01 nov 2014

mi chiamo lamiaa, ho 11 anni e sono italiana

Oggi vi rac­conto la mia pic­cola sto­ria: mi chiamo Lamiaa, ho 11 anni, sono nata a Reg­gio Emi­lia e fac­cio la prima media. A scuola va tutto bene, stavo benis­simo, vivevo felice e serena fino a due anni fa circa, quando un giorno ricevo un 10 in gram­ma­tica: ero cosi felice per­ché non suc­ce­deva tutti i giorni, ma il com­mento della mae­stra mi lasciò un po’ per­plessa. Le sue parole mi fecero riflet­tere sulla mia iden­tità. Lei mi disse: «Lamiaa sei stata bra­vis­sima, hai supe­rato gli ita­liani!», «Che cosa?», dicevo fra me e me. «Ma io sono italiana!».
Quando tor­nai a casa, mia mamma notò la mia rab­bia: era arri­vato il momento della discus­sione di un argo­mento che non avevo mai aperto prima d’ora con i miei geni­tori. Mia mamma in quel giorno mi disse: «Ma non c’è niente di male se ti chia­mano stra­niera». Per­ché secondo lei non è affatto un insulto. Ma il pro­blema non era que­stione di insulto, era da veri­fi­care se io sono stra­niera o meno. Io repli­cai: «Mamma, ma io non mi sento stra­niera, sono nata e cre­sciuta in Ita­lia, io non nego le mie ori­gini, ma casa mia è in Ita­lia e mi sento ita­liana. Il Marocco lo adoro, sì, però lo sento più come il paese dei miei geni­tori che mio, non so se mi capi­sci.… Non lo so, io non ci ho mai pen­sato prima e davo per scon­tato che io sono ita­liana!». E la discus­sione finì, almeno in quel giorno, con un silen­zio che diceva tanto.
Passa un anno, e vado alle medie, emo­zio­nata e un po’ spa­ven­tata dalle novità. Sic­come mia mamma durante l’estate mi aveva inse­gnato un po’ di fran­cese con la pro­nun­cia giu­sta, la mia inse­gnante fin dalla prima lezione aveva notato que­sto e mi disse: «Brava, hai una bella pro­nun­cia, da dove vieni?». E io pen­sai in quel momento: «Ancora? Ma cosa vuol dire da dove vengo? Da Reg­gio Emi­lia, no?». Ah, forse voleva dire da dove ven­gono i miei geni­tori? Allora ho detto: «Cara prof, i miei geni­tori ven­gono dal Marocco, e io sono nata a Reg­gio Emilia».
Adesso, per favore, chia­riamo la fac­cenda: non chia­ma­temi mai stra­niera o immi­grata, a voi la scelta, potete chia­marmi italo-araba, oppure italo-marocchina, ma non sono affatto stra­niera; i miei geni­tori tanti anni fa hanno scelto di immi­grare e sono venuti in Ita­lia. Ma io non ho mai immi­grato, sono nata in Ita­lia, per cui mi sento ita­liana, non so con quale per­cen­tuale, però lo sono, per­ché lo sento den­tro e lo credo. Sento come se il Marocco fosse mio papà e l’Italia mia mamma e nes­suno potrebbe mai togliermi dal cuore uno dei due.
Que­sta non è solo la mia sto­ria, ma è la sto­ria di tutti i bam­bini e i ragazzi, figli di immi­grati, che sono nati in Ita­lia e, pur­troppo, riscon­trano oltre a que­sti stessi miei pro­blemi anche altri pro­blemi… Da qua vor­rei lan­ciare un mes­sag­gio: con­ce­dete la cit­ta­di­nanza ita­liana a tutti i nativi, rispar­mia­teci tutti i pro­blemi inu­tili che non fini­scono mai e smet­te­tela di farci vivere situa­zioni che ci fanno sen­tire quelli che non siamo. Lascia­teci stu­diare e costruire il nostro futuro con sere­nità, e ricor­da­tevi che ita­liani ci sen­tiamo den­tro per davvero».

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