lavoro che per anni è stato fatto con unico ed esclusivo fine che è il bene dei bambini. Che sia ben chiaro, i nostri bambini non sono diversi da quelli di Paravia che già accogliamo (poiché molti bambini provengono anche da quel bacino)  e accoglieremmo come abbiamo accolto i bambini del FACOLTOSO quartiere Fiera e della scuola GATTAMELATA,  limitando i nostri spazi i tempi di gioco e di mensa  per garantire loro il diritto a frequentare una scuola degna di questo nome.
 Il fatto è che il peso organizzativo e amministrativo non potrà non incidere sull’andamento delle attività degli altri istituti del plesso, generando comunque disparità tra loro, che in alcuni casi saranno impossibili o comunque difficilissime da colmare. 
Vede assessore, noi non faremo mai il “Pippone”  sull’art. 3 sull’eguaglianza  e le periferie che di solito fanno i politici durante le elezioni, noi sappiamo di essere tutti uguali e di avere diritto ai “pari punti di Partenza” , però troppo spesso decisioni imponderate al limite della scelleratezza ci hanno fatto sentire meno uguali di altri, che sono seduti a godersi il proprio diritto allo studio mentre ci sono bambini che rischiano di vedersi chiusa la scuola o peggio non vengono accettati perché portatori di Handicap e la scuola non fa nulla per poterli ricevere e accudire come meritano.
Vede Assessore, sono quasi le 23,30 di un venerdì d'estate, e molti genitori sono riuniti con me a scrivere questa lettera aperta dopo una giornata intensa di lavoro, qualcuno l’ha passata in ufficio, altri in ospedale a curare ammalati, altri anche in strada sotto il sole di luglio, ma tutti uniti per il bene dei bambini e con un dubbio sul cosa accadrà alla scuola, al lavoro e ai sacrifici che abbiamo fatto in questi anni per far si che la nostra scuola sia degna di questo appellativo e per questo noi NON MOLLEREMO!
Siamo sicuri che la stessa preoccupazione la vivono tutti i componenti del corpo scolastico, che in questo periodo devono affrontare le domande dei nuovi iscritti ; sappiamo benissimo, noi che oramai frequentiamo da anni, che questo non accadrà, ma spiegatelo ai genitori dei bambini che approcciano la scuola per la prima volta e che si sentono dire che loro fanno parte della scuola di Paravia, da più parti definita scuola ghetto da oltre 10 anni, voi che fareste? Lei che farebbe nei loro panni?
Vede Assessore, e concludiamo, noi faticosamente riusciamo a raggiungere il  20% dei bambini Italofoni  (di nascita o come prima lingua) se si vuole affrontare il problema dell’integrazione, delle periferie e la sopravvivenza di scuole come quella di Via Paravia, non si affronta facendola diventare un peso per chi ha già grandi difficoltà, ma bisogna farla diventare un opportunità per altri, per fargli conoscere la bellezza e la ricchezza della diversità e dalla solidarietà. Potrebbe essere una occasione per tutti.
Sappiamo che il CDI ha già inviato il verbale del Consiglio straordinario tenutosi a Giugno e che attende un vostro riscontro per un tavolo di confronto. La richiesta era di pronuncia entro il 30 giugno, ma ad oggi non sono trapelate notizie rispetto a quanto voglia fare l'amministrazione.
Sollecitiamo quindi cortesemente notizie prime delle chiusure estive. Noi genitori siamo disponibili al dialogo, ma pronti a mobilitarci per il diritto assoluto dei bambini di Paravia e di Cadorna a non vivere in una scuola ghetto, ovvero per mantenere il bacino di Paravia con l'istituto Calasanzio (con scuola di Paravia aperta o chiusa),  e al contempo re-investire su entrambe le scuole e sul quartiere.
Le auguriamo buon lavoro in attesa di notizie,

Cordiali  saluti

Gianfranco Manetti
Assemblea dei Genitori Istituto Cadorna

Milano, 28 luglio 2017 

26 lug 2017

don milani, un prete pop


Storie. Ci sono voluti i cinquant’anni dalla morte per il suo ritorno da protagonista. Incentrato sulla figura del pievano di Barbiana va in scena a San Miniato «Vangelo secondo Lorenzo». Uno spettacolo di grande respiro, scritto da Leo Muscato assieme a Laura Perini


Ci sono voluti 50 anni dalla sua morte, per questo ritorno da protagonista della figura di don Lorenzo Milani, ma bisogna dire che nonostante le molte sbracature (e qualche professione tardiva e improbabile di ammirazione sopra le righe), perfino negli spettacoli che ne ripercorrono e ripropongono ora la storia, la figura del sacerdote toscano esce limpida e fortissima, come era apparsa del resto già allora a qualche intellettuale: da La Pira a qualche giornalista cattolico di sinistra» inguattato e isolato magari nei culturali della Rai, o a persone anch’esse notevoli come il maestro di Piadena Mario Lodi, o il grande Giorgio Pecorini (sull’Europeo e poi sull’Espresso, ma che poi anche i nostri lettori hanno avuto modo di apprezzare).

Ma era soprattutto alla «base» che le parole di don Milani parlavano: a giovani e giovanissimi, magari appena adolescenti, che sentivano le potenzialità elettriche del Concilio Vaticano II e anche la pachidermica mummificazione del sistema sovietico, ma poi trovavano poche rispondenze, o assai limitate o d’élite, nella vita quotidiana che si trovavano a intraprendere. Il ’68 era ancora di là da venire, ma sicuramente, quando arrivò, aveva nelle tasche di molti L’obbedienza non è più una virtù [il testo] [la risposta ai cappellani]: bellissimo motto, ma che conteneva oltre alla lucidità di padre Ernesto Balducci, la tragedia vera del «caso Fabbrini», primo obbiettore di coscienza in Italia, ripetutamente processato per «diserzione» con la benedizione dei santi «cappellani militari», che solo oggi rischiano finalmente di perdere quella qualifica medievale! Ma soprattutto, baedeker fondamentale di ogni contestazione, tutti conoscevano Lettera a una professoressa. Un libro bianco e austero, che conteneva in quelle pagine semplicissime e di immediata comprensibilità, una analisi abissale della scuola italiana, una istituzione che il boom appena trascorso aveva voluto «rinnovare» e modernizzare, con lo storico passaggio alla scuola media unificata varata solo un pugno d’anni prima che il libro nascesse a Barbiana. Un libro quella Lettera impietosa, che la scuola riformata faceva a pezzi, scoprendone la funzione di classe innegabile, con la selezione impietosa che andava a compiere, attraverso immagini tanto semplici e suggestive che sono andate a costituire il dna di quella generazione: come l’ingiustizia fintamente egualitaria di dare strumenti e possibilità in misura «uguale» a tutti i ragazzi, che uguali però non erano affatto, per famiglia, censo e cultura. E conteneva anche, la Lettera di don Milani e dei suoi scolari di Barbiana, cose meno facili da capire e accettare, a proposito di egualitarismo radicale. Come l’approvazione di certe regole maoiste che contemplavano in Cina davanti a reati sociali gravi, pene ancor più gravi e mutilazioni definitive. Una moralità senza mediazioni, difficile da accettare in una cultura borghese, ma che si fondava, e quindi legittimava, nella vita miserrima di un gruppo di ragazzi in quello spigolo di Mugello dove Barbiana diventò scuola del mondo.

Nella sua pratica quotidiana, era una vera utopia che prendeva corpo, e che avrebbe dato linfa, talvolta inconsapevole, a tante coscienze, dopo. Non fu amato quel prete di campagna, nato da famiglia intellettuale e borghese, e poi convertito a quella povertà assoluta che lo rendeva libero e inattaccabile. Soprattutto dall’ordine costituito delle tremende gerarchie ecclesiastiche che in ogni modo cercarono di ostacolarlo. E solo una malattia terribile riuscì a portarsi via. Fanno sorridere oggi (ma neanche tanto) gli eredi di quelle stesse gerarchie, in prima fila ora nel riconoscerne la virtù (la disobbedienza?), profondendosi in complimenti e apprezzamenti. Certo costretti dall’indomabile papa Francesco, che un mese fa, proprio nel cinquantenario della morte, è andato a Barbiana a pregare per don Milani. «Da papa» ha sottolineato a proposito di una propria frase. Ma Bergoglio si sa, è un’eccezione, anche in Vaticano dove continua a vivere, quasi da estraneo, nella foresteria per gli ospiti. E che prima di occuparsi di Barbiana aveva identificato un altro precedente scandaloso cui votarsi.

Anzi si prepara a dichiarare addirittura «santo» monsignor Romero, l’arcivescovo del Salvador fucilato sull’altare dagli squadroni della morte di qualche organismo panamericano. Nello stesso tempo però, il cinquantenario ha spinto anche Mondadori a raccogliere in due meridiani tutti gli scritti di don Milani. A questo punto, il pievano di Barbiana ha cominciato a prendere corpo anche su qualche palcoscenico. E l’impegno maggiore è quello cui coraggiosamente si è votato quest’anno l’Istituto del dramma popolare di San Miniato, che ha rotto gli indugi di altre occasioni, e presenta in questi giorni Vangelo secondo Lorenzo (una replica ancora stasera alle 21.15 nella chiesa di san Francesco, e poi in tournée toscana la primavera prossima, e nell’autunno 2018 in tournée nazionale).

È uno spettacolo di grande respiro, scritto (a quattro mani assieme a Laura Perini) da Leo Muscato che ne è anche regista. Del testo originale, solo la metà va in scena, con gli episodi che riguardano la parrocchia di Calenzano e quella di Barbiana: l’insieme potrebbe essere destinato a una narrazione televisiva. E non c’è da scandalizzarsi: anche questa anticipazione da palcoscenico è dichiaratamente pop, nel senso originale di «popolare», perché vuol far conoscere al più ampio pubblico un padre semisconosciuto e per tanto tempo osteggiato della nostra cultura. Un contenitore austero (canonica, chiesa, casa del popolo) che cambia a vista, mentre il bravissimo Alex Cendron, nei panni sempre talari del protagonista, affronta le tante stazioni di questa umanissima quanto rigorosa via crucis. Attorno a lui, partecipazioni molto sensate: quelle dell’Arca Azzura di Ugo Chiti (coproduttori assieme a Elsinor e al Metastasio), da sempre fautori di un teatro che da paesano afferma verità universali, e altri attori di provenienza diversa come Alessandro Baldinotti o Andrea Mascagni. Ma soprattutto una scatenata banda di ragazzi, gli allievi primari di Barbiana, che hanno divertito e commosso anche chi allora quella condizione l’ha vissuta davvero.

Gianfranco Capitta, il manifesto, 26 luglio 2017

13 lug 2017

un piano straordinario di governo per combattere la dispersione scolastica e l’abbandono

Per contrastare efficacemente la dispersione scolastica e l’abbandono, l’associazione NonUnodiMeno mette a disposizione di tutte le forze sociali e politiche della sinistra un piano straordinario per affrontare globalmente questa vera e propria “piaga sociale”, considerato che un ragazzo su tre non raggiunge il diploma della scuola secondaria superiore.
Se le cause della dispersione sono prevalentemente di tipo socio-culturale, una strategia corretta che vuole puntare al cambiamento radicale dovrebbe mettere a disposizione forti investimenti pubblici di tipo perequativo – cioè in controtendenza con i forti tagli degli ultimi governi ed in direzione contraria alle donazioni dei privati.
Queste risorse pubbliche dovrebbero servire proprio per sostenere quelle scuole a più alto rischio di dispersione – le scuole di serie B, le scuole delle periferie, gli istituti tecnici e professionali.
La nostra proposta non è puramente teorica ma fa riferimento al modello delle ZEP francesi istituite nel 1981 dal Governo della gauche di Jospin – le zones d’education prioritaires – con l’obiettivo di fornire un sostegno aggiuntivo alle aree del paese scolasticamente più disagiate. E insieme si potrebbe fornire incentivazione professionale proprio a quegli insegnanti impegnati nelle situazioni più problematiche, oppure sostegno all’elaborazione di progetti di innovazione didattica e di incoraggiamento a pratiche di autovalutazione di istituto per contrastare la dispersione.
Non è un caso che più di 100 scuole in Francia si siano mobilitate per opporsi alla decisione del Governo Hollande di tagliare queste Zone Speciali.
Il secondo terreno su cui intervenire è quello dell’organizzazione strutturale del sistema scolastico: se la zona maggiore di dispersione è quella del biennio delle superiori, è qui che dobbiamo produrre lo sforzo maggiore di cambiamento.
Stiamo parlando di ragazze/i di 15/16 anni che si scontrano con un sistema di istruzione ingiustamente selettivo proprio in una fase dello sviluppo evolutivo particolarmente delicata dove l’insuccesso viene vissuto come un fallimento personale – e non come un grave problema sociale – producendo uno stato di delusione, di rassegnazione, di caduta dell’autostima e di sfiducia verso le istituzioni difficilmente recuperabile.
In questo contesto, andrebbe reso concreto e reale l’obbligo scolastico a 16 anni che è qualcosa di più e di diverso dal generico obbligo di istruzione introdotto con la Legge 296 del 2006 che è ambiguo perché consente un doppio canale, con una scelta precoce e antipedagogica che già a 13 anni divide tra chi continuerà gli studi e chi invece sceglierà la formazione professionale. Ambiguo perché – cosa ancora più grave – consente di assolvere all’obbligo di istruzione anche attraverso l’apprendistato.
Il cambiamento che auspichiamo può essere possibile solo se andiamo verso un superamento netto dell’impianto Gentiliano del 1923 che è fondato su norme e modelli rigidi e separati tra loro con 4 macro-ordinamenti: i licei, gli istituti tecnici e professionali, la formazione professionale gestita dalle Regioni.
Anche in questo caso il nostro non vuole essere un ragionamento puramente teorico perché nella nostra storia ci sono già state esperienze che hanno superato quelle rigidità e che hanno indicato/sollecitato un sistema unitario capace di allargare le opportunità di apprendimento dello studente. Queste esperienze si chiamavano Itsos – Istituti Sperimentali – che avrebbero dovuto anticipare la riforma della secondaria superiore.
Come sempre le migliori esperienze di quegli anni, ’70 e ’80, sono state poi tagliate, ma di quel periodo di grandi speranze è rimasto un punto qualificante che è quello del biennio unitario e orientativo in grado di garantire una solida cultura generale di base ed un assaggio delle materie professionalizzanti. Il biennio della scuola secondaria superiore è dunque a nostro parere lo snodo strategico per tutto il sistema di istruzione.
Il terzo punto riguarda le metodologie didattiche, che devono essere profondamente innovate se vogliamo contrastare la dispersione. Il cambiamento deve essere radicale perché se vengono riproposte nella tradizionale impostazione frontale e cattedratica o nel semplice “riciclo di argomenti triti e ritriti” le metodologie generano quel distacco e quella anoressia intellettuale dei giovani che ben conosciamo.
L’ora di lezione dovrebbe essere “l’incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento” (Recalcati). Il sapere dovrebbe essere come un risveglio che apre nuovi mondi.
Se la scuola diventa invece una sorta di computerizzazione delle conoscenze nella quale, come in un’azienda, si tratta di schiacciare nella testa dei ragazzi una serie di nozioni, allora viene meno quel sapere inteso come una scoperta che apre nuovi interessi. L’innovazione delle metodologie didattiche è un passaggio necessario perché c’è grande bisogno di ri-motivare i ragazzi e di ri-orientarli rispetto a scelta spesso sbagliate.
Allora realizziamo l’apprendimento cooperativo (cooperative learning) nel quale “il noi” prevalga “sull’io”, dove prevalga l’aiuto reciproco e la solidarietà al posto della concorrenza meritocratica. Realizziamo corsi continuativi (non una tantum) di recupero e di ri-motivazione sostenuti da risorse adeguate, realizziamo la peer education così che gli studenti degli ultimi anni possono aiutare i loro compagni di prima e seconda superiore utilizzando con opportune Convenzioni l'Alternanza  Scuola e Lavoro come già abbiamo messo in pratica in alcune scuole milanesi. Invece che mandare i ragazzi a fare fotocopie o a vendere patatine ai fast food di Mac Donald diamo loro la possibilità di mettere in pratica come Peer Tutor ciò che hanno imparato negli anni di scuola.     Realizziamo poi una scuola che unisca il sapere con il saper fare attraverso una didattica laboratoriale. E soprattutto rilanciamo con forza quella scuola della Costituzione che è il fondamento di una società che vuole garantire pari dignità sociale e l’eguaglianza dei cittadini.

15 giu 2017

manchester e la "maschera di rabbia" (di ermanno battaglini)

All'indomani dell'attentato a Manchester, entrato in classe (seconda media), alcune alunne mi chiedono di poter parlare di questo attacco suicida ad un concerto per teenager. Recepisco, ma svolgo la normale lezione.
Il giorno dopo dico agli alunni di osservare un'immagine alla Lim e, passato qualche minuto di silenzio, di alzare la mano per un commento. Alla Lim è comparsa la vignetta di Biani: sfondo rosso scuro, in basso la silhouette nera di un uomo, col volto coperto, che punta un fucile contro un palloncino rosa in alto - perché tu voli e io no?
Cominciano i commenti: "La persona nera simbolo di odio, il palloncino rosa simbolo di amore ... il rosa sembra la gente che scappa da ogni cosa brutta e cerca di liberarsi, di sentirsi leggera, ma c'è sempre qualcuno che ti tira giù ... il disegno si riferisce all'attentato di Manchester, molti credevano che erano stati i palloncini a scoppiare ...".
Alza la mano Sharon, un'alunna dislessica che non interviene mai: "La persona con il fucile vestito di nero per me rappresenta una maschera di rabbia ed anche lui secondo me aveva un po' di paura perché la sua parte cattiva ha vinto nella sua parte buona".
Dico agli alunni di chiudere gli occhi. Quando li riaprono parte il video di prisencolinensinainciusol: il professor Celentano spiega, ad un'alunna, che non è vero che lui ha scritto una canzone con parole che non dicono niente ma che ha sviluppato il tema dell'incomunicabilità, mettendo al centro la parola prisencolinensinainciusol che significa amore universale.
Siamo tutti in piedi e ci dimeniamo cercando di imitare il molleggiato. Qualche giorno dopo ho fatto vedere alla Lim un elenco di libri, poi li ho mostrati estraendoli dalla borsa. Più di uno si è fatto avanti e ha scelto il proprio libro per l'estate. Sharon ha voluto "Il pianeta di Standish", di Sally Gardner. Sharon mi ha rincorso per il corridoio. "Professore ti devo parlare". "Dimmi". "Il protagonista del libro che ho scelto è dislessico".
 

Ermanno Battaglini, Oria (Br)
Lettera pubblicato dal quotidiano "il manifesto" il 15/05/2017

24 mag 2017

franco lorenzoni: la scuola per don milani

Per rendere sovrani i ragazzi, anche i più poveri bisogna fare un lavoro durissimo: consapevole di questo don Milani faceva una scuola a tempo strapieno. Franco Lorenzoni ricostruisce per Rai Cultura Letteratura l'impegno di don Lorenzo Milani nei confronti dei figli di contadini sfociato in Lettera a una professoressa. Perché ci sia democrazia, prima deve esserci la scuola; la sua idea della scuola era molto politica. Lorenzoni parla poi del rapporto tra don Milani e Mario Lodi, che s'incontrarono nel '63 e si scrissero alcune lettere molto significative, che mostrano il fecondo intreccio tra le loro pratiche didattiche, in particolare riguardo alla scrittura collettiva.


Franco Lorenzoni è nato a Roma nel 1953. È maestro elementare dal 1978. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha fondato e dirige ad Amelia, dal 1980, la Casa-laboratorio di Cenci, un centro di ricerca e sperimentazione educativa ed artistica, particolarmente impegnato su temi ecologici e interculturali. Ha pubblicato diversi libri tra cui  I Bambini pensano grande, cronaca di una avventura pedagogica e L'ospite bambino sull'educazione interculturale. Collabora alle riviste "Gli Asini", "La vita scolastica" e "Cooperazione educativa" e ha una rubrica nel supplemento culturale domenicale del "Sole 24 ore".

Il video: [clicca qui] oppure [clicca qui]