03 ott 2015

referendum sulla scuola, un flop annunciato

Il 30 settembre 2015 era il termine ultimo per dare efficacia alla raccolta di firme di due referendum sul mondo della scuola. Il primo presentato dal movimento Possibile di Giuseppe Civati, il secondo dal “Comitato promotore Leadership alla scuola”, vicino al sindacato Snals di Napoli.

Una sfida davvero difficile raccogliere in periodo estivo le 500 mila firme valide previste dalla normativa (ma per una maggiore tranquillità ne sono necessarie almeno il 20% in più). L’obiettivo dei promotori era di completare la raccolta, avviata successivamente al 13 luglio 2015, data di approvazione della legge, entro il 30 settembre 2015 per consentire lo svolgimento dei referendum la primavera prossima, tra il 15 aprile e il 15 giugno 2015, come previsto dalla legge. In caso contrario, i referendum sarebbero slittati al 2017. Ma la normativa prevede infatti che la richiesta di referendum non può essere depositata nell'anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle Camere medesime. E nel 2018 termina, per l’appunto, il quinquennio legislativo in corso. “In the long run we are all dead”, nel lungo periodo siamo tutti morti, come diceva un noto economista.

Ma raccogliere le firme necessarie entro il 30 settembre non sarebbe comunque stato sufficiente. Tutta da verificare la successiva pronuncia positiva di due giudizi di merito, quello della Corte di Cassazione, che si esprime sulla loro legittimità costituzionale (ovvero la conformità alle norme della legge), e quello della Corte Costituzionale, che si esprime sulla loro “ammissibilità” (limiti di natura costituzionale, impliciti o espliciti). E poi, per “vincere”, la necessità di raggiungere il quorum, costituito dal 50% più uno degli aventi diritto al voto, obiettivo non facile visto la inesorabile disaffezione al voto dell’elettorato. Ed infine il 50% più uno di SI all’abrogazione (circa 13 milioni di cittadini).

A queste difficoltà “tecniche”, aggiungiamo che i due referendum sono stati proposti senza alcun coinvolgimento del mondo della scuola. E’ mancato il dialogo, è mancata la condivisione. Le associazioni, le organizzazioni, i comitati, i movimenti che da almeno dieci anni si battono per la vera Buona Scuola non sono state coinvolte, ascoltate. Ci limitiamo agli ultimi dieci anni perché, senza voler far torto a nessuno, e ben consapevoli che la battaglia per la vera buona scuola ha radici più antiche, proprio dieci anni fa, il 30 gennaio 2005, è stata presentata la Proposta di Legge di iniziativa popolare per la Buona Scuola della Repubblica [clicca qui]. Ignorata dalla politica, abbandonata da un’importante fetta della stessa scuola, quella proposta è, indubbiamente, il punto di partenza per qualunque battaglia a favore della scuola. E con esso, lo sono i movimenti, gli insegnanti, i cittadini che l’hanno scritta, sostenuta, appoggiata e sottoscritta.

Il quesito proposto dal movimento Possibile intendeva cancellare la norma contenuta nella recente riforma della Scuola che attribuisce al Preside la facoltà di chiamata diretta degli insegnanti [leggi il testo completo del quesito]. E’ stato presentato insieme ad un pacchetto di altri 7 referendum (2 sulla legge elettorale, 3 sulla riconversione ecologica dell’economia, 2 sul job act). Principale obiettivo di Civati, si tratta naturalmente di un nostro parere, era quello di dare visibilità ad un soggetto politico, il suo, appena costituito. Un atto autoreferenziale, il peccato originale dell’intera operazione. Inoltre Civati ha certamente puntato su un aspetto della nuova legge particolarmente sentito dal mondo della scuola, ma probabilmente altri parti della legge 107 meritavano attenzione. Il movimento Possibile ha dichiarato di avere raccolto circa 300 mila firma.

Il quesito proposto dal “Comitato promotore Leadership alla scuola” chiedeva l’abrogazione dell’intera legge n. 107: “Volete voi che sia abrogata la legge del 13/7/2015 n. 107 "Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti"?”. Il fatto che con un unico quesito si chiedesse l’abrogazione di TUTTA la legge ha generato fin da subito parecchi dubbi nei giuristi. Il quesito risulta infatti omogeneo rispetto alla disomogeneità della legge, non consente cioè al cittadino di poter esprimere la propria opinione su parti della legge che potrebbe voler o non voler abrogare. Il vero obiettivo del comitato è sembrato fin da subito la cosiddetta campagna “anti-gender”, in particolare il comma 16 [clicca qui] della legge 107, figlio secondo alcuni, della propaganda delle lobby gay per favorire ed incentiverebbe la “propaganda” omosessuale nelle scuole, la famiglia omosessuale e quella omogenitoriale, insomma per scardinare il sacro istituto della famiglia. Non è un caso che il referendum sia stato particolarmente sentito dai settori più tradizionalisti della chiesa cattolica. Il legame tra i promotori di questo referendum e il movimento “antigender” è dimostrato sia dal materiale disponibile sul [sito] del comitato (vedi dal menù le voci “no gender + video informativo” e “lettera ai parroci”) che dal comunicato dello scorso 30 settembre a chiusura raccolta firme [clicca qui]. Il quesito è stato sottoscritto da 458 mila cittadini (autodichiarazione del comitato).
Una brutta pagina per la Scuola italiana. Tante energie sprecate, un impegno inevitabilmente destinato, per i motivi che abbiano elencato, al fallimento. Da parte nostra riteniamo che la strada da seguire sia quella indicata dall’Assemblea Nazionale della Scuola a Bologna lo scorso 6 settembre [clicca qui]. Alcune iniziative sono già state realizzate, altre attiviate. Occorre tenere alto il livello della mobilitazione, urge indire una manifestazione nazionale unitaria e uno sciopero generale della scuola, che coinvolga tutte le forze sindacali e la società civile sui temi della conoscenza, della democrazia e del lavoro.

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