07 apr 2015

12 punti sul mestiere di maestro elementare (di franco lorenzoni)

NELLA SCUOLA, SENZA RINUNCIARE MAI A METTERCI IN GIOCO E A SPERIMENTARE

Chi comincia a insegnare precipita dentro a un’istituzione tentacolare e rapidamente, inesorabilmente, comincia a ragionare e a considerare l’atto educativo come opera “istituzionale”.
Ciò che si aspettano dalla scuola bambini, adolescenti e genitori, carabinieri, giudici e governanti, amministratori, psicologi e assistenti sociali, risponde ad una immagine talmente rigida e ossificata antropologicamente, che quando Ivan Illich osò metterne in causa il senso e l’esistenza, le sue tesi furono (e sono) trattate con la condiscendenza che si riserva ad un pazzo. Eppure la scuola, pur mutando ciclicamente i linguaggi con cui racconta se stessa, continua ad essere strutturalmente conservatrice e assai spesso autoritaria. Chi ci lavora stabilmente o in modo precario è bene non dimentichi mai questo suo carattere costitutivo e sappia che gli innovatori più radicali sono stati maestri nel rompere tabù e costrizioni e hanno sempre attinto energia e forza per le loro battaglie dal rompere steccati e dall’intrecciare continuamente l’interno con l’esterno, superando ogni chiusura autoreferenziale.
Provo qui ad elencare 12 punti che ritengo utile tenere presenti per delineare un orizzonte di riferimento, se vogliamo educare alla libertà, con libertà.

1. Bambini e ragazzi in carne ed ossa
“Vado a scuola perché lì ci sono i ragazzi. Se i ragazzi stessero al circo andrei al circo”, amava ripetere Nora Giacobini, una delle fondatrici del Movimento di Cooperazione Educativa. In questa affermazione c’è un elemento che chi si cimenta nell’educare è bene ricordi sempre: davanti a chi insegna ci sono bambini e i ragazzi in carne e ossa, che hanno esperienze, modi di pensare e conoscenze alle spalle anche se sono molto piccoli. Non vanno mai scambiati e trattati come se fossero solo degli alunni venuti a scuola per imparare quello che vogliamo noi.
2. L’attenzione al contesto
Il secondo elemento da non dimenticare mai riguarda l’attenzione critica al contesto. Un ragazzino irrequieto, agitato, che non riesce a stare fermo, se stesse in un bosco o ad esplorare le strade di una città, probabilmente non avrebbe problemi e magari potrebbe insegnare tante cose ai suoi compagni. Inchiodato dentro a un banco per ore diventa un caso problematico, ci si affretta a catalogarlo come “ipercinetico” e si comincia a guardarlo mettendo sempre in evidenza il suo “problema”, e a comportarsi di conseguenza. Ma se usciamo mentalmente dalla scuola e osserviamo da una diversa ottica la questione senza i paraocchi del nostro ruolo, ci accorgiamo che il problema non sta nel bambino, ma nella relazione tra il bambino e quello spazio, quel tempo, quella rete di relazioni in cui si trova a vivere.
Si tratta allora di assumere pienamente e consapevolmente il paradigma della complessità e trarne le conseguenze in modo serio e conseguente, perché chi educa sta sempre dentro (e a volte provoca) i problemi che osserva. Gli spazi hanno un enorme importanza nelle relazioni educative e bisogno superare ogni pigrizia e ripensarli continuamente, a partire dal cerchio mattutino da fare seduti a terra fuori dai banchi, ad ogni età. La libertà di pensiero è legata alla libertà di movimento.


3. La creatività
Il terzo elemento riguarda la creatività necessaria per essere educatrici o educatori. Oggi la scuola è frequentata da bambine e bambini con una varietà enorme di differenze: sono oltre 800.000 i ragazzi che provengono da paesi e continenti lontani. Alcuni sono appena arrivati e hanno difficoltà con l’italiano, altri sono nati qui da genitori stranieri e vivono sospesi tra due mondi, a volte in conflitto tra loro. Ci sono poi bambini iperprotetti e guardati a vista ossessivamente dai genitori e ragazzi che sono abbandonati a se stessi. Moltissimi figli unici non hanno mai incontrato la felicità e la fatica della fraternità e tutti subiscono un vero e proprio accerchiamento operato dal mercato, dalla pubblicità e dalle nuove tecnologie, che condizionano pesantemente giochi e scelte e immagini che hanno del mondo. Ci sono poi ragazzi con diverse disabilità o molteplici problemi di apprendimento, dovuti a fattori organici o sociali. Perché queste diversità non si trasformino in discriminazioni che possono essere anche molto violente e talvolta fatali nel consolidare atteggiamenti distruttivi e autodistruttivi, c’è bisogno di mediazioni adulte raffinate e responsabili, che comportano grande sensibilità e lo sviluppo di una creatività capace di affrontare tanto i problemi che quotidianamente emergono che vere e proprie emergenze. La creatività di cui parlo non è quella edulcorata del facilitare le cose ad ogni costo o del sentirsi superficialmente tutti artisti, ma la capacità di reagire in modo tempestivo, intelligente ed efficace all’insorgere di conflitti tra i ragazzi o nella loro relazione con gli adulti. La capacità di inventare e costruire ponti tibetani, per attraversare i crepacci che troppo spesso si spalancano tra i giovani e i linguaggi complessi e le conoscenze strutturate.
4. Il corpo e l’eros educativo
Nomino qui un elemento dalla definizione aleatoria, ma a mio avviso imprescindibile. Non si può essere buoni educatori se non si amano i bambini, se non si prova sincera curiosità, predisposizione e affetto verso gli adolescenti. Le scuole sono piene di insegnanti che detestano i giovani e io penso che questo sia uno degli scandali più intollerabili che una società adulta, spesso cinica e autocompiacente, rovescia contro ragazze e ragazzi. Ragionare intorno all’eros educativo ci riporta al tema cruciale del corpo. Corpo inteso come globalità, intreccio di memorie, emozioni e ragionamenti, ma anche come vitalità e impulsi difficilmente controllabili. Mettere al centro della relazione educativa il corpo significa essere consapevoli che solo se c’è coinvolgimento pieno da parte di tutti e chi educa è in grado di mettersi in gioco e di rinunciare al ruolo protetto che gli affida l’istituzione, si possono scalfire le tante maschere sociali che offuscano l’autenticità e la libertà di essere se stessi. Non c’è buona scuola né costruzione e condivisione di sapere se non ci si mette tutti in gioco, se non si rinuncia ad ogni consolidata certezza. Ci sono diversi gradi di responsabilità, naturalmente, e chi è adulto deve assumersi le sue, ma sempre in un corpo a corpo vitale, sincero ed aperto.
5. La cultura
Se essere naturalmente portati verso coloro con cui si condividono tante ore è assolutamente necessario, è altrettanto necessario amare la conoscenza e coltivare ed accrescere di continuo la nostra curiosità verso il mondo. E cioè leggere, studiare, conoscere cinema, teatro e musica di oggi e del passato, e insieme intrecciare e condividere il più possibile diversi saperi e trovare i modi per viaggiare continuamente, fisicamente o con la mente. Per ascoltare in modo attivo pensieri, domande e intuizioni di bambini e ragazzi è importante avere riferimenti alti e un immaginario ricco, libero da ristrettezze, ottusità e dagli stretti vincoli del presente. Osservando i programmi di molte facoltà di presunte e presuntuose “scienze dell’educazione” - che scienze, a mio avviso, non sono - si nota, purtroppo, l’uso esclusivo di manuali, spesso mal fatti e mai la lettura e il confronto con i classici pedagogici originali. Questo impedisce una preparazione che trovi alimento da un confronto con le grandi costruzioni e provocazioni intellettuali che costellano la storia della pedagogia, quella vera, che va da Comenio e Rousseau fino a Freinet e ai nostri Ciari e Lodi, passando per Dewey, Neill, Korczak e Maria Montessori, per citare alcuni tra i più grandi. Chi vuol cimentarsi nell’educazione è bene che legga per intero, da solo o meglio in gruppo, alcuni testi classici per imparare a ragionare in grande.
6. L’arte
La scuola dovrebbe essere il principale luogo di incontro con il bello. Dovrebbe assicurare democraticamente a tutti l’incontro con ciò che di più straordinario hanno concepito e costruito uomini e donne nella storia. Ma pittura, architettura, letteratura e musica vanno frequentate in modo diretto e concreto. E allora bisogna uscire, esplorare, imparare a scoprire i tesori che ci sono nel territorio che ci circonda e, quando si propone la lettura, affrontare di petto i grandi testi, buttando nella spazzatura tante brutte antologie e riduzioni che, con la pretesa di frantumare e adattare le grandi opere ai più piccoli, distruggono ogni qualità e spessore dell’arte. Se si fa fatica ad entrare in un’opera o in un testo, ben venga questa fatica, se c’è l’intento e si creano le possibilità di affrontarla insieme.
7. La scienza
Riguardo alla matematica e alle diverse scienze è fondamentale averne un quadro di insieme (anche se non si insegnano materie scientifiche) per poterne raccontare la storia e i personaggi che hanno via via trasformato le immagini e le concezioni del mondo che l’umanità di diverse epoche ha avuto ed ha. E’ importante dare l’idea di un sapere che è sempre stato dinamico, perché fondato su continue conferme e falsificazioni, salti e rivoluzioni. La scuola spesso annega le conoscenze matematiche e scientifiche in un vuoto antistorico e così, fissando e immortalando le conoscenze, le uccide. E invece la storia delle tante rivoluzioni del pensiero nella scienza può appassionare ragazze e ragazzi, tra l’altro perché, spesso, sono opera di giovani che si sono ribellati ai modi di vedere le cose nel tempo in cui si sono trovati a vivere. Raccontare l’avventurosa storia dello sviluppo della matematica e della scienza è particolarmente educativo. Tutto questo lo si può fare, naturalmente, se c’è un coinvolgimento attivo di bambini e ragazzi e ogni attività ha il sapore e le articolazioni concrete di un laboratorio, inteso come luogo in cui si fanno ipotesi e si crea cultura ascoltandosi reciprocamente. E allora la cura e la predisposizione di materiali capaci di suscitare domande e curiosità è fondamentale, perché è davvero insieme che si scoprono ogni volta nuove strade per accedere a conoscenze che sono difficili e dunque richiedono sforzo. Nostro dovere è mostrare quanto questo sforzo valga la pena d’essere fatto e possa essere bello affrontarlo. Altrimenti ci adeguiamo passivamente ai peggiori caratteri del nostro tempo, accettando che i ragazzi scambino la conoscenza con le risposte che può dar loro qualsiasi tablet o telefonino.
8. Il dialogo
Proprio perché manca nella società e spesso in famiglia, nella maggior parte delle scuole superiori e in quasi tutte le università, dobbiamo essere consapevoli che la prima caratteristica di una buona scuola sta nell’essere luogo di dialogo. Luogo in cui ci si dà il tempo per ascoltarsi profondamente e reciprocamente, non dando nulla per scontato. Luogo in cui i grandi temi della vita, che appassionano bambini e adolescenti, vengano discussi in grande libertà a partire da stimoli e riferimenti profondi, perché il nemico giurato di ogni libertà e crescita consapevole sono la superficialità e le semplificazioni, che troppe volte ammorbano il conversare comune e traboccano dal web.
9. Capire è trasformare
Non ci può essere comprensione di alcunché senza trasformazione. Dunque l’educazione deve sempre cercare un difficile equilibrio tra il riconoscere e rassicurare, dando fiducia a chi si affaccia al mondo e sta cominciando a sperimentare il suo pensare in proprio in modo autonomo, e lo smuovere certezze. Penso che un buon insegnante debba sempre essere maestro di inquietudine, ma assumersi insieme la responsabilità di predisporre e offrire strumenti perché l’inquietudine non sia circondata dal vuoto e trovi, al contrario, un terreno fertile in cui svilupparsi. “I cattivi artisti parlano di rivolta, i veri artisti fanno la rivolta attraverso atti concreti”, diceva Grotowski, grande regista polacco che portò il corpo dell’attore al centro del suo “teatro povero”. Questo credo valga anche per la scienza e l’educazione. Non si tratta di manifestare a parole il nostro desiderio di ribellione ad un presente di cui non ci accontentiamo, ma di costruire momenti e contesti, anche piccoli, limitati e minoritari, in cui si possano sperimentare frammenti di relazioni umane e di incontro con il mondo aperti e vitali, che mettano in causa attivamente ogni assuefazione passiva al mondo. Dentro il Movimento di Cooperazione Educativa chiamiamo questo procedimento l’inciampo, intendendo che, se non poniamo un ostacolo sul cammino, che provochi difficoltà e possibili deviazioni dal procedere a cui siamo abituati quotidianamente, difficilmente si mobilitano energie creative volte a superare le inevitabili difficoltà della vita e della conoscenza.
10. Anarchici e socialdemocratici
Penso abbia ragione Goffredo Fofi, quando ci invita ad essere al tempo stesso anarchici e socialdemocratici. Se vogliamo trasformare le cose dobbiamo osare disubbidire ad ogni ordine prestabilito e mettere in causa alla radice ogni arbitrio e ogni forma di potere, stando sempre dalla parte dei più deboli e dei più fragili, che nel nostro caso sono le bambine e i bambini. E tuttavia, finché la stragrande maggioranza dei ragazzi frequenterà la scuola, dobbiamo mettere ogni energia perché quel luogo non si trasformi nel principale nemico del conoscere. Ci sono state leggi importanti nel nostro paese, come quella che ha consentito e promosso l’ingresso dei portatori di disabilità nella scuola. Sarebbe un delitto non continuare a lottare per avere leggi meno ingiuste possibile e organizzazioni interne alle scuole che consentano un uso intelligente e flessibile degli spazi e degli orari, per permettere di dare respiro alle sperimentazioni più innovative, che nonostante tutto continuano ad esserci e che ci dobbiamo battere perché si rafforzino e si estendano, perché la scuola possa continuare ad avere l’ambizione di essere, davvero, una scuola di tutti e per tutti.
11. Di che mestiere si tratta?
La scuola è il luogo pubblico in cui avviene il primo inserimento di bambini e ragazzi portatori di disabilità, il primo luogo dove è importante che trovino accoglienza i figli di chi è recentemente immigrato nel nostro paese ed è un luogo in cui tanti disagi vengono al pettine. Tra gli insegnanti stabili, che hanno un rapporto continuativo con i ragazzi, e gli altri operatori più o meno precari, che operano nella scuola o nei suoi dintorni, è fortemente auspicabile uno scambio di competenze, di umori e di esperienze, per accogliere insieme le sfide delle crescenti diseguaglianze che la crisi sta ampliando, cercando tutti i modi per lavorare insieme. Spesso, infatti, guardiamo la stessa realtà da punti di vista diversi e un confronto potrebbe essere salutare, come dovrebbe essere obbligatorio (e spesso non è) il confronto e la collaborazione tra insegnanti di sostegno e insegnanti curricolari. Il problema è che le rigidità dell’istituzione e le pigrizie dei singoli, spesso rintanati nei propri ruoli, molte volte ostacolano scambi e aperture. Questo il motivo per cui, se si vuole incidere e cambiare davvero le cose, ci si deve armare di grande coraggio, cercare alleanze, stabilire amicizie, e provare sul campo a mettere su gruppi cooperativi di ricerca, che all’inizio possono essere anche molto ristretti. Lavorare nell’educazione senza ricercare è come tentare di respirare senza polmoni. Ascoltando storie di insegnanti che lavorano in scuole di frontiera in diverse città mi domando molte volte che razza di mestiere è il nostro. Maestri e soprattutto maestre e professoresse, che si fanno carico dei drammi sociali ed esistenziali di tanti ragazzi che la società getta al margine, si trovano necessariamente ad essere anche un po’ psicologhe e un po’ assistenti sociali. Ci sono luoghi dove le istituzioni funzionano, in cui queste figure professionali intrecciano concretamente le loro competenze per tentare di risolvere i problemi più gravi, ma spesso insegnanti ed educatori sociali che lavorano nelle scuole si trovano da soli ad operare scelte difficili. Per questo penso che la formazione di cui abbiamo bisogno debba essere a largo raggio, perché in ultima analisi è sulla capacità e sensibilità alla cura, intesa nel senso più profondo e ampio del termine, che si misura l’efficacia dell’azione educativa.
12. L’esempio
L’ultimo punto, che forse è il più importante, riguarda il rapporto che abbiamo con noi stessi. Bambini e ragazzi ci osservano e ci scrutano con attenzione ed hanno uno straordinario bisogno di vedere coerenza e corrispondenza tra parole e comportamenti. Insegniamo molte più cose nel nostro fare che col nostro dire e dunque è necessario avere coscienza ed essere consapevoli di quanti messaggi trasmettiamo con i nostri umori, toni di voce e atteggiamenti. E’ nei modi in cui stabiliamo o non stabiliamo relazioni di vicinanza e ascolto con ciascuno dei ragazzi che si gioca gran parte dell’azione educativa. E non si tratta solo di insegnamenti che riguardano gli affetti e il vivere sociale, ma anche la relazione con gli oggetti della conoscenza perché, sempre, l’emozione è la madre del pensiero. Le neuroscienze oggi confermano ciò che gli insegnanti più accorti sapevano da tempo, e cioè che le emozioni che accompagnano il primo approccio con una conoscenza condiziona potentemente ciò che avverrà dopo. Se lego un certo apprendimento o mancato apprendimento a un’emozione negativa, questo sentimento riemergerà ogniqualvolta incontrerò quella conoscenza, come sanno bene tutti coloro che odiano la matematica. E allora ecco l’enorme responsabilità che abbiamo quando operiamo con bambine e bambini: il nostro modo di porci verso ciò che insegniamo conta enormemente e condiziona il loro futuro, più di quanto ci immaginiamo. Per questo chi non legge e non ama leggere potrà insegnare la tecnica della lettura, ma non riuscirà mai a far leggere libri ai bambini e fare amare loro la lettura, come piacere. Questo vale naturalmente in ogni campo. Emma Castelnuovo, che ha portato la scuola attiva dentro la matematica, invitando a un continuo confronto con la realtà e inventando un uso straordinariamente efficace dei materiali nella didattica, ha sempre sostenuto che se uno sta seduto, non può essere un buon insegnante. Non è facile restare sempre in piedi e muoverci di continuo e non smettere mai di ricercare, ma è la condizione necessaria per educare guardando lontano, oltre il perimetro della scuola.

QUESTO INTERVENTO SI TROVA IN “LAVORARE NEL SOCIALE”,  UN BEL LIBRO APPENA USCITO A CURA DI GIULIO MARCON  EDIZIONE DELL’ASINO

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